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Twitter, si allarga la schiera di aziende che congelano i budget pubblicitari dopo l’arrivo di Elon Musk

Prima la riattivazione dell’account dell’ex Presidente USA Donald Trump, poi l’impennata di tweet razzisti e complottisti. Infine, l’epurazione del CdA e il licenziamento in tronco, comunicato via eMail, di circa metà del personale di Twitter. E i big spender dell’advertising prendono le distanze

05 Nov 2022

Annalisa Casali

È l’uomo più ricco del pianeta, tanto invidiato quanto (mai come in questo periodo) odiato. Si tratta di Elon Musk, il Re Mida dell’innovazione a 360 gradi. Dai pagamenti (ha fondato PayPal) alla mobilità elettrica (è il CEO di Tesla), dalla Space Economy (è tra i fondatori di SpaceX) ai treni super veloci (ha ideato il progetto Hyperloop, con l’aiuto del magnate britannico Richard Branson e della sua Virgin), non c’è progetto a cui abbia partecipato che non sia diventato un caso di studio in qualche facoltà di economia.

Negli ultimi mesi, Musk aveva “messo gli occhi” su Twitter, la piattaforma social dei post brevissimi, e qualche giorno fa ne ha perfezionato l’acquisizione per la cifra stratosferica di 44 miliardi di dollari. Una somma che in molti reputano parecchio superiore al valore reale del Social Media, che sta già iniziando a perdere il supporto di molti grandi inserzionisti.

I guai di Twitter

Numerosi big spender dell’advertising su Twitter stanno infatti prendendo le distanze dal nuovo corso della piattaforma.

Il licenziamento in tronco di oltre la metà della forza lavoro, e la conseguente class action già annunciata dagli ex dipendenti, è solo l’ultima di una lunga serie di azioni sconcertanti che hanno fatto indispettire gli inserzionisti pubblicitari.

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Prima c’è stata la riattivazione dell’account dell’ex Presidente USA Donald Trump, sospeso a tempo indeterminato per aver violato ripetutamente le policy del Social Network incitando alla violenza e alla sommossa sociale. Poi è stato il turno dei “cinguettii” complottisti di Musk, e dell’attacco diretto al marito della speaker della camera americana, Nancy Pelosi.

L’ipotesi (ormai una certezza) di introdurre una modifica sostanziale alle politiche di moderazione dei contenuti, che ridurrebbe drasticamente i tweet cancellabili, ha destato parecchie preoccupazioni. Uno studio del Network Contagion Research Insitute, poi, dimostrerebbe l’incremento consistente (+500%) di tweet dai contenuti complottisti, antisemiti e razzisti sulla piattaforma.

L’azzeramento del CdA di Twitter (con buonuscite consistenti per i top manager) ha anticipato di poco il licenziamento in massa di oltre la metà dei dipendenti di Twitter – 3.750 collaboratori su 7mila, valutati solo in base delle performance dell’ultimo mese e avvisati tramite una eMail alla casella personale. Peraltro alcuni di questi sarebbero anche stati riconvocati perché licenziati per errore.
Una serie di “decisione necessarie”, a detta di Musk stesso, visto che al momento il social dell’uccellino blu perde circa 4 milioni di dollari al giorno.

Non esistono pasti gratis

E mentre cresce il dissenso da parte di personaggi dello star system americano, anche gli inserzionisti, che pesano per il 90% del fatturato dell’azienda, prendono le distanze. Evidentemente poco in sintonia con il “nuovo corso” della piattaforma, molti big brand hanno deciso di congelare temporaneamente i propri investimenti pubblicitari, preoccupati di come potrà cambiare il Social Network sotto la guida del magnate sudafricano.

Quello che è certo è che anche il modello di generazione dei ricavi cambierà e anche questo preoccupa non poco gli inserzionisti. Musk stesso, infatti, ha anticipato che la famosa spunta blu degli account certificati come ufficiali dal social, tanto amato dalle aziende consumer, non sarà più gratuita ma soggetta a una sottoscrizione mensile del costo di 8 euro (cifra che probabilmente verrà rivista al ribasso dopo le prime reazioni negative).

Chi sono i big spender che hanno preso le distanze da Twitter

Le defezioni si accumulano di ora in ora. Hanno iniziato General Motors e Volkswagen nell’automotive, e poi Mondelez e Coca-Cola nel food&beverage, a cui si aggiungono il colosso del pharma Pfizer e quello del finance American Express. E ancora, Johnson & Johnson, Mattel, Spotify e L’Oréal, che figura nella top ten dei maggiori inserzionisti ADV al mondo.

Musk però tira dritto e sfodera il sarcasmo che da sempre lo contraddistingue. Basta pensare che ha fatto il suo ingresso nel quartier generale dell’azienda acquisita con in braccio un lavandino, annunciando “Let that sink in!”, un modo di dire che significa più o meno “Fatevene una ragione!”, giocando sul significato della parola sink, che vuol dire, appunto, lavandino.

Se questo non bastasse, nei giorni scorsi ha anche cambiato il sottotitolo del suo profilo Twitter personale da “CEO di Tesla” a “Operatore del servizio reclami di Twitter”

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Annalisa Casali

Giornalista professionista, da oltre vent’anni scrive di innovazione del business in chiave digitale ma senza tradire il suo “primo amore”, il marketing. Curiosa per natura, cerca di spiegare le tecnologie e i tech trend con un linguaggio semplice.

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