Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Pubblicità su Internet

Formati pubblicitari innovativi: cos'è e a cosa serve il Native Advertising

La pubblicità integrata nei contenuti risulta particolarmente efficace se mantiene le caratteristiche di coerenza e rilevanza. Ma va usata con cautela: nei Paesi anglosassoni iniziano a stringersi i controlli, perché il confine fra giornalismo e pubblicità è davvero sottile. E c’è chi propone metriche per misurare l’efficacia

01 Dic 2015

Con il termine Native advertising si identificano tutti i formati pubblicitari che si integrano in maniera forte all’interno della fruizione di un contenuto. L’Osservatorio New Media della School of management del Politecnico di Milano distingue due elementi fondamentali che stanno alla base del concetto di native advertising sono:

la coerenza con il contesto visivo (la “ forma”) del contenuto editoriale. gli annunci devono essere percepiti dall’utente come un contenuto naturale all’interno dello stream editoriale, ma deve essere trasparente che si tratti di contenuti pubblicitari. L’efficacia del native advertising deriva anche dal fatto che questo formato consente di superare la banner blindness (quella capacità di alcuni utenti di essere indifferenti nei confronti della pubblicità) e di generare quindi migliori performance;

la rilevanza del contenuto pubblicitario. Un elemento fondamentale risiede nella capacità di ingaggiare l’utente attraverso contenuti pubblicitari attrattivi e di qualità.

Se i Social network sono stati i primi a sfruttare in maniera efficace (in particolare sul canale mobile) il native advertising, anche gli editori tradizionali hanno iniziato a presentare un’offerta commerciale in tal senso: sia grandi editori internazionali quali Yahoo!, Wall Street Journal, new York times e condé nast, sia testate completamente digitali in ascesa come Buzzfeed e Refinery, che addirittura fondano buona parte del loro business sulle revenue derivanti dal native advertising.

L’esperienza di questi attori presenta diversi modelli di revenue implementati: sia modelli che richiedono una fee fissa per l’intera iniziativa, sia modelli che presentano la sola vendita delle impression a cpm, sia combinazioni di questi due.

Tale nuova modalità di fare advertising costituisce, quindi, un’opportunità sia per gli editori (per massimizzare il valore degli spazi sfruttando i propri asset in termini di competenze giornalistiche e di forza commerciale), sia per gli investitori (che hanno a disposizione formati meno invasivi per gli utenti e potenzialmente più efficaci).

Gli investitori, naturalmente, hanno iniziato a chiedersi quali siano le effettive performance di questo formato pubblicitario. Fra gli editori più avanzati in questo ambito c’è Forbes, che garantisce la restituzione dei soldi investiti in Native Advertising sulle proprie properites, nel caso in cui gli advertiser non registrino i risultati attesi in alcuni KPIs prestabiliti.

Non mancano, però, i rischi. All’inizio del 2016, gli enti regolatori negli Stati Uniti e nel Regno Unito hanno iniziato a irrigidire i controlli sul Native Advertising. “Se assomiglia troppo al giornalismo, ne danneggia la credibilità. Se non ci assomiglia affatto, perde di interesse per gli inserzionisti. Un confine davvero sottile” ha dichiarato il public editor del New York Times, Margaret Sullivan. E gli enti regolatori sono determinati a tracciare questo confine in modo più netto possibile.

Formati pubblicitari innovativi: cos’è e a cosa serve il Native Advertising

    LinkedIn

    Twitter

    Whatsapp

    Facebook

    Google+

    Link

    Articolo 1 di 3