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Analisi

Perché il Paese non può fare a meno del Digitale

Attuare l’Agenda significa ristrutturare la PA, innovare le imprese e farne nascere di nuove. Una scelta obbligata, che porterebbe grandi benefici ma che presenta notevoli ostacoli. L’analisi di Umberto Bertelè e i dati dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano

28 Ott 2013

Umberto Bertelè

È possibile per l’Italia fare a meno dell’Agenda Digitale? È questa la vera domanda da porsi, invece che cercare di spiegare perché debba essere adottata.

L’Agenda Digitale rappresenta una scelta obbligata – non un optional – se il nostro Paese vuole rimanere nel novero di quelli a maggior sviluppo e uscire dalla logica di mero contenimento del debito: una logica che sta erodendo la nostra economia e che non potrà – se prolungata – non avere impatti anche sul fronte sociale. Ha una denominazione, tratta dal linguaggio Ue, purtroppo incomprensibile ai più e potenzialmente fuorviante (perché può far pensare a una tematica di natura specialistica), ma essa significa ristrutturazione del Paese.

Agenda Digitale è ristrutturazione della PA, per ridurne i costi ma ancor più per trasformarla da freno all’economia a strumento di promozione dello sviluppo, approfittando delle potenzialità offerte dalla tecnologia per ripensarne integralmente l’organizzazione. Agenda Digitale significa spingere le imprese che non lo stanno già facendo ad adottare in modo convinto i nuovi strumenti di gestione che la tecnologia mette a disposizione e a incorporare il “nuovo” nei beni e nei servizi che esse producono: per evitare che nei prossimi anni molte di esse muoiano, perché incapaci di comunicare e di interagire con il resto del sistema.

Agenda Digitale significa stimolare la nascita di nuove imprese: non solo start-up tecnologiche, che rappresentano una componente importante; ma imprese che, in quasi tutti i settori (e in primo luogo nei servizi), colgano le grandissime opportunità offerte dall’ICT di ripensare l’output e i business model.

Agenda Digitale significa creare le condizioni per la messa a punto di un assetto delle infrastrutture di comunicazione in linea con quello delle economie più avanzate. Un obiettivo non facile, per le difficoltà finanziarie delle imprese che devono effettuare i maggiori investimenti, per la molteplicità dei decisori pubblici in materia (non sempre allineati fra loro), per la carenza di risorse pubbliche per il superamento del cosiddetto digital divide.

Agenda Digitale significa diffondere le competenze in materia, ma – forse ancor prima – accrescere la consapevolezza, nell’opinione pubblica e nella classe dirigente del Paese, della necessità di innovare e dei grandi vantaggi che se ne possono trarre: una consapevolezza tuttora assai scarsa, se si guarda al rilievo quasi nullo dato a queste tematiche in occasione delle ultime elezioni.

Il nostro Osservatorio Agenda Digitale, di nascita molto recente ma forte delle conoscenze approfondite maturate negli ormai quattordici anni di vita degli Osservatori ICT&Management del Politecnico di Milano, ha provato a quantificare i vantaggi che una implementazione dell’Agenda Digitale potrebbe comportare per lo Stato e per le imprese, in termini di minori costi e di maggiore efficacia: vantaggi cui dovrebbero aggiungersi quelli – non quantificabili ma non per questo meno importanti – per gli individui e le famiglie. I numeri che emergono sono piuttosto impressionanti, e lo sono ancor più se si pensa che i vantaggi conseguibili non sono una tantum, ma strutturali e quindi destinati a ripetersi.

I benefici diretti

Per quanto riguarda la PA, l’innovazione digitale – accoppiata a una ristrutturazione e riorganizzazione della stessa e a un dimagrimento degli obblighi burocratici – potrebbe produrre benefici diretti annui dell’ordine di 35 miliardi di euro:

  • 15 grazie a maggiori entrate, attraverso misure atte a combattere l’evasione fiscale;
  • 20 grazie a minori uscite, legate al miglioramento dell’efficienza attraverso una maggiore diffusione dell’eProcurement e attraverso la digitalizzazione dei processi (nell’amministrazione, nella sanità, nella scuola, nella giustizia ecc.).

A questi vanno aggiunti i notevoli vantaggi che le imprese potrebbero trarre dal miglioramento dell’interfaccia con la PA e dallo snellimento burocratico. Esse potrebbero ridurre di almeno un terzo i loro attuali oneri burocratici ed evitare i costi dei ritardi (una volta riassorbito il grande debito attuale) nei pagamenti della PA: 25 miliardi di euro circa di risparmi annui.

Ma non è tutto. Forti risparmi potrebbero derivare, sul fronte delle imprese, dalla digitalizzazione dei processi interni e di quelli relativi agli scambi commerciali; sul fronte delle famiglie, da un maggiore ricorso all’eCommerce B2c.

Sono stime realistiche? Sono stime coerenti con i vantaggi derivanti da quanto fatto in questi anni? A nostro avviso sì. Sono fatte con notevole accuratezza e sono facilmente verificabili e replicabili, ma sono necessarie alcune specificazioni.

La prima riguarda la loro visibilità, soprattutto in relazione alle imprese. La visibilità è scarsa quando i grandi numeri – come spesso accade – sono il frutto di vantaggi unitari piccoli, ma con una grandissima frequenza di occorrenza.

La seconda riguarda la loro concretizzazione, soprattutto in relazione alla PA: concretizzazione solo parziale se le risorse rese esuberanti dalla realizzazione dell’Agenda permangono all’interno delle strutture, senza che vengano individuati impieghi alternativi non fittizi.

La terza riguarda la loro interdipendenza. Alcuni risultati sono ottenibili anche procedendo isolatamente, mentre altri richiedono interventi estensivi integrati, con una condivisione dei dati fra le diverse componenti della PA.

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