Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Smart Manufacturing

Componentistica auto e Industria 4.0: più della metà ha investito ma pochi hanno un piano

In un settore in salute, che in Italia vale oltre 46 miliardi di euro (di cui il 42% legato a FCA), il 57% dei 2190 operatori ha avviato almeno un’iniziativa di digitalizzazione della produzione, ma solo 3 su 10 hanno sfruttato il Piano Calenda. Le aree prevalenti per i progetti Industria 4.0 sono Produzione, Qualità, Logistica e Manutenzione

25 Ott 2018

Daniele Lazzarin

Le imprese della componentistica auto in Italia investono in tecnologie Industria 4.0 più della media nazionale, ma finora hanno utilizzato poco il Piano Calenda, perché conoscono poco le soluzioni e gll incentivi disponibili. È uno dei molti responsi del ricco report 2018 dell’Osservatorio sulla componentistica italiana, presentato pochi giorni fa e realizzato da ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica), Center for Automotive and Mobility Innovation (CAMI) dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, e Camera di commercio di Torino.

In tutto il settore della componentistica auto in Italia conta 2190 operatori e un fatturato 2017 di 46,5 miliardi di euro riconducibili al settore auto (+6,9% rispetto al 2016), con oltre 156mila addetti (+1,3%).

Il 74% delle imprese del settore esporta, e i mercati di riferimento sono quelli più vicini: Germania, Francia, Polonia, Spagna e Regno Unito. Solo il 4% fa business in Nord America e il 3% nell’Asia/Pacifico. L’export del comparto ha superato i 21 miliardi di euro (+6%), ed è in accelerazione anche nel primo semestre 2018 (+7,8%), così come gli ordinativi esteri (+5,6%).

Per ragioni storiche ben conosciute, una parte consistente dei produttori di componentistica auto italiana si concentra in Piemonte (40% del fatturato di settore). I dati dell’Osservatorio evidenziano la dipendenza del settore da Fiat Chrysler Automobiles (FCA), addirittura aumentata negli ultimi anni a causa dei buoni risultati del gruppo italo-americano. Tre imprese del settore su 4 hanno infatti FCA come cliente, la quota di fatturato settoriale generato dal business con FCA è del 42% (era il 37% nel 2016). E per il 41% dei componentisti in Italia il cliente FCA rappresenta oltre la metà del fatturato.

L’Osservatorio si basa su su 467 questionari (partecipanti diretti all’indagine) e sull’analisi dei bilanci di tutti i 2190 operatori del settore, che comprende integratori di sistemi e fornitori di moduli (ai vertici della catena di fornitura, con stabilimenti collocati in prossimità del costruttore), specialisti “puri” (produttori di componenti ad alta innovazione, tra cui telematica e infomobilità), specialisti in motorsport, specialisti in aftermarket, subfornitori di parti, componenti e lavorazioni, e attività di E&D (engineering e design).

Per quanto riguarda l’area ricerca e sviluppo, l’Osservatorio rileva una diminuzione di operatori che hanno introdotto innovazioni di prodotto (56% rispetto al 58% del 2017), ma un aumento della quota di imprese che realizza tali innovazioni tramite processi collaborativi oltre i confini dell’impresa, con un netto calo dell’innovazione prodotta “in casa”.

I forti cambiamenti nell’approccio alla mobilità delle persone, la crescente rilevanza delle questioni ambientali, e la sempre maggiore sensibilità al tema della sicurezza – spiega l’Osservatorio – sono i principali driver di innovazione nell’automotive, e quindi nella componentistica auto.

Il 31% delle imprese del settore ha partecipato nel triennio 2015-2017 a di progetti ad alto contenuto tecnologico in questi campi: di queste il 60% ha preso parte a progetti su motorizzazioni e powertrain elettrici e ibridi, il 51% su nuovi materiali, il 15% su veicoli connessi (Smart Car) e il 15% sulla guida autonoma (driverless o self-driving car).

