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eventi

Forum dell’Economia Digitale, Industria 4.0 “dolce condanna” per l’Italia

Prima edizione dell’evento di Giovani Imprenditori di Confindustria e Facebook Italia, che punta decisamente al mercato PMI. Marco Gay (Confindustria): «L’84% delle aziende fallite nell’ultimo anno non aveva un sito web: questo deve cambiare». BCG: digitalizzazione prioritaria al di là della stabilità politica. Cassa Depositi e Prestiti: investiremo su infrastrutture, università, centri di ricerca e startup

29 Ago 2016

Daniele Lazzarin

Marco Gay, presidente di Giovani Imprenditori di Confindustria, apre il FED 2016La digitalizzazione di imprese ed enti pubblici è una priorità assoluta per il Paese Italia, e sono ormai molti i convegni più o meno istituzionali dedicati al tema che si susseguono. Tra questi, il recente Forum dell’Economia Digitale (FED) al MiCo di Milano, alla sua prima edizione, ha cercato di distinguersi con diversi elementi. Il primo è l’eterogenea coppia di promotori: i Giovani Imprenditori di Confindustria e Facebook Italia, quest’ultima per la prima volta impegnata nell’organizzazione di un evento così importante in ambito business nel nostro Paese. Il secondo è l’obiettivo di dibattere sui problemi strutturali e culturali che impediscono all’Italia di crescere, ma anche di andare oltre, proponendo risposte concrete alla domanda “What’s next?”, lo slogan dell’evento. Il terzo è l’impressionante ventaglio di relatori, addirittura 37 in sei ore, con Ministri, esponenti di Governo, amministratori e manager pubblici, esperti e “influencer” di trasformazione digitale, e naturalmente imprenditori, da celebrità come Oscar Farinetti di Eataly ad esponenti di piccole realtà per la prima volta sotto i riflettori.

Impossibile quindi dar conto quindi di tutto l’evento: in questo articolo parleremo di alcuni degli interventi “istituzionali”, in un altro di una parte dei casi raccontati dagli stessi imprenditori.

Pochi dati bastano a riassumere lo scenario attuale, ha detto Marco Gay, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, aprendo i lavori. «Per l’Italia il ritardo digitale costa circa 2 punti di PIL, con 700mila posti di lavoro non creati, non a caso l’84% delle aziende fallite nell’ultimo anno non aveva un sito web; nel Nord Europa oltre il 90% della popolazione è online, in Italia meno del 60%: tutto questo deve cambiare».

Un riferimento a cui ispirarsi, nella “Motor Valley” emiliano-romagnola di Ducati, Ferrari, Lamborghini e Dallara, viene dalla parmense Bercella, 50 dipendenti, che collabora al progetto Hack Rod di Autodesk – la prima macchina al mondo costruita con l’intelligenza artificiale grazie ai dati raccolti “sul campo” con veicoli di prova – stampando in 3D la scocca in fibra di carbonio “intelligente”, cioè dotata di sensori affogati nel materiale stesso. «Lo sviluppo delle filiere, come quella dell’automotive, è una delle quattro azioni specifiche che servono per superare il digital gap italiano, insieme a formazione, investimenti e banda larga», ha sottolineato Gay.

Facebook: le PMI producono due terzi del PIL in Italia, la percentuale più alta in Europa

Per l’altro organizzatore, Facebook, hanno parlato il country manager italiano Luca Colombo e la Vice President EMEA Nicola Mendelsohn. Nel nostro Paese Facebook vede grandi opportunità in area business, in particolare presso le PMI (piccole e medie imprese), «che rappresentano il 67,3% del PIL italiano, la percentuale più alta in Europa, alle quali la nostra piattaforma di servizi offre la possibilità di rivolgersi a tutto il mondo. 3 milioni di aziende investono in campagne pubblicitarie su Facebook, ambito in cui l’Italia è la quinta nazione nel mondo per crescita anno su anno». 1,65 miliardi di utenti mensili su Facebook, un miliardo su Whatsapp e 500 milioni su Instagram sono la platea potenzialmente raggiungibile con tali campagne, ha aggiunto Mendelsohn, sottolineando che la rivoluzione digitale, come le altre trasformazioni industriali che storicamente l’hanno preceduta, alla fine non distruggerà posti di lavoro: «Ne eliminerà alcune tipologie ma ne sta creando e ne creerà molte altre».

Giuseppe Falco, AD di BCG (Boston Consulting Group) Italia, ha poi inquadrato la situazione italiana nel contesto internazionale. «L’Italia non ha materie prime, energia, produzione di tecnologie, quindi deve puntare sui suoi punti di forza: prodotti a valore aggiunto, piccola scala, arte, cultura, turismo, biodiversità, tutti ambiti in cui il digitale permetterebbe un salto qualitativo. Il sistema manifatturiero italiano è il secondo in Europa dopo quello tedesco, e la Germania è partita già nel 2012 con un programma Industry 4.0 che con investimenti per 250 miliardi potrebbe dare benefici di produttività dal 15 al 25%, e un incremento di PIL dell’1% annuo. Risultati simili sono ottenibili anche da noi, a patto di trovare una via italiana che deve passare per i prodotti, la valorizzazione delle PMI e dei centri di formazione, e la “socializzazione” dell’importanza del digitale in modo che si affermi al di là della stabilità politica: gli investimenti pubblici sono importanti ma anche le aziende devono fare la loro parte».

CDP: non abbiamo investitori che pressano, possiamo investire sul lungo periodo

Molto significativo a questo proposito anche il contributo di Fabio Gallia, AD di Cassa Depositi e Prestiti (CDP), l’ente pubblico deputato a finanziare lo sviluppo del Paese (nei giorni scorsi ha annunciato un piano di investimenti da 160 miliardi in 5 anni) e proprietario tra l’altro del 10% di Eni, del 17% di Enel e del 35% di Poste. Gallia ha definito Industria 4.0 una “dolce condanna” per il sistema industriale italiano, in effetti il secondo in Europa, e con molti punti di eccellenza, ma caratterizzato da sistemi di produzione e parchi macchine utensili mediamente piuttosto obsoleti. «CDP vuole andare a investire nei centri nevralgici della crescita italiana, dove ci sono idee e imprenditori in nuce, ma non le società, e quindi in università, centri di ricerca e startup – ha detto Gallia -. Possiamo investire con un’ottica di lungo periodo, non abbiamo la pressione degli investitori sui risultati trimestrali, e abbiamo la capacità di portare capitale nazionale e internazionale su progetti, in particolare infrastrutturali: l’Italia ha un deficit di almeno 50 miliardi in infrastrutture fisiche ma anche digitali, e se mancano infrastrutture non arrivano investimenti dall’estero».

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