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Circular economy

Rifiuti elettronici, il riciclo è scarso e la famiglia RAEE continua ad allargarsi

Gli oggetti RAEE dismessi sono un’emergenza. L’ITU li quantifica in 45 milioni di tonnellate, in crescita del 17% entro il 2021. E i rifiuti elettronici aumentano: vanno riciclati anche e-bike, monopattini elettrici, hoverboard, auricolari bluetooth, sigarette elettroniche, droni e, in futuro, seggiolini anti-abbadono

18 Ott 2019

Patrizia Licata

Produciamo sempre più rifiuti elettronici e ne ricicliamo troppo pochi. E il numero di oggetti da riciclare aumenta. Se un  tempo erano frigoriferi, lavatrici e radio, oggi ci sono gli smartphone, i computer e i telecomandi, ma anche le e-bike, i monopattini elettrici, gli hoverboard, i droni, gli auricolari bluetooth e, quando saranno in commercio, i seggiolini anti-abbandono. E l’elenco continua ad allungarsi. Sono tutti prodotti riciclabili per oltre il 90% del loro peso: dai rifiuti elettronici è possibile ottenere importanti quantitativi di plastica, ferro, alluminio e vetro.

Rifiuti elettronici, un problema globale. Milano spicca in Europa

Secondo The Global E-Waste Monitor 2017, lo studio condotto dall’agenzia ONU per le telecomunicazioni (ITU) insieme alla United Nations University (UNU) e alla International Solid Waste Association (ISWA), nel 2016 sono stati generati nel mondo 44,7 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici (quelli che in Italia conosciamo con la sigla RAEE, Rifiuti di apparecchi elettrici e elettronici): si tratta di un incremento dell’8% rispetto al 2014, e solo il 20% è stato riciclato: 8,9 milioni di tonnellate. Gli esperti prevedono un ulteriore incremento del 17% dei rifiuti elettronici entro il 2021 fino a un totale di 52,2 milioni di tonnellate. Riuscire a riciclare sarà sempre più indispensabile.

In Italia, è Milano all’avanguardia: è una delle metropoli europee più virtuose in termini di raccolta differenziata, che nel 2018 ha sfiorato la percentuale del 60%. Grazie a 8 eco-isole per la raccolta dei RAEE, nel corso del 2018 Amsa ne ha raccolto 3.344 tonnellate, il 42% dei quali appartenenti alla categoria R4, ovvero i piccoli elettrodomestici.

«Se guardiamo ai principi dell’economia circolare, i RAEE rappresentano un’importante risorsa: si possono recuperare plastica, ferro, alluminio e vetro», spiega Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight, consorzio nazionale non a fini di lucro che si occupa della gestione dei RAEE, delle pile e degli accumulatori esausti. «La corretta gestione di un RAEE inizia però dalla sua conoscenza: sapere che il monopattino elettrico o l’e-bike, che magari abbiamo appena regalato a nostro nipote, quando non funzionerà più dovrà essere conferito separatamente è il punto di partenza per dare vita ad una catena di valore».

La crescita dei dispositivi rigenerati

Invece di gettare il dispositivo giunto a fine vita, un’alternativa è rigenerarlo. Quello dei dispositivi rigenerati è un segmento di mercato in continua crescita, che si stima nel 2020 in Europa varrà oltre 10 miliardi di euro, dando un significativo contributo a risolvere il problema dello smaltimento dei RAEE. Nonostante i device rigenerati possano garantire prestazioni equiparabili ai dispositivi nuovi, a fronte di una spesa nettamente inferiore, ancora oggi continuano a trovare resistenze e dubbi dei clienti, che temono di incappare in acquisti di breve durata e dubbia efficienza, spiegano dalla startup specializzata Refurbed, specificando che le cose potrebbero cambiare in fretta, anche perchè i risparmi sono notevoli. Nell’ultimo anno sono cresciute moltissimo le richieste di computer e smartphone anche da parte di uffici e aziende.

