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Reportage

Persone, innovazione e competenze: gli ingredienti per il successo nell’era digitale

I CEO di tre aziende di eccellenza – Nerio Alessandri di Technogym, Fabrizio Di Amato di Maire Tecnimont, e Donato Iacovone di EY – a confronto sulle strategie per attirare talenti, formarli e motivarli: un passaggio cruciale per la trasformazione di processi e gestione richiesta dalla quarta rivoluzione industriale

22 Gen 2018

Manuela Gianni

Il successo delle aziende passa dal benessere di chi ci lavora. Facile a dirsi, meno facile mettere in campo le azioni in grado di toccare le giuste corde nelle persone. In pochi anni e con il dilagare delle tecnologie digitali tutto è cambiato: le modalità di comunicazione, le relazioni fra i team, le leve per motivare, l’efficacia degli incentivi economici. La sfida è aperta e non riguarda più solo la direzione HR, ma tutti i C-level: avere una chiara “people strategy” è diventato imprescindibile per attirare e trattenere i talenti, e avere dipendenti motivati e con le giuste competenze.

Ne hanno parlato di recente, al World Business Forum 2017 di Milano, i CEO di tre aziende di eccellenza italiane, in un dibattito moderato da Mariano Corso, docente di organizzazione e leadership alla School of Management del Politecnico di Milano. Sul palco due imprenditori, entrambi insigniti del titolo di Cavaliere del Lavoro – Nerio Alessandri, Fondatore e Presidente di Technogym, e Fabrizio Di Amato, Presidente di Gruppo Maire Tecnimont – e un manager di lungo corso, Donato Iacovone, Managing Partner di EY Mediterraneo (Italia, Spagna e Portogallo), con formazione internazionale, autore di numerosi libri e articoli economici, docente alla Luiss e alla Bocconi.

Corso ha ricordato come, di fronte alla quarta rivoluzione industriale, destinata ad avere un impatto profondo in tempi rapidissimi, le imprese devono costruire piani di sviluppo delle risorse e dei profili professionali che permettano di cogliere al meglio le opportunità e gestire le sfide della Digital Transformation. Questo significa lavorare sulle competenze ma soprattutto promuovere un approccio continuo al cambiamento, alla digitalizzazione e all’innovazione. «Ma le persone per mettersi in gioco devono sentirsi bene e non avere paura del cambiamento», ha sottolineato il docente. «Serve una trasformazione che è soprattutto culturale».

Technogym: il sogno del benessere

Nerio Alessandri, Fondatore e Presidente di TechnogymPassione ed entusiasmo sono i pilastri di Technogym, azienda fondata da Nerio Alessandri nel 1983, a soli 22 anni, nel garage di casa, come nella migliore tradizione delle startup della Silicon Valley. È qui che Alessandri ha progettato le prime attrezzature per la palestra, frutto del suo amore per lo sport, della formazione da progettista e della passione per il design. Oggi l’azienda di Cesena è leader mondiale nei prodotti tecnologici e servizi per il wellness, il fitness e lo sport, con 550 milioni di euro di fatturato: i suoi attrezzi si trovano in 80mila centri e 200mila abitazioni, è stata 6 volte fornitore ufficiale dei Giochi Olimpici, impiega 2000 collaboratori in 14 filiali ed esporta il 90% della produzione in oltre 100 paesi.

Per Alessandri, l’innovazione deve essere un circolo continuo (se un prodotto funziona è già vecchio, dice), e lo spirito quello di una startup, con una tensione continua verso nuovi obiettivi. «Amate quello che fate, fate errori, il talento si può allenare», ama ripetere. I suoi collaboratori condividono un sogno: «Obiettivo e ossessione della nostra organizzazione è far stare bene le persone, farle vivere meglio. Abbiamo coniato noi nel ‘92 il termine “wellness” (benessere), come evoluzione del concetto americano di fitness (che si riferisce più alla forma fisica). Vogliamo che le persone che lavorano con noi si sentano parte integrante di questo progetto e siano stimolate a contribuire alla realizzazione del nostro sogno: diventare l’azienda più innovativa al mondo nel wellness e nella riabilitazione mantenendo i nostri i “valori”, che sono etica, trasparenza, accountability». Per Alessandri, creare una cultura aziendale unica è responsabilità dei leader. «È compito dei manager tirare fuori la passione nei giovani, perché la passione alimenta la voglia di raggiungere nuovi risultati, di costruire: i manager devono diventare builder».

