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Sostenibilità e Compliance

Rendicontazione “non finanziaria”, l’obbligo di legge può diventare opportunità

Per la prima volta in Italia un decreto (254/2016 ) richiede, per ora solo alle grandi imprese quotate, una relazione non finanziaria annuale sulle policy ambientali, sociali e di governance. Un passo verso un capitalismo più sostenibile, abilitato anche dal digitale, o un altro onere burocratico? Se n’è parlato in un convegno in Assolombarda con interventi anche di Ministero dell’Economia e Consob, che vigilerà sull’applicazione della legge

01 Giu 2017

Daniele Lazzarin

Bilancio sociale, bilancio etico, bilancio integrato, sustainability report, relazione non finanziaria. Da anni in Italia si parla di ampliamento della “responsabilità sociale d’impresa”, ma ora il discorso si è concretizzato in una legge. Da gennaio infatti è in vigore il D. Lgs. 254/2016 (“comunicazione di informazioni di carattere non finanziario”) che introduce per la prima volta in Italia l’obbligo di integrare il bilancio civilistico con una “relazione non finanziaria” sulle politiche ambientali, sociali e di governance dell’azienda.

“Relazione non finanziaria”, precisa il decreto, significa che occorre allegare al bilancio d’esercizio un documento che deve spiegare politiche, performance e rischi dell’impresa riguardo a: uso di risorse energetiche e idriche, emissioni di gas serra e inquinanti, impatti dell’attività su ambiente, salute e sicurezza, aspetti sociali e connessi alla gestione del personale, rispetto dei diritti umani, lotta contro la corruzione.

Obbligo (per ora) limitato a società quotate oltre 500 dipendenti

Per ora l’obbligo – che decorre già dall’esercizio 2017 – è limitato a “enti di interesse pubblico” (società o holding di gruppo quotate in Borsa) oltre 500 dipendenti e oltre 40 milioni di fatturato, o attivo di stato patrimoniale oltre 20 milioni. Ma è probabile che in futuro sarà esteso anche a realtà più piccole: già ora il Decreto incoraggia anche chi non è tenuto a presentare la relazione non finanziaria.

Secondo i molti sostenitori, la norma è un passo importante verso il “bilancio integrato”, un report più completo del classico bilancio civilistico, che va incontro all’evoluzione della sensibilità di consumatori e “stakeholder” sui temi ambientali, sociali, di sostenibilità e di trasparenza sulla governance. Evoluzione a cui sempre più imprese stanno tra l’altro rispondendo anche con nuovi modelli di business “socialtech”, abilitati dalle tecnologie digitali, come per esempio la “Circular Economy”.

Va detto però che la legge, nata per recepire una Direttiva Europea del 2014, conta anche molti critici, che la considerano solo un altro adempimento burocratico a carico delle imprese.

In generale comunque l’interesse per il tema è alto. Il primo convegno sulla relazione non finanziaria dopo l’entrata in vigore del decreto (“D.Lgs. 254/2016 Non Financial Information – Prime Riflessioni”), all’Auditorium Assolombarda di Milano, ha dovuto cambiare sede per il numero di iscrizioni molto oltre le attese degli organizzatori, ovvero Assosef (Associazione Europea Sostenibilità e Servizi Finanziari), NIBR (Network Italiano Business Reporting), e Assolombarda Confindustria Milano, Monza e Brianza.

Solo il 40% delle imprese è già pronto alla relazione non finanziaria

«Questa legge segna una svolta, si passa da un sistema volontario a uno regolamentato – ha detto Marco Fedeli, Presidente di Assosef -. Da anni il cittadino consumatore esprime una domanda di responsabilità diversa a imprese e istituzioni». Al momento però solo il 40% di queste pubblica già un bilancio sociale, ha detto Fedeli citando uno studio di Andrea Venturelli, docente di Economia Aziendale all’Università del Salento, sul grado di conformità al decreto di 134 imprese quotate. «Il restante 60% ha una grande sfida con margini ristretti, visto che la legge è già in vigore, è impegnativa, e prevede sanzioni fino a 150mila euro».

Tra i punti più critici per Fedeli ci sono la mancanza di standard internazionali di rendicontazione, la necessità di integrare la nuova conformità con i sistemi di gestione qualità, reporting ambientale, responsabilità sociale e remunerazione manageriale esistenti, il modo in cui Consob interpreterà il ruolo di controllo dell’applicazione della legge assegnatogli, la definizione di responsabilità e governance.

Consob: forse un modello di vigilanza solo reattivo non basterà

A proposito di Consob, importanti indicazioni ha dato nel suo intervento al convegno Silvana Anchino, Responsabile Ufficio Vigilanza Informazione Emittenti della Commissione: «Il ruolo che il decreto ha assegnato a Consob è stato quasi una sorpresa. Tra i punti principali ci sono i poteri di approfondimento – richiesta di informazioni, incontri – che già usiamo per altri scopi, il potere ispettivo, se l’emittente non collabora, e il dettaglio delle sanzioni (da 20mila a 150mila euro nei vari casi di mancata presentazione nei termini prescritti, mancata verifica del revisore, informazioni false o omissioni, ndr)».

