GUIDE E HOW-TO

Dichiarazione non finanziaria, mettere nero su bianco le performance ambientali e sociali

Questo particolare documento è una rendicontazione degli impegni in ambito ESG che l’organizzazione porta avanti, in termini di impatto ambientale e sociale, tutela dei lavoratori (comprese le politiche orientate alla parità di genere), lotta alla corruzione e rispetto dei diritti umani. Ecco di cosa si tratta, perché può essere un potente strumento di marketing e comunicazione e chi ha l’obbligo di farla per legge

17 Mag 2022

Annalisa Casali

La dichiarazione non finanziaria (DNF) occupa un posto di rilievo nei piani di comunicazione delle grandi aziende, chiamate a fare la loro parte per migliorare la sostenibilità ambientale, l’inclusione e l’equità sociale. Il Covid ha accresciuto la sensibilità degli individui rispetto a questi temi, che sono ormai legati indissolubilmente a diversi aspetti della vita, dalla mobilità ai modelli di consumo.

La Corporate Social Responsability nella disciplina d’impresa

Sotto i riflettori ci sono, in particolare, i temi ESG (Environment, Social & Governance) e la capacità di fare impresa in modo più etico e circolare, senza sacrificare il profitto ma restituendo alla comunità di riferimento, ai consumatori, ai dipendenti una quota del valore realizzato sotto forma di un uso più rispettoso delle materie prime e dell’energia, di progetti di inclusione sociale e crescita personale. Questa è quella che nel mondo anglosassone viene definita Corporate Social Responsibility (in italiano responsabilità sociale d’impresa), l’insieme delle azioni realizzate per affrontare attivamente le problematiche di impatto etico e sociale e incorporarle negli obiettivi di business. Un impegno che sempre più spesso si esprime “nero su bianco”. La dichiarazione non finanziaria e il bilancio di sostenibilità stanno diventando prassi consolidate non solo nelle grandi aziende ma anche nelle realtà più piccole, che vedono nella capacità di comunicare in modo efficace il proprio impegno verso temi rilevanti per la collettività un’ottima opportunità per ingaggiare non solo i clienti finali ma anche i business partner, gli investitori e i dipendenti.

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Cos’è la dichiarazione non finanziaria

Il documento in cui vengono identificate, evidenziate le implicazioni di natura etica del business e integrate nella visione strategica è chiamato dichiarazione non finanziaria. Rappresenta la formalizzazione della volontà dei vertici aziendali e dei soci di gestire in modo efficace, inclusivo e circolare le problematiche di impatto sociale ed etico. I criteri ESG, infatti, pesano in modo sempre più rilevante sulla percezione del valore di un’azienda e sui suoi risultati di business. In un mondo in cui la sensibilità verso il rispetto dell’ambiente e il benessere sociale è sempre più alta, sono molti i consumatori disposti a premiare l’impegno concreto delle aziende dimostrato su temi per loro importanti. La relazione non finanziaria spiega in modo dettagliato le politiche adottate e i rischi che l’azienda corre relativamente all’impatto della propria attività sulla sicurezza e la salute (pubblica e dei propri collaboratori), l’ambiente, il rispetto dei diritti umani nella, la lotta alla corruzione.

Chi deve farla?

L’obbligo riguarda gli enti di interesse pubblico, come banche o assicurazioni, a prescindere dalla dimensione, e le aziende quotate, con almeno 500 dipendenti e un bilancio consolidato che soddisfi almeno uno di questi due criteri:

  • Attivo di stato patrimoniale superiore a 20mila euro
    oppure
  • Ricavi netti superiori a 40mila euro

La dichiarazione non è invece obbligatoria per le PMI non quotate e le microimprese, che potranno comunque optare per il reporting di sostenibilità per migliorare la trasparenza del proprio operato nei confronti di loro soci e clienti. Anche le aziende più piccole, infatti, hanno finalmente compreso quanto sia importante la leva dalla sostenibilità del business e sono sempre più numerose quelle che pubblicano il proprio bilancio di sostenibilità o altri report ESG pur non essendo obbligate per legge a farlo.

Cosa dice la direttiva 2014 95 EU (Non Financial Reporting Directive)

La Direttiva UE 95 del 2014, la cosiddetta Non Financial Reporting Directive (NFRD), ha modificato una direttiva precedente (la 34/2013) ed esteso l’obbligo di reporting sulle tematiche sociali e ambientali a una platea più ampia di aziende quotate ed enti di interesse pubblico.

