Scenari

PMI eccellenti: una su 4 non sa cos’è la crisi. Ma innovano da sole e non sfruttano gli incentivi

Un’indagine del Ministero dello Sviluppo Economico analizza 1000 piccole e medie imprese vincenti, che investono in prodotti, processi, organizzazione e internazionalizzazione. Molti i punti di forza, quelli di debolezza sono i soliti: digitalizzazione, dimensione, e alta età media dell’imprenditore

Pubblicato il 05 Nov 2015

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Le piccole e medie imprese eccellenti in Italia puntano su investimenti innovativi e internazionalizzazione, e una su 4 non ha mai conosciuto la crisi economica. Ma innovano ciascuna per conto proprio, senza collaborare, autofinanziandosi o rivolgendosi alle banche, e senza sfruttare le misure di agevolazione con cui lo Stato incentiva ricerca, sviluppo e innovazione.

È la sintesi di un’indagine del Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) su un campione di 1000 piccole e medie imprese appunto “eccellenti”, dove per il Mise l’eccellenza consiste nel soddisfare almeno due di questi tre criteri: avere realizzato nel triennio 2012-2014 spese in R&S, avere almeno tre manager/quadri, aver realizzato nel 2014 o programmato per il 2015 investimenti innovativi. Con questi parametri sono appunto state selezionate mille realtà nell’universo delle circa 61mila imprese italiane che hanno tra 10 e 250 addetti e un fatturato tra 2,5 e 50 milioni di euro.

L’indagine – spiega il rapporto del Ministero – è stata svolta lo scorso maggio, in una fase congiunturale che ha sancito l’uscita ufficiale dalla recessione, dopo un intenso processo di ristrutturazione in atto da 10-15 anni che ha ampliato il gap tra le imprese perdenti, arroccate sui mercati locali e quindi costrette a soffrire la stagnazione della domanda interna, e quelle vincenti, proiettate nei mercati internazionali e impegnate in articolate strategie di innovazione.

La ricerca analizza quindi quest’ultima categoria, su cui il Governo ha concentrato le misure di sostegno alla ricerca e all’innovazione tecnologica (con un approccio definito dal Mise “picking the winners”), per evidenziarne i principali fattori di forza e di debolezza e suggerire quindi alcuni interventi di policy.

Dall’indagine emergono prima di tutto segnali di recupero di gran parte delle PMI eccellenti sotto il profilo dei risultati. Nel confronto con il 2014, quest’anno l’89% si aspetta di aumentare o eguagliare il fatturato, e oltre il 92% di mantenere o aumentare il personale attuale. Rispetto alla crisi economica degli ultimi anni, il 26% non ne ha mai risentito, il 14% ne è già uscito prima del 2015 e un altro 44% prevede di uscirne entro il 2017.

Inoltre il 95% del campione si autodiagnostica un buon livello di competitività: alto (28,4) o medio (66,4). Tra i principali fattori di competitività emergono la qualità del prodotto e/o del servizio offerto (quasi l’82%), la qualifica del personale (60%), il rapporto di fiducia con i clienti (57%). Seguono a notevole distanza il forte radicamento nel territorio e una discreta solidità finanziaria.

Due investimenti su tre sono autofinanziati

Uno dei riscontri più rilevanti dell’indagine è l’impegno sul fronte degli investimenti, soprattutto quelli innovativi: questo dato è particolarmente importante perché emerge dopo diversi anni di quello che il Mise definisce “sciopero degli investimenti”.

In media l’incidenza degli investimenti sul fatturato è intorno all’8%, con punte dell’8,8% per i settori di servizi alle imprese. Poco più dell’80% del campione ha realizzato investimenti nel 2014 e nel 2015, e rispettivamente il 97% e il 95% indicano di avere sostenuto o di voler sostenere investimenti innovativi (di prodotto, di processo o sull’organizzazione) nel biennio.

L’attività di innovazione è però “isolata”: l’80% del campione segnala di non cooperare con altri soggetti, mentre le altre collaborano con università, concorrenti e altre imprese del settore, ma pochissime con la modalità dei Contratti di Rete.

Gli investimenti risultano finanziati prevalentemente con autofinanziamento (65,5% del campione) e alti indebitamenti – soprattutto di medio/lungo periodo – con le banche. È invece quasi nullo (0,2%), il ricorso agli strumenti di finanza innovativa (come i mini bond) e modesto l’uso di agevolazioni pubbliche (7,8%).

A questo proposito, il 42% del campione segnala di conoscere la direttiva comunitaria sull’attuazione dello Small Business Act, e in media oltre la metà (53%) non ha mai sentito parlare delle recenti misure del Governo: Aiuto alla Crescita Economica, Mini bond, Contratti di rete, agevolazioni su brevetti e marchi. Due terzi invece riferiscono di conoscere altre agevolazioni pubbliche come Sabatini bis, credito di imposta, incentivi per assumere personale altamente qualificato.

Solo l’11% ha sfruttato incentivi e agevolazioni

Solo l’11% delle PMI eccellenti ha fatto effettivamente ricorso ad agevolazioni pubbliche (soprattutto da enti locali e regionali, molto meno dal Governo centrale), e in media dichiarano effetti positivi, anche se con intensità diverse, sulle principali variabili aziendali (in particolare su fatturato e investimenti).

Per quanto riguarda l’internazionalizzazione, oltre la metà del campione (56,3%) segnala di aver svolto attività all’estero nel triennio 2012-2014, e in media oltre un terzo del fatturato (34,8%) viene dall’export, con una punta del 43,5% nel manifatturiero.

L’indagine approfondisce anche il grado di informatizzazione, che presenta un quadro di luci e ombre. Se è vero che il 100% del campione ha un sito web e il 92% ha già adottato la firma digitale, solo una PMI eccellente su tre (35%) ha un sistema software gestionale o ERP, e ancora minori sono le percentuali di realtà che usano strumenti di collaborazione (intranet interaziendali, sistemi di pianificazione condivisi con i fornitori). Solo il 14,6% infine ha un sito di eCommerce per vendere online.

Cosa fare per il futuro

Infine le indicazioni di policy che il Ministero deduce dai risultati dell’indagine. Una prima considerazione riguarda l’ignoranza sulle misure pubbliche di incentivi e agevolazioni, che va contrastata diffondendo meglio le informazioni sui provvedimenti a livello territoriale dalle Amministrazioni locali.

Il Mise inoltre evidenzia la scarsa attenzione delle PMI eccellenti alla digitalizzazione, e la necessità di rafforzare gli strumenti (come il Contratto di Rete) per favorire sinergie tra le imprese che innovano e l’ecosistema circostante (concorrenti, università, incubatori).

Altro punto critico è la modesta quota di imprese eccellenti che, nel triennio 2012-2014, ha realizzato brevetti e marchi: la recente misura del Patent Box punta a formalizzare tale attività e esentare fiscalmente una parte dei redditi che producono, spiega il Mise.

E per concludere i due problemi più annosi dell’universo PMI italiano. Uno è l’alta età media degli imprenditori (oltre la metà ha più di 56 anni, il 19% ne ha oltre 66), per cui «appare sempre più necessario affrontare il problema (strutturale e comune a tutto il sistema produttivo italiano) del ricambio generazionale». E l’altro è che la piccola impresa eccellente mostra, in generale, risultati e strategie peggiori rispetto alla media impresa eccellente: «Da qui la necessità di adottare misure per innalzare la dimensione media del nostro sistema produttivo».

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