Forse Consob farà un regolamento specifico per questa legge, continua Archino, perché sono diversi i punti da chiarire. «Uno è come acquisire le informazioni: non abbiamo le risorse per consultare i siti web di 250 società, per cui un’idea è attivare flussi informativi strutturati da azienda a Consob, sfruttando il più possibile i sistemi esistenti. Poi c’è il tema delle regole che Consob si dà. Possiamo scegliere un modello di vigilanza solo reattivo: per esempio se scoppia un caso come le emissioni di Volkswagen vado a vedere cosa l’azienda aveva scritto. Ma forse non è sufficiente. Un approccio alternativo è quello che usiamo già per i bilanci, basato sulla valutazione dei rischi». Anche il rapporto con le società di certificazione sarà cruciale: «Insomma dobbiamo tutti imparare, capire cosa è davvero rilevante, coordinarci con altre autorità coinvolte: il primo anno d’applicazione del decreto sarà un test per tutti».

Ministero dell’Economia: una legge nell’interesse delle imprese. Volkswagen insegna

Notevole anche l’intervento di Gian Paolo Ruggiero, che dirige l’ufficio del Ministero dell’Economia che ha scritto il decreto. «Ci abbiamo lavorato molto, seguendo il dettato della Direttiva europea e consultando stakeholder e addetti ai lavori. L’intenzione è promuovere buone pratiche e comportamenti virtuosi, ma da sola la legge non basta. È una “cornice” per chiarire alcuni punti, ma dà una certa flessibilità nell’applicazione».

Ruggiero ha spiegato in particolare due scelte. «Una è stata assoggettare la relazione non finanziaria a un processo di revisione. Sapevamo di rischiare critiche, ma in consultazione è emersa una forte richiesta di affidabilità di queste informazioni. Un’altra scelta importante è stata di non imporre uno standard di rendicontazione. Pensiamo sia meglio aspettare che il quadro maturi e che uno standard si affermi per “selezione naturale”».

La relazione non finanziaria, ha concluso Ruggiero, va vista come un momento strategico in cui l’impresa rivede le sue scelte in questi ambiti e i relativi impatti sugli stakeholder, e spiega come intende gestire rischi e opportunità difficilmente quantificabili in senso finanziario, ma critici per i risultati aziendali. «È nell’interesse stesso dell’azienda applicare questo decreto. Volkswagen per esempio è crollata in Borsa per non aver messo in piedi un sistema di procedure e controlli per evitare corruzione e frodi».

Il convegno ha poi visto due tavole rotonde – con esponenti di aziende quotate (UBI Banca, A2A), associazioni (Assolombarda, Assirevi, IIRC-International Integrated Reporting Council) e di London Stock Exchange Group – ed è stato concluso da Stefano Zambon, ordinario di Economia Aziendale all’Università di Ferrara e Segretario Generale del NIBR: «Gli spunti sono stati tanti, molti relatori hanno parlato di una nuova opportunità in termini di reputazione sul mercato e rapporto con gli stakeholder. Ma sono emerse anche varie criticità, tra cui anche la scelta del percorso per strutturare l’assetto delle imprese nei tempi rapidi previsti dalla legge».

In un quadro che vede la Comunità Europea molto interessata al reporting non finanziario e degli intangibles come strumento di competitività, anche per le PMI, ha detto Zambon, per le imprese la prima scelta di fronte al decreto 254 è quanto mettersi in gioco, «tenendo conto che eludere la legge è molto difficile, oltre che controproducente». Poi c’è la scelta del modello: quali KPI tracciare, quale perimetro di rendicontazione, quale governance. «Vari organismi consigliano di costituire comitati di supervisione di tutta l’area della sostenibilità».

«Questa compliance può diventare un requisito per l’ammissione alle Gare»

Un punto cruciale è che il discorso coinvolge tutte le imprese, non solo quelle quotate. «Questa legge richiama la 231 (responsabilità diretta di aziende ed enti), che si applica a qualsiasi impresa. I reati ambientali fanno parte dei reati della 231, e ha senso pensare a un modello che accomuni la conformità alla 231 e alla 254».

Inoltre vari modelli di rendicontazione parlano di certificazioni di filiera. «L’impresa capofiliera “risponde” in qualche modo anche della sostenibilità dei fornitori, che dovrà quindi valutare e qualificare raccogliendo dettagliate informazioni». Un terzo motivo è che, sia a livello internazionale che in Italia, sempre più spesso per partecipare a una gara occorre presentare il bilancio sociale: «È facile che in futuro anche la richiesta di conformità alla 254 sarà requisito d’ammissione».

Insomma, ha concluso Zambon, è sbagliato parlare solo di un altro adempimento. «La sostenibilità socio-ambientale crea valore, la trasparenza su questi temi crea valore, ma bisogna anche saper comunicare di aver creato valore. È una legge educativa, pensata per far entrare questi temi nelle valutazioni strategiche e di risk management dell’impresa, e per promuovere un cambiamento sistemico, verso un capitalismo più maturo che non sia solo profit oriented».

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