Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Analisi

Small Business Act, qualche passo avanti per l’Italia

Il Belpaese è ancora in ritardo per imprenditorialità, internazionalizzazione, innovazione, competenze, accesso ai finanziamenti. Ma stiamo migliorando nelle politiche per l’ambiente e nell’aggiudicazione degli appalti pubblici

11 Mar 2013

Luigi Ferro

L’Europa dà le pagelle sul livello di attuazione dello Small business Act e segnala qualche passo in avanti per l’Italia. I voti negativi non mancano, visto che comunque la Penisola è al disotto delle media comunitaria in sette politiche su dieci, ma c’è il riconoscimento che qualche passo in avanti è stato fatto.

Secondo Bruxelles siamo ancora in ritardo per imprenditorialità, internazionalizzazione, competenze e innovazione, mercato unico, accesso ai finanziamenti, amministrazione ricettiva, seconda possibilità, mentre siamo al livello degli altri paesi nelle politiche per l’ambiente, appalti pubblici e aiuti di Stato e “pensare in piccolo”.


I punti negativi
L’Europa ritiene che avviare un’impresa in Italia costa ancora troppo. Siamo al 18,2% del reddito pro capite rispetto al 4,9% della media continentale, un livello appena superiore a quello della Grecia.

I tempi di pagamento della Pubblica amministrazione rimangono un cronico punto debole. La differenza è notevole visto che siamo a 55 giorni contro i 25 di media dell’Unione. Analogo discorso vale per l’accesso al credito. In Italia le piccole imprese sono tra le aziende che sopportano i costi maggiori per prestiti fino a 1 milione di euro. E tenendo conto delle dimensioni medie delle imprese italiane, per oltre il 90% sotto i dieci dipendenti, si intuisce che molto spesso la taglia dei prestiti chiesti è inferiore alla barriera del milione.

Nonostante qualche area a forte vocazione per l’export, i mercati esteri per moltissimi rimangono un miraggio. Solo il 6% acquista prodotti da altri Paesi europei (media Ue 17%) e il 3% piazza all’estero i suoi prodotti (media Ue 7%).

Male anche la formazione. Solo il 5% degli impiegati delle microimprese partecipa a corsi di istruzione e formazione. In Europa siamo all’11%. E poi c’è l’istruzione. L’Italia ha il secondo peggior risultato sul ruolo dell’istruzione nello sviluppo dello spirito imprenditoriale. Siamo al 37% delle imprese rispetto al 49% Ue.


I punti positivi
Fin qui le cattive notizie. Secondo Bruxelles, però, bisogna vedere anche l’altro lato della medaglia. “L’andamento della maggior parte delle politiche, espresso nei tassi di crescita compositi per il periodo 2005-2012, è in rialzo”, spiega il report.

Gli indicatori positivi vedono le PMI italiane aggiudicarsi una quota importante, in termini di valore, di appalti pubblici superiore alla media europea (44% contro il 38%). Positiva anche la situazione degli aiuti di Stato dedicati (18 contro 4%). E nella quota di PMI che offre prodotti ecologici (26%) o realizza almeno il 50% del fatturato da prodotti ecologici (25%) l’Italia è in linea o leggermente più avanti.

Articolo 1 di 4