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Un’AI per ogni cittadino: l’esperimento coreano che l’Europa dovrebbe osservare


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La Corea del Sud vuole rendere l’AI accessibile gratuitamente a tutti i cittadini e punta a un agente personale per ciascuno. Un esperimento che va oltre l’inclusione digitale e apre questioni molto più grandi: sovranità tecnologica, nuovi divari sociali, privacy e controllo delle infrastrutture attraverso cui penseremo e prenderemo decisioni.

Pubblicato il 9 set 2026

Massimo Giordani

Innovation Manager & Marketing Strategist e Presidente AISM Associazione Italiana Sviluppo Marketing



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Punti chiave

  • Programma AI for All: accesso gratuito entro il 2026 a chatbot e agenti personali per tutti, con obiettivo un agente AI per ogni cittadino dopo il 2027.
  • Focus sulla sovranità cognitiva: almeno il 50% dei servizi deve usare sovereign foundation model e mantenere controllo su modelli e dati.
  • Rischi e governance: attenzione al digital divide, alla dipendenza e alla tutela dell’individuo; l’AI Basic Act è utile ma servono istituzioni e infrastrutture.
Riassunto generato con AI


La Corea del Sud ha deciso di fare un esperimento che merita di essere osservato con molta attenzione.

Entro la fine del 2026 ogni cittadino coreano potrà accedere gratuitamente e senza limiti a servizi di intelligenza artificiale generativa basati prevalentemente su modelli sviluppati nel Paese.

Il programma si chiama AI for All e il governo coreano lo presenta con un paragone significativo: l’intelligenza artificiale dovrebbe diventare accessibile come una calcolatrice. Non uno strumento riservato alle imprese, ai tecnologi o a chi può permettersi gli abbonamenti ai servizi più avanzati, ma una capacità disponibile potenzialmente per tutti.

Il progetto prevede chatbot generalisti e, progressivamente, veri e propri agenti personali capaci non soltanto di rispondere alle domande, ma di interagire con servizi pubblici e svolgere attività per conto del cittadino. L’obiettivo dichiarato dal Ministero della Scienza e dell’ICT è arrivare, dopo il 2027, a “un agente AI per ogni cittadino”.

Non è difficile intuire la portata di questa prospettiva.

Ma la parte forse più interessante dell’esperimento coreano non riguarda l’accessibilità. Riguarda la sovranità.

Chi controlla l’intelligenza che utilizziamo?

Oggi gran parte dell’intelligenza artificiale generativa utilizzata nel mondo dipende da un numero molto ristretto di aziende, concentrate prevalentemente negli Stati Uniti e in Cina.

Quando interroghiamo un sistema di AI non utilizziamo semplicemente un software.

Utilizziamo un’infrastruttura cognitiva costruita attraverso determinati dati, criteri di selezione, procedure di addestramento, sistemi di sicurezza e regole stabilite da chi quel modello lo ha progettato.

Un modello linguistico non è una rappresentazione neutrale del mondo.

Decide quali fonti privilegiare, quali risposte considerare accettabili, quali comportamenti limitare. Interpreta la realtà attraverso scelte tecniche che inevitabilmente incorporano anche decisioni culturali, economiche e normative.

Per questo la questione dell’AI sta progressivamente diventando una questione di sovranità cognitiva.

La Corea sembra averlo compreso molto bene.

Il Ministero coreano della Scienza e dell’ICT sostiene esplicitamente che la dipendenza dai grandi modelli globali può produrre forme di dipendenza tecnologica, culturale, economica e persino di sicurezza nazionale.

Per questo il programma AI for All stabilisce che almeno il 50% dei servizi debba utilizzare modelli che soddisfino i criteri coreani di sovereign foundation model e limita l’impiego di modelli stranieri ai casi nei quali sia strettamente necessario.

La sovranità, naturalmente, non significa autarchia tecnologica.

Nessun Paese può realisticamente costruire da solo l’intera filiera dell’intelligenza artificiale: semiconduttori, GPU, data center, modelli, dati, software, ricerca e competenze.

La stessa Corea utilizzerà GPU Nvidia e tecnologie provenienti dall’ecosistema internazionale.

La differenza fondamentale sta altrove: nella capacità di mantenere il controllo sui modelli, sui dati e sulle condizioni di accesso alla tecnologia.

È un principio molto vicino a quello che abbiamo già imparato in altri settori strategici.

Un Paese non deve necessariamente produrre ogni componente della propria rete elettrica per possedere una politica energetica. Ma deve poter decidere come quella rete funziona e impedire che una decisione presa altrove possa improvvisamente comprometterne il funzionamento.

Con l’intelligenza artificiale potrebbe accadere qualcosa di simile.

L’AI riflette anche la società che la costruisce

Esiste poi una dimensione ancora più profonda.