Maire Tecnimont, il made in Italy è anche industriale

Fabrizio Di Amato, Presidente di Gruppo Maire Tecnimontll made in Italy industriale si conosce poco ma c’è. Uno dei suoi nomi è Maire Tecnimont, un’altra eccellenza tutta italiana: è tra i principali contractor di impiantistica e ingegneria per oil & gas e petrolchimico su scala globale, opera con 50 società in 40 paesi e ha un fatturato di circa 2,5 miliardi di euro. Tra i tanti progetti realizzati c’è ad esempio il più grande impianto di trattamento gas di Abu Dhabi, e un altro enorme ne nascerà in Russia. La sua storia ha radici lontane: nasce dall’integrazione della ex-Montedison (divenuta Tecnimont negli anni 70) con Fiat Engineering, a cui fa seguito un lungo percorso di progressiva crescita interna e acquisizioni al livello nazionale e internazionale.

Fabrizio Di Amato, imprenditore da quando ha 19 anni, è l’artefice del consolidamento e della quotazione in Borsa del gruppo nel 2007. È imprenditore dall’età di 19 anni ed è anche Vice Presidente di Assolombarda.  «Prima di me c’era qualcuno che ha inventato il Moplen: nasciamo da lì», ha detto Di Amato, ricordando Giulio Natta, Nobel italiano padre del polipropilene (la plastica), commercializzato con enorme successo dagli anni 60 con diversi nomi tra cui appunto Moplen.

L’operazione di integrazione di Maire Tecnimont si è concretizzata negli ultimi anni in una completa revisione dei processi, che ha posto le persone e la qualità del lavoro al centro. «Abbiamo introdotto l’azionariato diffuso per i nostri dipendenti a tutti i livelli, dal manager alla segretaria: così si sentono parte del sistema e sono più stimolati a lavorare bene. Non era mai successo in una società di ingegneria», ha detto Di Amato. «Quest’anno abbiamo introdotto lo smart working per 400 persone, ripensando gli spazi». La mancanza di competenze sulle nuove tecnologie è, secondo Di Amato, uno dei più grossi nodi da sciogliere: «È difficile riuscire a trovare le persone e le competenze per l’industria 4.0. Ma non solo tecnologiche: l’ingegno e la scienza devono essere al servizio delle esigenze di business per risolvere problemi complessi. Per formare questo tipo di figure abbiamo avviato un percorso di collaborazione con l’università. Dare fiducia ai giovani è un obbligo e un dovere».

EY: il vero problema è il “motivational Divide”

Donato Iacovone, CEO di EY Mediterraneo, Italia, Spagna e PortogalloAnche per EY le competenze digitali sono al centro della scena. La società, uno dei leader mondiali nei servizi professionali di revisione contabile e consulenza manageriale, soprattutto per la digital transformation, assume in Italia circa 1500 persone ogni anno, e pone particolare attenzione ai tempi dell’inclusione, della formazione e della valorizzazione personale.

«Nei giovani, più che l’esperienza, cerchiamo le potenzialità, la curiosità e il fatto che abbiano ben chiaro in testa qual è il loro percorso di crescita», spiega il CEO Donato Iacovone, convinto che l’Italia sconti un ritardo nel sistema educativo: «Le competenze più difficili da trovare sono quelle che uniscono conoscenze di tecnologie innovative e business: serve capire il business e quali tecnologie occorre sviluppare. Il ruolo della formazione è fondamentale: per trovare talenti EY collabora anche con le Università». Ma il vero problema in azienda, sottolinea Iacovone, è il “motivation divide”, non più il digital divide: «Serve uno sforzo per creare engagement. Le persone vanno motivate e coinvolte di più: solo così si genera valore per il business e si può riguadagnare competitività».

Manuela Gianni

Giornalista, ingegnere, mi occupo da molti anni di innovazione, tecnologie digitali e management. Direttrice sin dalla nascita di Digital4Executive

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