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Giurisprudenza & tecnologia

La grande corsa (a ostacoli) del processo telematico

L’obiettivo è arrivare al deposito telematico di tutti gli atti entro il 30 giugno 2014. Ma anche un tribunale all’avanguardia in questo campo, come quello di Milano, sconta un’infrastruttura informatica insufficiente per 50mila provvedimenti telematici al mese. Col paradosso che si fa sia il lavoro “digitale” che “cartaceo”

15 Nov 2013

Alessandro Longo

Processo civile telematico, parte la grande corsa. Ad ostacoli. Sono infatti momenti cruciali per la digitalizzazione della Giustizia.

Da una parte siamo nel pieno della sperimentazione con cui i tribunali vogliono raggiungere l’obiettivo (ambizioso) del deposito telematico di tutti gli atti entro il 30 giugno 2014, come previsto dalla Legge di Stabilità 2012. Obiettivo che il Tribunale di Milano raggiungerà già entro dicembre, salvo incidenti di percorso. Già, gli incidenti: sull’altro piatto della bilancia ci sono infatti le difficoltà che questa grande rivoluzione di sistema comporta.


Una rete sottodimensionata
Giusto qualche settimana fa, «il Tribunale di Milano è passato da dieci giorni di blackout dei servizi digitali, che continuano a funzionare a singhiozzo», ci dice Enrico Consolandi, magistrato milanese esperto di informatica.

«La colpa è della rete, che è sovraffaticata sotto il peso delle comunicazioni telematiche», aggiunge. Il numero dei provvedimenti telematici al tribunale di Milano viaggia intorno ai 50mila al mese e quindi una rete non ben dimensionata può soffrire.

Caso emblematico, che insegna qualcosa: se persino il Tribunale più avanzato d’Italia ha lacune infrastrutturali, come saranno gli altri? Il punto è che la Giustizia telematica richiederà modifiche di sistema, riguardanti tutte le infrastrutture e i processi collegati. Se manca uno dei tasselli, crolla tutto.

Una preoccupazione condivisa dagli esperti. Oltre a Consolandi, anche l’avvocato Ernesto Belisario è preoccupato per lo stato dell’informatica nella Giustizia italiana e per il difficile obiettivo del 30 giugno.

«La diffusione delle funzionalità informatiche a supporto del processo civile telematico è disomogeneo. Si passa da città coperte dalla quasi totalità delle tecnologie (come Milano), ad altre che beneficiano al momento solo di pochissimi strumenti», dice Belisario.


La frammentarietà dell’informatizzazione
«Il problema principale è dunque rappresentato dalla frammentarietà dell’informatizzazione, che non tocca tutte le fasi dei procedimenti; la causa che inizia per via telematica spesso deve necessariamente continuare con la classica procedura cartacea».

In certi casi la normativa è già pronta ma non è attuata. «Ad esempio, nonostante siano presenti dei decreti che dispongono la possibilità di depositare degli atti per via telematica, in molti casi gli uffici giudiziari non sono ancora attrezzati a gestire l’intera procedura in digitale», dice Belisario.

A che punto siamo?

«Siamo in una fase di sperimentazione, che a settembre è arrivata a buon punto nei tribunali più avanzati. In questa fase abbiamo, in via sperimentale, la totale digitalizzazione delle notifiche di 80 Tribunali e Corti di appello e la digitalizzazione dei decreti ingiuntivi in 23 Tribunali», dice Belisario.

Sperimentale significa che si viaggia su un doppio binario. Avvocati e cancellerie devono fare le cose sia in digitale sia in cartaceo. Ma da qualche parte bisognava pur cominciare. «Nonostante ad oggi si viaggi su un “doppio binario”, che comporta per le varie cancellerie interessate l’onere di gestire parallelamente documenti cartacei ed analogici nell’ambito dello stesso procedimento, risultati positivi non si sono fatti attendere», dice Belisario.


I risparmi del tribunale di Milano e di Prato
A Milano, dove il 40 per cento dei decreti ingiuntivi è telematico, si registra un risparmio del 30-40 per cento del tempo di lavoro degli ufficiali giudiziari e del 20-30 per cento per gli addetti di cancelleria, oltre al taglio dei costi di stampa e di notifica. I tempi di emissione dei decreti ingiuntivi calano a 15 giorni, contro i 45 giorni del cartaceo.

«Esempio meritorio è anche Prato, dove, dopo due anni di esperienza di PCT si sono raggiunti i seguenti risultati: prodotte circa 35.000 notifiche telematiche, in sostituzione della carta, per un risparmio di circa 350.000 euro; una causa pendente dura in media poco meno di due anni e quattro mesi, a fronte di una durata più che doppia un anno e mezzo fa; trattazione di molte più cause con conseguente riduzione del carico pendente (3.000 cause in meno rispetto al 2008)», spiega Belisario.

«Sarà impossibile estendere questi benefici a tutta l’Italia senza un grosso sforzo di sistema», dice Consolandi.


La ricetta per estendere il PCT a tutta Italia
La ricetta in breve significa «potenziare le infrastrutture hardware, software e di rete; accorpare tribunali minori e database vari; dare motivazione e guida a tutto il personale degli uffici giudiziari per accompagnare una trasformazione radicale dei processi; rivedere il rito e le regole tecniche che purtroppo ancora, anche quando avvengono in via telematica, sono ricalcate sul modello cartaceo».

Tutto ciò è possibile solo grazie a «un piano nazionale, contrattato e condiviso, di tutti e da tutti perseguito e realizzato. Ma questo piano ancora manca, come manca un luogo di concertazione nazionale di tutte le iniziative», aggiunge Consolandi.

E’ il problema dei problemi, che affligge l’Agenda digitale italiana e che da anni ha schiacciato l’ICT pubblico nazionale: serve una governance forte e condivisa, di matrice politica. Per alcuni temi dell’Agenda, questa governance ora c’è, voluta dal premier Enrico Letta. Ma non c’è ancora per la Giustizia, capitolo per altro molto delicato per gli equilibri politico istituzionali.

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