La Direttiva è stata recepita dal nostro Paese con il DL 254/2016, che l’ha resa operativa a partire dal 1° gennaio del 2017. La norma prevede che la dichiarazione non finanziaria possa essere integrata nel bilancio d’esercizio oppure pubblicata separatamente e rappresenta un tassello importante nell’evoluzione dei processi di rendicontazione ESG. Nelle intenzioni del legislatore c’è la volontà di facilitare l’accesso alle informazioni non finanziarie da parte dei soggetti interessati, aumentare la trasparenza della comunicazione, favorire l’adozione di comportamenti virtuosi, migliorare la fiducia degli investitori. Le imprese che non adottano politiche specifiche in uno o diversi ambiti citati nella Direttiva dovranno indicare le motivazioni della scelta, in conformità al principio del comply or explain. Ovviamente, anche le aziende non sottoposte all’obbligo possono presentare il proprio piano di sostenibilità, in forma volontaria, senza essere assoggettate ai controlli di legge previsti invece per quelle vincolate a farlo dalla Direttiva.

La riforma della dichiarazione non finanziaria (Corporate Sustainability Reporting Directive)

Il 21 aprile 2021, la Commissione Europea ha avanzato una proposta di modifica della NRFD battezzata Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD, tradotta in italiano come Direttiva Reporting Societario di Sostenibilità). La proposta punta ad estendere la platea di soggetti economici su cui ricade l’obbligo di informativa ESG a tutte le grandi società europee non quotate e a tutte le società quotate (europee e non) fatta eccezione per le sole microimprese. In pratica, verrebbero assoggettate all’obbligo di redigere la dichiarazione non finanziaria anche tutte le PMI, che secondo fonti ufficiali rappresentano il 99% delle aziende UE. La legislazione proposta prevede che gli Stati Membri recepiscano la modifica alla CSRD entro il 1 dicembre 2022 e che le disposizioni individuate si applichino a partire dal 1 gennaio 2023 (con i primi report pubblicati a partire dal 2024). Per le PMI, l’obbligo di redigere l’informativa entrerebbe in vigore però a partire dal 1 gennaio 2026 (con le prime dichiarazioni pubblicate a partire dal 2027). L’attenzione del legislatore si sofferma in particolare sul principio di doppia materialità (d’impatto e finanziaria) per cui si chiederà alle aziende di rendicontare come i criteri ESG influiscono sulle performance finanziarie dell’azienda e viceversa.

Cosa deve contenere il documento di rendicontazione non finanziaria

Il report deve contenere tutte le informazioni necessarie alla comprensione del modello di gestione e organizzazione aziendale per le attività rilevanti ai fini della sostenibilità del business. Gli ambiti minimi da trattare per legge sono cinque:

  1. Impatto ambientale: consumi di risorse energetiche e idriche, distinguendo quelle prodotte da fonti rinnovabili e non, emissioni di gas serra e inquinanti, con indicazione specifica di quelle di anidride carbonica (CO2).
  2. Impatto sociale: impatto attuale e futuro dell’attività aziendale sulla salute e sulla sicurezza dei membri della società, in termini di rischio sanitario e altre tipologie di pericoli. Sviluppo sociale e culturale dei territori in cui opera l’azienda attraverso il sostegno di iniziative specifiche.
  3. Tutela dei lavoratori: indicazione delle iniziative intraprese per contrastare lo sfruttamento del lavoro minorile e del caporalato, migliorare l’ambiente di lavoro, garantire inclusione e parità di genere.
  4. Tutela dei diritti umani: elenco delle azioni messe in atto per impedire qualsiasi violazione dei diritti umani o discriminazione.
  5. Contrasto alla corruzione: indicazione degli strumenti utilizzati per sconfiggere la corruzione attiva (che esponenti dell’azienda potrebbero mettere in atto) e quella passiva (di cui l’azienda potrebbe essere vittima).

Le aziende sono tenute a produrre queste informazioni a partire dai bilanci chiusi al 31 dicembre 2017, indicando in dettaglio il modello organizzativo e gestionale dell’azienda, le politiche attuate in merito a tutti gli aspetti non prettamente finanziari, i risultati delle azioni intraprese, la gestione dei rischi e gli indicatori di prestazione (KPI) misurati dall’azienda sui parametri ESG. Le informazioni fornite devono essere conformi a standard riconosciuti a livello internazionale, primo fra tutti il GRI (Global Reporting Initiative).

Come realizzare una dichiarazione non finanziaria efficace

La dichiarazione può essere presentata in due modalità diverse. Può, infatti, essere contenuta in una sezione specifica della relazione sulla gestione allegata al bilancio, oppure redatta come un documento separato, indicando il riferimento al DL 254/2016. Volendo schematizzare al massimo, è possibile realizzare una rendicontazione non finanziaria in cinque semplici passaggi:

  • Individuare le tematiche “care” ai diversi stakeholder (analisi di materialità).
  • Specificare gli obiettivi che si vogliono raggiungere sulle diverse dimensioni e i tempi in cui si potranno realizzare.
  • Pubblicizzare il proprio codice etico in modo che dipendenti, fornitori, azionisti e chiunque sia coinvolto a vario titolo in azienda possa averne una visione chiara.
  • Indicare i risultati conseguiti attraverso il monitoraggio degli indicatori rilevanti (es. riduzione Co2 e gas serra/GHG, incremento delle ore di volontariato dedicate a programmi in favore delle comunità locali, percentuale di sostituzione dell’energia prodotta da fonti non rinnovabili con fonti pulite…).
  • Definire i percorsi di miglioramento.