Se l’intelligenza artificiale diventerà uno degli strumenti attraverso i quali studiamo, lavoriamo, prendiamo decisioni, accediamo ai servizi pubblici e interpretiamo la realtà, allora un Paese dovrebbe probabilmente chiedersi quali principi vuole incorporare nei sistemi che utilizzeranno milioni di suoi cittadini.

La questione riguarda certamente la lingua e la cultura nazionale, ma non soltanto.

Riguarda la concezione della privacy, il rapporto tra individuo e Stato, la libertà di espressione, la tutela dei minori, il pluralismo delle fonti, la trasparenza degli algoritmi, la protezione dei dati personali.

In altre parole, riguarda il sistema di valori di una società.

Non dovrebbe quindi sorprenderci che la competizione internazionale sull’AI stia progressivamente assumendo caratteristiche geopolitiche.

Stati Uniti e Cina non stanno semplicemente producendo modelli migliori. Stanno costruendo due enormi ecosistemi tecnologici destinati a diffondersi nel resto del mondo.

Per i Paesi che si trovano tra questi due poli — Corea, India, Giappone e naturalmente Europa — la domanda diventa inevitabile:

vogliamo essere soltanto utilizzatori dell’intelligenza artificiale prodotta altrove o vogliamo conservare una capacità autonoma di costruirla, governarla e adattarla ai nostri principi?

La Corea ha scelto la seconda strada.

Il nuovo digital divide

C’è però un’altra ragione per cui AI for All è interessante.

Per molti anni abbiamo parlato di digital divide riferendoci all’accesso a Internet.

Oggi potrebbe nascere una nuova disuguaglianza: quella tra chi dispone dell’intelligenza artificiale migliore e chi non può permettersela.

Se un professionista può utilizzare quotidianamente sistemi avanzati per analizzare documenti, programmare, scrivere, studiare o prendere decisioni mentre un altro non può farlo, la differenza non riguarda semplicemente la disponibilità di uno strumento.

Riguarda la capacità cognitiva aumentata di cui ciascuno dispone.

Il governo coreano lo dice esplicitamente: bisogna evitare che l’AI divide si trasformi in una nuova divisione economica e sociale.

Da questo punto di vista, fornire gratuitamente un’intelligenza artificiale avanzata a tutta la popolazione può essere interpretato come una nuova forma di welfare digitale.

Dopo l’accesso universale alla scuola, alle biblioteche, all’informazione e progressivamente a Internet, potremmo trovarci davanti a una nuova domanda politica:

l’accesso all’intelligenza artificiale dovrebbe diventare un diritto universale?

Ma cosa accade quando tutti hanno un’AI?

È proprio qui che l’esperimento coreano diventa ancora più interessante.

Perché democratizzare l’accesso all’intelligenza artificiale significa democratizzarne i benefici, ma inevitabilmente anche i rischi.

Una società nella quale cinquanta milioni di persone dispongono permanentemente di un assistente intelligente è qualcosa che non abbiamo mai sperimentato.

Possiamo immaginare enormi incrementi di produttività. Studenti che dispongono di tutor personali. Anziani aiutati nell’accesso ai servizi. Piccole imprese che utilizzano strumenti prima disponibili soltanto alle grandi organizzazioni. Cittadini capaci di comprendere più facilmente leggi, tasse e procedure amministrative.

Ma possiamo immaginare anche il contrario.

Una progressiva atrofia cognitiva, se deleghiamo alle macchine attività che oggi ci obbligano a ragionare, ricordare, confrontare e scegliere.

Una standardizzazione del pensiero, se milioni di persone iniziano a utilizzare gli stessi sistemi per formulare idee, scrivere testi e interpretare informazioni.

Una crescente difficoltà nel distinguere ciò che sappiamo da ciò che ci viene suggerito.

E soprattutto una nuova forma di dipendenza.

Perché l’intelligenza artificiale personale conoscerà progressivamente moltissimo di noi.

Per diventare veramente utile dovrà conoscere le nostre preferenze, i nostri documenti, le nostre abitudini, probabilmente le nostre condizioni economiche e professionali. Se sarà collegata ai servizi pubblici, conoscerà inevitabilmente una parte ancora più significativa della nostra vita.

La domanda sulla sovranità nazionale rischia quindi di trasformarsi immediatamente in un’altra domanda: chi proteggerà la sovranità dell’individuo?

Liberarsi dalla dipendenza da una Big Tech americana o cinese per consegnare una quantità ancora maggiore di informazioni a un sistema nazionale non risolve automaticamente il problema. Semplicemente lo sposta.

La sovranità non basta

Per questo la vera sfida della Sovereign AI consiste nella costruzione di istituzioni capaci di governarla.

