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opinioni

Riccardo Donadon: «L’escalation di attenzione intorno alle start up è positiva, ma fa paura»

Il primo rapporto “The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who” mostra il grande fermento che c’è in Italia intorno al mondo dell’imprenditorialità hi-tech. Una buona notizia, ma che secondo il fondatore di H-Farm richiede massima allerta per chi opera nel settore: bisogna lavorare molto bene, indirizzando l’attenzione verso le eccellenze italiane, ed evitare il rischio di una brusca frenata come avvenne nel 2000. Che l’Italia non si può permettere

11 Nov 2013

Manuela Gianni

L’Italia delle start up avanza, portando nuova linfa all’asfittica economia italiana, che ha sempre più bisogno di innovarsi. Ma il rischio di un brusco arresto del fenomeno, come già avvenne nel 2000, è reale e va assolutamente evitato.

A suonare il campanello di allarme è Riccardo Donadon, Amministratore Delegato e fondatore, nel 2005, di H-Farm, realtà che opera con il doppio ruolo di incubatore e investitore in ambito Web, Digital e New Media. Donadon è intervenuto in occasione della presentazione della prima edizione del progetto “The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who”, iniziativa realizzata da Italia Startup e gli Osservatori del Politecnico di Milano, in collaborazione con SMAU e con il supporto istituzionale del Ministero dello Sviluppo Economico. Si tratta di una sorta di mappa del mondo che ruota intorno alle startup innovative in Italia: emerge che ne sono attive oggi 1227 in totale (113 quelle hi-tech finanziate), mentre gli incubatori e gli acceleratori censiti sono 97 (64 pubblici e 33 privati), 32 gli investitori istituzionali (6 pubblici e 26 privati), 40 i parchi scientifici e tecnologici (37 pubblici e 3 privati), 65 gli spazi di coworking e 33 le competizioni dedicate alle startup. Il rapporto evidenzia anche che nel corso del 2012 sono stati investiti complessivamente 112 milioni di euro in startup hi-tech e per il 2013 si stimano investimenti per altri 110 milioni di euro.

Tanta voglia di fare, ma grandi rischi

Numeri che testimoniano il grande fermento ma che, secondo Donadon, evidenziano come oggi chi lavora nel settore si trovi di fronte sfide veramente importanti.

E’ fresco, infatti, il ricordo di quanto avvenne nel 2000: «Nell’inconsapevolezza generale, perchè non molti hanno capito cosa è successo, per anni si è fermato tutto. Poi il settore è ripartito e ci ha portato dove siamo oggi. I numeri fotografano un’escalation che fa molta paura: solo due anni fa pochi parlavano di start up, mentre oggi si discute animatamente su questo tema. Da un lato è positivo, perché significa che c’è tanta voglia di fare, dall’altro bisogna stare molto attenti, lavorare molto bene, perché se sbagliamo rischiamo che chi ci osserva faccia di nuovo di tutta l’erba un fascio, concludendo che l’innovazione non conta niente. Ma non possiamo permetterci di tornare indietro perché l’Italia è già abbondantemente in ritardo rispetto all’agenda mondiale dell’innovazione».

Insomma, il pericolo è quello di una moda, un’infatuazione che accende gli animi e che può spegnersi al primo alito di vento. Donadon fa una proposta: «Cambiamo nome, da start up a piccole imprese innovative». E ricorda che la posta in gioco è davvero alta.

«Il nostro tessuto economico non si basa sui grandi nomi che creano tutti i giorni una discussione politica poco rappresentativa del Paese. C’è invece un nucleo enorme di PMI che lavorano e costruiscono, e che hanno un bisogno totale di innovazione. Nella creazione di start up dobbiamo focalizzarci su queste, restare collegati in modo estremamente forte alla nostra industria. Dobbiamo lavorare per inserire la tecnologia sui prodotti che sono unici, solo così possiamo vincere e fare la differenza. E in Italia ci sono tante eccellenze fantastiche. Viceversa, gli tutti gli altri attori devono assolutamente avvicinare il mondo dell’economia reale alle start up perché lì possono trovare gli spunti per conquistare nuove fette di mercato».

Inutile tentare di accodarsi al flusso delle start up che nascono in Paesi più innovativi, come Israele e gli Stati Uniti, e sperare di essere scelti dagli investitori nel mazzo di quelli che sviluppano l’applicazione trendy del momento.

«Gli investitori fanno molta fatica a venire in Italia, conclude il manager. Per le grandi aziende come Google e molto più semplice andare a Palo Alto o a Sunny Bay, individuare la migliore azienda e comprarsela», ha concluso.

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Chi è Riccardo Donadon

Nato a Treviso, dopo studi classici ed alcuni esami in Psicologia, Donadon ha dato vita a uno dei primi progetti di ecommerce in Italia, Mall Italy Lab, cresciuto all’interno del gruppo Benetton e ceduto nel 1998 ad Infostrada, e nel 1998 ha fondato E-Tree, la più importante web agency italiana successivamente ceduta nel 2000 al gruppo Etnoteam dopo aver conseguito ricavi annuali per 13 milioni di euro, con un organico di 160 dipendenti. Per H-Farm, Donadon ha scelto una sede spaziosa immersa nel verde a Ca’ Tron, ai margini di una storica tenuta agricola di 1.200 ettari affacciata sulla laguna di Venezia.

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