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Reportage

Sharing Economy in Italia: parlano Enjoy, Supermercato24 e BlaBlaCar

Tre protagonisti di primo piano del mercato spiegano i loro modelli di business in forte crescita: «L’obiettivo è rispondere a esigenze insoddisfatte e adattarsi agli sviluppi inaspettati, ma non sta a noi tirare conclusioni sull’impatto sociale». Terranova (Cgil): non è la fine del lavoro, ma una profonda trasformazione

02 Ott 2018

Daniele Lazzarin

Abbiamo parlato in un recente articolo del convegno “Sharing Economy: dal possesso all’accesso” organizzato dagli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. In quell’articolo siamo scesi nel dettaglio della prima parte del convegno, con gli interventi di due docenti del Politecnico di Milano, Antonio Ghezzi e Fabio Sdogati, che hanno analizzato la Sharing Economy da prospettive diverse: Ghezzi ha descritto un’analisi del mercato su scala mondiale fatta dagli Osservatori, con classificazione dei modelli di business principali, mentre quella di Sdogati è stata una lettura macroeconomica “controcorrente” del fenomeno.

In questo articolo invece approfondiremo la seconda parte dell’evento, in cui hanno parlato tre protagonisti primari della Sharing Economy in Italia – Enjoy, Supermercato24, e BlaBlaCar – nonché Paolo Terranova, sociologo e Presidente Agenquadri Cgil, in rappresentanza del mondo del lavoro.

Enjoy: senza lo smartphone non esisteremmo

«Enjoy è arrivata a oltre 15 milioni di noleggi con 715mila iscritti in 4 anni e mezzo (il convegno si è tenuto a fine marzo, ndr), quindi molto oltre le previsioni – ha detto Giuseppe Macchia, Responsabile Smart Mobility Services di Eni Fuel -. Il digitale è fondamentale, senza gli smartphone non esisteremmo: abbiamo cercato di digitalizzare il più possibile la customer experience. I nuovi iscritti sono 500-600 al giorno: all’inizio erano giovani senza auto di proprietà, come previsto, poi si sono aggiunti i genitori, che hanno provato il servizio e ne hanno verificato la facilità: lo usano in altre città, ma anche nella propria, per entrare nelle ZTL. Ora il target è chi vive in una grande città e ha esigenze di mobilità, 9 milioni di persone secondo le ricerche di mercato, per cui abbiamo ancora enormi potenzialità».

Supermercato24: spesa online in Italia, Milano è un caso a parte

«Siamo un servizio di spesa online nel supermercato preferito, e consegna a casa in giornata – spiega Federico Sargenti, AD di Supermercato24 -. Copriamo sia l’esigenza del consumatore senza tempo o possibilità (bambini a casa, disabili, ecc.) di fare la spesa fisicamente, sia quella del retailer di aprire un canale online con poco rischio e investimento. In Italia l’eCommerce del Food è agli albori: Milano è un caso a sè, per chi vive in provincia raramente c’è un servizio di spesa online e consegna a casa, ai retailer alimentari classici non conviene economicamente, ma con noi possono attivare un canale online usando il punto vendita fisico come magazzino. Il target iniziale erano i millennial, ma oggi il 75% ha più di 35 anni e circa il 70% sono donne. Non investiamo in asset fisici ma in persone, software, sviluppo: siamo 50 persone di cui 20 sviluppatori».

BlaBlaCar: fiducia e tecnologie per “massificare” il passaggio in auto

BlaBlaCar si è posizionata da subito nel pooling, una piccola porzione della Sharing Economy, ma ha raggiunto ben 60 milioni di iscritti in 22 paesi, di cui 3 milioni in Italia, sottolinea il country manager Andrea Saviane. «L’idea di “dare un passaggio”, di condividere un’auto per fare lo stesso percorso esiste da sempre, abbiamo sfruttato momento storico e tecnologie per “massificare” questa tendenza semplificando l’organizzazione. Abbiamo puntato sulla sicurezza di persone e pagamenti, sulla fiducia, con profili, recensioni, e un meccanismo di prenotazione che garantisce la transazione. Abbiamo coperto una domanda di mobilità insoddisfatta, tra città non ben collegate, sempre rispettando la legge ed escludendo il lucro. I conducenti sono diversi dai passeggeri, hanno età più alta (35-50 anni contro 30). Il passeggero sceglie BlaBla Car perché è l’opzione più comoda, non perché costa meno. L’intensità d’investimento è bassa, ed è soprattutto in marketing, ricerca e sviluppo, risorse umane».

«Non credo che la Sharing Economy sia la fine del lavoro, ma è una profonda trasformazione – ha detto Paolo Terranova, Presidente Agenquadri Cgil -. Per ora non sono emerse alternative al lavoro dipendente come principale fonte di reddito e anche di emancipazione sociale, oltre allo studio. Lavoro, studio e ceto medio nel ‘900 hanno tenuto in piedi le democrazie occidentali, adesso occorre trovare il modo di non creare asimmetrie che possono diventare differenze sociali ed economiche incolmabili».

Un segno dei tempi: l’auto Enjoy per il giorno del matrimonio

Le valutazioni sull’impatto sociale della Sharing Economy però non toccano alle imprese, concordano i manager di Eni, Supermercato24 e BlaBla Car. «Sul ruolo sociale non mi pronuncio – ha detto Sargenti -: l’obiettivo di una startup è rispondere a un’esigenza scoperta, e poi adattarti agli sviluppi inaspettati, per esempio noi come ho detto ci aspettavamo i millennial come clienti e invece prevalgono gli over 35, e serviamo anche bar e conventi».

«Noi per Eni siamo innovazione attraverso la diversificazione, il mandato è migliorare il servizio e renderlo fruibile a più persone. Pochi giorni fa (fine marzo, ndr) abbiamo aggiunto il trasporto di cose (cargo) – spiega Macchia -. Vediamo i cambiamenti nelle abitudini delle persone: ben quattro ragazze per esempio ci hanno chiesto di poter usare un’auto Enjoy per il loro matrimonio, e con il car sharing anche gli anziani si sono abituati ad aprire le portiere con lo smartphone. Ma non sta a noi tirare conclusioni».

«Anch’io non ho la capacità di leggere il fenomeno dal punto di vista sociale – aggiunge Saviane -. Non stiamo cambiando il mondo, ma siamo motori di innovazione e grazie a noi ci sono meno auto in circolazione, il che è sicuramente un beneficio per l’ambiente».

Le conclusioni sono state di Terranova. «È una fase di transizione, da gestire con grande attenzione: c’è tantissimo lavoro ma sono lavoretti con cui si vive appena, danno poche certezze, c’è meno propensione al consumo e a investire sul futuro, e se cala la domanda, anche fare innovazione sarà sempre più complicato. E difficilmente il modello del reddito minimo garantito sarà la soluzione: non credo possa reggere nel lungo periodo».

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