«È una filiera che investe poco nella ricerca e sviluppo, con l’intento di seguire piuttosto che anticipare le esigenze del cliente – commenta Francesco Zirpoli, Direttore scientifico del CAMI dell’Università Ca’ Foscari -. Vanno ad esempio potenziati gli investimenti in ricerca e sviluppo nelle nuove tecnologie legate alle propulsioni alternative e all’auto a guida autonoma: sia FCA sia eventuali nuovi player che volessero entrare in Italia necessitano infatti di una filiera propositiva sulle nuove tecnologie, affidabile e flessibile in termini di capacità di sviluppo prodotto e di produzione».

Venendo specificamente al capitolo su Industria 4.0, l’Osservatorio ha cercato di capire se, e in quali aree, le imprese dell’auto stanno investendo nelle tecnologie di digitalizzazione della produzione, chi sono queste imprese, se hanno beneficiato degli incentivi del Piano Industria 4.0 (Piano Calenda), e quali sono i principali rischi e vincoli che possono frenare l’attivazione di iniziative Industria 4.0.

Il primo responso è che, delle 441 imprese che hanno risposto al sondaggio, il 57% ha avviato almeno un’iniziativa Industria 4.0, di cui il 30% all’interno di un piano strategico di implementazione graduale, che in alcuni casi (6%) è priorità strategica aziendale. I dati suggeriscono quindi che non solo le imprese pioniere e innovatrici hanno fatto i primi investimenti, ma anche la maggioranza anticipatrice si sta muovendo, si legge nel report. L’Osservatorio infatti considera come riferimento la ricerca “La diffusione delle imprese 4.0 e le politiche: evidenze 2017” del Ministero dello Sviluppo Economico – che parla di un 35,5%di di medie imprese e un 47% di grandi imprese – concludendo che la componentistica auto ha investito più della media nazionale.

L’identikit dell’impresa 4.0 del settore mostra una realtà di grandi dimensioni, in crescita, che investe molto in R&S, e che si colloca negli strati più alti della piramide di fornitura. Inoltre le aree in cui ricadono gli investimenti Industria 4.0 della componentistica auto sono quelli più tradizionali del manifatturiero: nell’ordine Produzione (39%), Qualità (27%), Logistica (18%) e Manutenzione (14%). Meno del 10% segnala investimenti nel Supply Chain Management, nella gestione risorse umane, e nelle aree Marketing, Vendite e post vendita.

Infine gli ostacoli: i principali rischi e vincoli all’attivazione di iniziative Industria 4.0 sono il costo dell’iniziativa (28% dei rispondenti), la cultura aziendale e capacità di valutazione delle opportunità (17,5%) e la scarsa disponibilità di risorse interne (17,5%).

Seguono poi altri fattori riconducibili alla scarsa conoscenza del mondo 4.0 (soluzioni disponibili, incentivi, possibili partner, comunicazione lungo la filiera) che pesano poco singolarmente ma nel complesso coprono il 56% delle motivazioni di ostacolo all’investimento. Questo aiuta a spiegare lo scarso ricorso al Piano Calenda (solo il 29% delle imprese rispondenti ha sfruttato almeno un incentivo), in controtendenza rispetto al quadro nazionale.

Nel complesso, conclude il report, i dati mostrano un settore dinamico, che guarda con interesse a Industria 4.0 ma in cui come al solito sono le imprese più performanti e innovative a investire di più, e gli incentivi a oggi sono stati utilizzati solo da una minoranza. «Per i policy maker si prospettano attività a sostegno degli investimenti di quella maggioranza ritardataria che vedrebbe con favore un alleggerimento dei costi e un aiuto ad acquisire le necessarie competenze, ma che prima ancora ha bisogno di maggiori informazioni e trasparenza per costruire un piano 4.0, e per capire con quali partner operare».

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 4