Che cosa sono i Big Data? Cos’è la Big Data analytics? Sono domande che oggi si sentono sempre più spesso, soprattutto in Italia, dove da poco i big data sono diventati un must per tutte le aziende italiane che puntano a trasformarsi in una data-driven company, per prendere decisioni consapevoli basate su dati pertinenti. Vediamo quindi nel dettaglio di dare una definizione e una spiegazione semplice al concetto di Big Data.
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Cosa sono i Big Data e cos’è la Big Data analysis
I big data (grandi dati) sono una quantità crescente di informazioni che la trasformazione digitale del business sta creando e facendo circolare dentro alle aziende e fuori alle aziende. I Big Data, ad esempio, vengono dai sensori integrati in migliaia di oggetti che, collegati alla Rete, oggi chiamiamo Internet of Things.
Secondo il McKinsey Global Institute oggi sono già più di 30 milioni, collegati in rete e utilizzati nel settore automobilistico, industriale, nei servizi pubblici, o nella vendita al dettaglio e il numero ogni anno lievita del 30%.
Al di là dei flussi di dati prodotti dai sistemi informatici e dalle infrastrutture a supporto della produzione, della distribuzione e dell’erogazione dei servizi, i Big Data sono un fenomeno associato a un’evoluzione massiva degli usi e delle abitudini della gente. Ogni volta che usiamo un computer, accendiamo lo smartphone o apriamo una app sul tablet, sempre e comunque lasciamo una nostra impronta digitale fatta di dati.
Nel 2001, Doug Laney (oggi vice president and distinguished analyst del Gartner Chief Data Officer Research and Advisory Team) descrisse in un report il Modello che descrive in modo sintetico i Big Data con 3V: Volume, Velocità e Varietà. Un modello semplice per definire i nuovi dati generati dell’aumento delle fonti informative e più in generale dall’evoluzione delle tecnologie. Oggi il paradigma di Laney è stato arricchito dalle variabili di Veridicità e Variabilità e per questo si parla di 5V.
Big Data Analytics: dai browser ai social qual è il significato
I Big Data, infatti, vengono anche dalla multimedialità sempre più spinta che ha origine dal proliferare di dispositivi fissi e mobili che usiamo per vivere e per lavorare.
La familiarità con il videosharing e una cultura dell’immagine che porta le persone a condividere ogni tipo di scatto fotografico aiuterà chi saprà gestire questa mole di dati a capire ancora meglio gusti e tendenze, orientando meglio le decisioni.
I Big Data vengono anche dai social media, e da tutto il traffico di informazioni che transita dai vari sistemi di CRM, dalla cassa di un supermercato che striscia una carta fedeltà a una telefonata che arriva a un call center.
A differenza di molte mode tecnologiche, infatti, i Big Data non sono un trend ma una necessità gestionale. E lo sono per qualsiasi tipo di organizzazione. Quei data set crescenti che sembrano far esplodere i database aziendali saranno le chiavi della competitività, della crescita del business e dell’innovazione. In che modo?
- Aiutando a capire le reazioni dei mercati e la percezione che questi hanno dei brand
- Identificando i fattori chiave che muovono le persone ad acquistare un certo servizio o un determinato prodotto
- Segmentando la popolazione per personalizzare quanto più possibile le strategie d’azione
- Abilitando nuove sperimentazioni consentite dalla disponibilità di dati inediti
- Guadagnando in predittività, grazie a uno storico di informazioni talmente ad ampio raggio e puntuale da consentire simulazioni molto più che verosimili
- Abilitando nuovi modelli di business
Il mercato dei Big Data in Italia
La spesa delle aziende italiane in infrastrutture, software e servizi per la gestione e analisi dei dati cresce del 20%, arrivando al valore stimato di 3,42 miliardi di euro (rispetto ai 2,85 miliardi di euro del 2023). Di questi, l’75% è imputabile alle grandi imprese e solo il 6% dalla Pubblica Amministrazione, una quota ancora bassa, che cresce del 25% in un anno. A dirlo è l’ultimo report dell’Osservatorio Big Data & Innovation Business Analytics della School of Management del Politecnico di Milano.
A trainare la crescita è, in particolare, il forte interesse per la Generative AI, in cui, dopo un anno di sperimentazioni, si inizia a vedere l’implementazione delle prime iniziative a livello internazionale. Dal punto di vista tecnologico, per le grandi aziende, questo si traduce in un’attenzione crescente verso componenti tecnologiche abilitanti. Ciò comporta un utilizzo sempre maggiore di risorse hardware ad alte prestazioni e l’integrazione di componenti software innovative, come i database vettoriali (Vector DB), i database a grafo (Graph DB) e strumenti di Data Observability.