Smaltire la Internet of Things

Si è già detto come, nell’era dell’hi-tech, del digitale e della connettività pervasiva, i dispositivi elettronici (tutto ciò che ha una batteria o una spina, definisce l’ITU) si siano moltiplicati: oltre a televisori ed elettrodomestici, computer, stampanti, smartphone, giocattoli elettronici, wearable, sensori, chip, meritano una particolare attenzione la nuova ondata di oggetti intelligenti legati all’Internet of Things. Lo studio dell’ITU mira non solo a fornire numeri certi sugli oggetti elettronici che buttiamo, ma a illustrare le conseguenze che il cosiddetto e-waste, non riciclato e smaltito irregolarmente, ha per l’ambiente e per la nostra salute. Come cambiare passo? Con leggi adeguate e controlli sulla compliance.

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Lo studio mette in evidenza il buon lavoro svolto dai paesi che hanno adottato regole sull’e-waste: si tratta di 67 nazioni dove risiede il 66% della popolazione globale; nel 2014 meno della metà della popolazione mondiale (il 44%) era protetta da leggi sul trattamento dei RAEE. L’Italia in particolare ha recepito la Direttiva europea 2012/19/EU secondo cui, dal 2019, il tasso minimo di raccolta annua è il 65% del peso medio delle apparecchiature immesse sul mercato.

Le strategie governative svolgono un ruolo importante perché definiscono degli standard di comportamento e degli obblighi che guidano le azioni di tutti gli attori della filiera interessata dalla gestione dell’e-waste, sottolinea l’ITU. «La gestione dei rifiuti elettronici è una questione urgente in un mondo sempre più dipendente dalle tecnologie digitali e in cui l’uso dei dispositivi elettronici è in costante aumento. Dobbiamo smaltire in modo sicuro i rifiuti della nostra società dell’informazione e della comunicazione», ha ribadito il segretario generale.

Opportunità economiche

Proteggere l’ambiente è uno dei pilastri dello sviluppo sostenibile incluso dall’ITU negli obiettivi della Connect 2020 Agenda firmata dai paesi membri dell’ente di Ginevra. Ma riciclare e smaltire in modo sicuro i rifiuti elettronici dà sempre più spesso anche ritorni economici e competitivi. Per esempio l’e-waste contiene metalli preziosi come oro, argento, rame, platino e palladio, che possono essere recuperati: secondo l’ITU, i materiali riutilizzati estratti dai RAEE nel 2016 hanno un valore di 55 miliardi di dollari. Inoltre l’industria dello smaltimento e del riciclo degli apparecchi elettronici crea ricchezza e posti di lavoro in ogni nazione.

Un ulteriore aspetto sempre più importante è il ritorno d’immagine legato alla comunicazione delle proprie strategie di riciclo, smaltimento e sostenibilità aziendale, comunicazione che è stata resa obbligatoria per le grandi aziende quotate dal D. Lgs. 254/2016 “Rendicontazione non finanziaria”. In generale, sono sempre più numerose le imprese che applicano i principi della Circular Economy, secondo cui progettando opportunamente i prodotti è possibile riciclarli interamente, in modo che non solo non inquinino ma contribuiscano ulteriormente a creare ricchezza.

Big Data per gestire la sfida dei rifiuti elettronici

Disporre di dati non solo sul numero di dispositivi, ma anche sui rischi dello smaltimento illegale è la base di partenza, ma ad oggi non esistono cifre aggiornate e comparabili su scala globale. Per questo l’ITU, l’UNU e l’ISWA hanno lanciato a luglio la “Global Partnership for E-waste Statistics”: l’obiettivo è aiutare i paesi a produrre statistiche sull’e-waste e a costruire un database globale dei rifiuti elettronici per studiarne sviluppi e impatti nel tempo, compresi gli effetti sull’inquinamento e la salute delle persone.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
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