La Corea ha già introdotto un AI Basic Act che affronta temi come sicurezza, affidabilità e accessibilità dei sistemi di intelligenza artificiale. Ma l’esperimento di AI for All porterà inevitabilmente queste questioni su un terreno nuovo.

Chi stabilisce i principi dell’AI pubblica?

Come vengono controllati i modelli?

Quali dati possono conservare?

Un cittadino può sapere perché il sistema gli ha fornito una determinata risposta?

Può scegliere un modello diverso?

Può cancellare completamente ciò che il proprio agente conosce di lui?

E soprattutto: può decidere di non utilizzarlo senza essere progressivamente escluso da una società progettata intorno all’AI?

Sono domande che presto riguarderanno molti altri Paesi.

E l’Europa?

L’esperimento coreano pone infine una questione inevitabile per l’Europa.

L’Unione Europea ha scelto di diventare uno dei principali laboratori mondiali della regolamentazione dell’intelligenza artificiale.

È importante.

Ma potrebbe non essere sufficiente.

Perché esiste una differenza sostanziale tra stabilire le regole con cui l’intelligenza artificiale deve operare e possedere le infrastrutture tecnologiche necessarie per costruirla.

La sovranità digitale richiede entrambe le cose.

Richiede regole europee, ma anche modelli europei, data center europei, capacità computazionale europea, ricerca europea e imprese capaci di competere.

Altrimenti rischiamo un curioso paradosso: diventare bravissimi a stabilire le regole di tecnologie costruite da altri.

La Corea del Sud sta tentando una strada differente.

Sta cercando contemporaneamente di sviluppare i propri modelli, costruire un ecosistema industriale, stabilire le proprie regole e rendere l’intelligenza artificiale disponibile a tutta la popolazione.

Non sappiamo ancora se funzionerà.

Ma il principio che sta sperimentando potrebbe diventare uno dei grandi temi politici dei prossimi anni.

Nel Novecento la sovranità di un Paese passava anche dal controllo dell’energia, delle telecomunicazioni e delle infrastrutture industriali.

Nel XXI secolo potrebbe passare sempre più dal controllo delle infrastrutture attraverso cui pensiamo, decidiamo e interpretiamo il mondo.

Ed è probabilmente questa la vera portata dell’esperimento coreano.

Fonti e approfondimenti

Ministry of Science and ICT – Republic of Korea, MSIT Begins “AI for All Project” to Offer AI Services through a Sovereign AI Model, 13 luglio 2026.
https://www.msit.go.kr/eng/bbs/view.do?bbsSeqNo=42&mId=4&mPid=2&nttSeqNo=1285&sCode=eng

Ministry of Science and ICT – Republic of Korea, Selected Consortiums Announced for AI for All Project, agosto 2026.
https://www.msit.go.kr/eng/bbs/view.do?bbsSeqNo=42&mId=4&mPid=2&nttSeqNo=1300&sCode=eng

Korea.net – Official Website of the Republic of Korea, Public service “AI for Everyone” set for launch within this year, 14 luglio 2026.
https://www.korea.net/NewsFocus/policies/view?articleId=295887

Ministry of Science and ICT – Republic of Korea, An Unrivaled Korea, Happy Together Through AI and Science and Technology – Key Policy Tasks for the Second Half of 2026, 2026.
https://english.msit.go.kr/eng/bbs/view.do?bbsSeqNo=42&mId=4&mPid=2&nttSeqNo=1284&sCode=eng

European Commission, AI Factories – Shaping Europe’s digital future, aggiornamento 12 agosto 2026.
https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/ai-factories

UNESCO, Recommendation on the Ethics of Artificial Intelligence, adottata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 2021.
https://www.unesco.org/en/artificial-intelligence/recommendation-ethics

OECD – Lorenz, P., Perset, K., Berryhill, J., Initial policy considerations for generative artificial intelligence, OECD Artificial Intelligence Papers, n. 1, OECD Publishing, Parigi, 2023.
https://doi.org/10.1787/fae2d1e6-en

OECD, Artificial Intelligence – Policy Issues. Analisi dei benefici dell’AI e dei rischi relativi a privacy, sicurezza, discriminazione e autonomia umana.
https://www.oecd.org/en/topics/policy-issues/artificial-intelligence.html

International Monetary Fund – Brollo, F., Dabla-Norris, E., de Mooij, R., Garcia-Macia, D., Hanappi, T., Liu, L., Nguyen, A.D.M., Broadening the Gains from Generative AI: The Role of Fiscal Policies, IMF Staff Discussion Notes 2024/002, 17 giugno 2024.
https://doi.org/10.5089/9798400277177.006

Tian, J., Zhang, R., Outsourcing thinking to AI? Focused immersion, AI dependency, and the double-edged impact on critical thinking, Humanities and Social Sciences Communications, vol. 13, 2026.
https://doi.org/10.1057/s41599-026-07153-8

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