«Se il 2023 è stato l’anno della fascinazione per la Generative AI, il 2024 è l’anno dell’implementazione delle prime iniziative a livello internazionale. Questo ha avuto una ricaduta diretta sulle scelte d’investimento anche in Italia, sia in termini di tecnologie per la gestione dei dati, che nella volontà di sperimentare nuove applicazioni», ha affermato Carlo Vercellis, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Big
Data & Business Analytics.
Il 73% delle grandi organizzazioni ha avviato almeno una sperimentazione in ambito Advanced Analytics, con tre realtà su quattro che dichiarano di averne incrementato il numero nell’ultimo anno. Contemporaneamente, l’adozione di strumenti di Business Intelligence è ormai consolidata nelle grandi organizzazioni (93%).
Come ha spiegato Alessandro Piva, Responsabile della Ricerca dell’Osservatorio
Big Data & Business Analytics: «Nonostante il difficile contesto geopolitico, le aziende non rinunciano ad investire in tecnologie e servizi di Data Management & Analytics. Questo non riguarda soltanto le realtà più mature, ma anche aziende medio-grandi che stanno finalmente accelerando nel percorso. Gli elementi su cui lavorare sono tre: una buona gestione e usabilità dei dati, capacità d’innovazione e di implementazione di progettualità di analisi avanzata e un’evoluzione culturale per la realizzazione di una Data & AI Literacy sempre più diffusa».
Un Data Strategy Index per indicare la maturità del settore
Il Data Strategy Index è un indice di maturità complessivo del mercato che sintetizza tre ambiti di analisi. Data Management & Architecture ovvero strumenti, competenze e processi per la gestione tecnologica, integrazione dei dati e governo del patrimonio informativo. Business Intelligence e Descriptive Analytics, dunque tool e competenze di base per una Business Intelligence pervasiva. Infine, Data Science ossia le attività che contemplano analisi predittive e di ottimizzazione a partire dall’analisi dei dati.

Quest’anno, secondo le evidenze dell’ultimo report, si assiste a un miglioramento complessivo della maturità delle grandi aziende nell’ambito della valorizzazione dei dati. Secondo il Data Strategy Index, il 23% delle grandi organizzazioni si trova ad un livello avanzato nella capacità di valorizzare i dati (era il 20% nel 2023). Solo l’11% delle grandi aziende si può invece definire immaturo, -5% rispetto al 2023.
L’implementazione di una Data Strategy nelle PMI
Il 79% delle piccole e medie imprese (PMI) italiane si dedica all’analisi dei dati, almeno a livello descrittivo, registrando una crescita lenta ma costante negli ultimi tre anni. Tuttavia, l’integrazione dei dati rappresenta una sfida significativa: il 78% delle PMI non integra diverse fonti o lo fa solo manualmente, attraverso importazioni ed esportazioni.
Tra le aziende che effettuano analisi dati descrittive, tre su quattro stanno anche sperimentando analisi predittive, con un aumento di 7 punti percentuali rispetto al 2023. Le medie imprese stanno accelerando in queste attività, aumentando così il divario con le piccole imprese. Guardando al futuro, solo il 37% delle PMI ha stabilito priorità specifiche per valorizzare i dati nei prossimi 12 mesi: queste realtà si concentrano sulla formazione e sull’aggiornamento delle competenze del personale, riconoscendo l’importanza di sviluppare capacità interne per affrontare le sfide legate ai dati.

Le nuove professioni dei Big Data: le competenze necessarie per la “data revolution”
La questione con i Big Data non è tanto la loro quantità, quanto la capacità delle aziende di riuscire ad analizzare nel modo corretto i dati disponibili. La formula è di tipo conversazionale e si sviluppa in tre tempi: interrogazione, risposta e visione di dettaglio.
Algoritmi sempre più sofisticati consentono di intercettare e interpretare ogni flusso digitale. È questo il progresso tecnologico che sta rivoluzionando i modelli di business.
Data Scientist, Data Architect, Data Engineer e Business Translator
In generale, suggeriscono i dati dello studio, si consolidano i team di Data Science che offrono supporto trasversale all’organizzazione: si è passati dal 21% nel 2021 al 36% nel 2024.Tuttavia, non sempre è facile reperire figure richieste. Il report di McKinsey, “The age of analytics”, identifica quattro tipologie di profili che saranno sempre più richiesti dalle aziende:
- Business Translator, figure bimodali che dispongono di conoscenze tecniche e di competenze relative al business;
- Data Architect, cioè coloro che progettano i sistemi di dati e i relativi workflow;
- Data Engineer, in grado di identificare le soluzioni basate sui dati e di sviluppare prodotti di scouting e di analisi mirati;
- Data Scientist, che analizzano i dati grazie ad algoritmi sempre più sofisticati.














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