Oltre che essere un obbligo di legge, la dichiarazione non finanziaria può trasformarsi in un potentissimo strumento di marketing e comunicazione, tanto che diverse aziende di piccole dimensioni hanno già iniziato a produrla annualmente. Per realizzare una comunicazione efficace, però, bisogna rispettare almeno tre principi fondamentali:

Trasparenza: la chiarezza in merito alla comunicazione delle informazioni non finanziarie evita all’azienda di cadere nella trappola del mero sostegno “di facciata” delle tematiche ESG – il cosiddetto greenwashing.

Pragmatismo: le aziende che rendicontano sugli aspetti ESG saranno sempre più apprezzate non solo dai consumatori ma anche dagli investitori. Importante, però, operare con responsabilità, definendo obiettivi verosimilmente raggiungibili nei tempi indicati.

Engagement: il supporto di tutta l’organizzazione è fondamentale per raggiungere più rapidamente gli obiettivi ESG. Ecco perché è buona norma indicare nella dichiarazione non finanziaria anche un percorso di engagement progressivo dei diversi portatori di interesse, identificando aspettative ed esigenze di lavoratori, soci e investitori per integrarle in modo efficace nelle strategie aziendali.

Analisi di materialità ESG

La materialità è il concetto alla base della dichiarazione non finanziaria. Rappresenta, infatti, la soglia oltre la quale un obiettivo non finanziario diventa rilevante, tanto da dover essere inserito nel meccanismo di rendicontazione. L’obiettivo dell’analisi di materialità è prepararsi alla stesura della dichiarazione non finanziaria avviando quel processo di engagement degli stakeholder che è fondamentale per massimizzare le performance di sostenibilità. L’ESG materiality assessment permette di evidenziare i diversi punti di vista (quello dell’organizzazione e degli altri soggetti coinvolti), individuare i temi rilevanti e mapparli in relazione alla diversa importanza dandone una visione intuitiva, sotto forma di una matrice di materialità.

Obblighi e sanzioni

Il legislatore italiano, in occasione del recepimento della Direttiva UE 95/2014, ha attribuito alla Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) il potere di stabilire sia le modalità di pubblicazione della dichiarazione non finanziaria, sia i termini e le modalità di trasmissione, affidando anche allo stesso organo l’attività di supervisione e controllo. La stesura del report di sostenibilità è un’attività piuttosto complessa e delicata, che se non realizzata a dovere mette l’azienda a rischio di pesanti sanzioni:

  • Omessa stesura della dichiarazione: dai 20mila ai 100mila euro.
  • Omesso deposito della dichiarazione: dai 20mila ai 100mila euro.
  • Mancata conformità della dichiarazione al decreto 254/2016: dai 20mila ai 100mila euro.
  • Falsità nelle comunicazioni: dai 50mila ai 150mila euro.

Vantaggi del rendicontare la sostenibilità

Il report di sostenibilità permette a chiunque abbia interesse a farlo di misurare l’impatto socio-ambientale dell’azienda, verificando gli impegni assunti e i risultati conseguiti dall’organizzazione. Contribuisce, quindi a migliorare l’immagine aziendale e la brand reputation, con ricadute evidenti sia sulla talent acquisition e sia sulla fidelizzazione dei clienti.

Le aziende che rendicontano con chiarezza policy, obiettivi e risultati raggiunti sugli aspetti socio-ambientali risultano, poi, particolarmente apprezzate anche dagli investitori. Società di gestione del risparmio, fondi di investimento e altri soggetti professionali sovente si avvalgono delle informazioni non finanziarie, in aggiunta a quelle di natura più prettamente economica, per indirizzare le proprie scelte di investimento.

Lo stesso discorso vale per l’accesso a bandi, gare e fondi pubblici (PNNR e Decreto Semplificazioni in testa), che considerano le best practice ESG come elemento premiante nella ripartizione degli stanziamenti previsti dalle misure di finanza agevolata.

La dichiarazione non finanziaria porta con sé tutta un’attività di raccolta e mappatura dati che permette all’azienda di operare un risk management più efficace. Si può parlare, a questo proposito, di effetti financially material che impattano concretamente sui risultati economico-finanziari e sulla competitività dell’azienda.

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@RIPRODUZIONE RISERVATA
Annalisa Casali

Giornalista professionista, da oltre vent’anni scrive di innovazione del business in chiave digitale ma senza tradire il suo “primo amore”, il marketing. Curiosa per natura, cerca di spiegare le tecnologie e i tech trend con un linguaggio semplice.

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