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FPA: “Per sostenere la ripartenza alla PA servono nuove competenze e formazione”

Competenze interne poco allineate con i requisiti associati ai diversi ruoli e necessità di formazione in particolare sulle skill trasversali. Sono questi due degli aspetti su cui dovrà lavorare la Pubblica Amministrazione per essere competente, semplice, smart e digitale. I risultati dell’indagine di FPA

Pubblicato il 03 Giu 2021

Competenze PA

Più formazione per sviluppare le competenze interne in linea con le esigenze emerse negli ultimi mesi nella PA, inserimento di nuovi profili strategici, revisione drastica delle procedure dei concorsi, sburocratizzazione, sono queste alcune delle principali esigenze emerse dal sondaggio realizzato da FPA.

In attesa di Forum PA 2021, il grande evento che dal 21 al 25 giugno sarà dedicato al tema “Connettere le energie vitali del Paese”, con l’intento di creare e rafforzare i legami tra amministrazioni pubbliche, aziende e territori attorno alle missioni, agli obiettivi e agli interventi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, FPA (società di Digital360 che dal 1990 organizza il Forum) ci mostra la strada per la ripartenza della Pubblica Amministrazione. “PA motore della ripresa: quali azioni per un’amministrazione competente, semplice, smart e digitale”, è questo il titolo dell’indagine che FPA ha realizzato su quasi 1000 dipendenti della Pubblica Amministrazione e che ci aiuta a comprendere dove siamo ora e quali leve spingere per arrivare dove vogliamo essere domani.

La formazione e lo sviluppo di nuove competenze nella PA

Come anticipato, dalla ricerca FPA emerge prepotentemente il problema delle competenze interne, poco allineate con i requisiti associati ai diversi ruoli: nella maggioranza dei casi (il 56,4%) queste competenze sono ritenute inadeguate, insufficienti o superiori a quelle richieste. E sono forti le carenze nella formazione: oltre un quinto (26,2%) dei lavoratori non ha usufruito di alcuna attività formativa organizzata dalla sua organizzazione nell’ultimo anno. Chi ne ha usufruito, ha svolto corsi in prevalenza su contenuti giuridico-normativi (il 56,2% del totale) e sulle procedure per lavorare in Smart Working (42,1%); in minor misura, nel 24,3% dei casi, una formazione tecnico-specialistica, nel 21% su temi manageriali, nel 19,9% sull’informatica e nel 14,8% di comunicazione. Un’offerta formativa che non risponde le esigenze strategiche, perché, secondo l’esperienza degli stessi dipendenti, chi lavora nel pubblico dovrebbe essere formato in particolare su competenze trasversali (secondo il 62,5%), tecnologiche (61,9%) e organizzative (57%).

E così, la quasi totalità dei dipendenti pubblici – ben il 91,5% – si occupa anche da solo della sua formazione, principalmente leggendo articoli, partecipando a webinar, studiando testi o frequentando corsi di formazione a distanza. Rispetto al momento di ingresso nel lavoro attuale, secondo i dipendenti della PA le proprie competenze sono cresciute soprattutto grazie all’autoformazione (39,4%) e all’esercizio nel ruolo (39,2%), solo il 12,7% lo deve alla formazione ricevuta.

“I dipendenti pubblici che hanno risposto alla nostra indagine sono ormai consapevoli che solo investendo su competenze e formazione e introducendo nuove modalità e criteri nella selezione del personale potremo avere una PA in grado di sostenere la ripartenza del Paese – sottolinea Gianni Dominici, Direttore generale di FPA -. È un tema in questo momento al centro anche del dibattito politico, sul valore della PA e delle persone che vi lavorano c’è un’attenzione in positivo che mancava da anni. E anche qui, come è avvenuto per la digitalizzazione o per il lavoro agile, la pandemia è stato un fattore dirompente che, nonostante la tragicità degli eventi, ha aperto nuove prospettive al di là dell’emergenza, che sono la base su cui costruire il futuro”.

Un nuovo approccio al reclutamento e i nuovi profili che servono alla PA

Il sondaggio FPA rivela, anche, che i dipendenti pubblici riconoscono l’esigenza di un nuovo approccio nel reclutamento del personale, come evidenziato dalle linee programmatiche del Ministero per la PA. Secondo i lavoratori, i cambiamenti prospettati dal Ministero possono decisamente migliorare le politiche di assunzione delle amministrazioni soprattutto ridefinendo le procedure per individuare i fabbisogni di personale (per il 79,2% degli intervistati) e rivedendo drasticamente le procedure dei concorsi attraverso prove più orientate a verificare le competenze trasversali (71,6%). Poi, in minor misura, anche definendo nuovi incentivi per l’esodo di persone vicine all’età pensionabile e con professionalità inadeguate (64,6%).

Per rispondere alle sfide del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), la PA oggi ha urgente bisogno di nuovi profili. Secondo il giudizio dei dipendenti pubblici, servono soprattutto esperti di trasformazione digitale (evidenziati dal 61,2% di intervistati), poi esperti di pianificazione, progettazione e controllo (48,4%), esperti in gestione e rendicontazione dei progetti UE (44,5%), esperti di gestione di risorse umane e finanziarie (40%) e di project financing (37,7%).

Vantaggi e difficoltà dello Smart Working

Dopo la sperimentazione dello Smart Working di massa, a causa dell’emergenza sanitaria, nell’ultimo anno l’organizzazione della PA è spesso migliorata per disponibilità di tecnologia (per il 46,3%), per formazione sugli strumenti tecnologici (45%), e per ripensamento dei processi (43%), mentre i principali peggioramenti si evidenziano nella comunicazione interna.

Le principali difficoltà evidenziate dai lavoratori in Smart Working invece riguardano il mantenimento delle relazioni sociali con i colleghi (40,9%), le attrezzature non appropriate (39,8%) e la sensazione di isolamento (36,3%). Solo una piccola minoranza (il 16,4%) evidenzia problemi a conciliare il lavoro con le esigenze familiari.

DL Semplificazioni, servono i fatti

I dipendenti pubblici, di fatto, non hanno ancora visto risultati apprezzabili derivati a seguito del cosiddetto Decreto-legge “Semplificazioni” (DL 76/2020). Nonostante le importanti innovazioni normative introdotte su diversi aspetti dell’attività amministrativa, dopo quasi 7 mesi dalla conversione in legge, nella stragrande maggioranza dei casi non si sono percepiti effetti del decreto nella nuova disciplina della responsabilità dirigenziale (nessun effetto per 88,6%), come anche nella nuova regolamentazione del reato di abuso di ufficio (87,4%), nella semplificazione del procedimento amministrativo (84,7%).

Un po’ meglio, ma comunque insoddisfacenti gli effetti nella standardizzazione della modulistica per le istanze, le dichiarazioni e le segnalazioni (nessun effetto per il 75,2%), nelle disposizioni in materia edilizia (72,5%) e nelle modifiche nei contratti pubblici (72,3%).

Sulle semplificazioni, altro tema centrale nell’attuale dibattito politico, il Presidente di FPA Carlo Mochi Sismondi nota: “Dall’indagine emerge che questo è il lato oscuro della riforma: la maggioranza dei rispondenti non ha ancora sperimentato reali miglioramenti dopo il Decreto 76 del luglio scorso. È un’ulteriore dimostrazione della necessità di passare ad una politica di semplificazione non solo coraggiosa, ma anche sistematica e coerente. Un’azione basata su tre pilastri: gli indirizzi chiari della politica, condivisi da tutti i livelli della nostra frastagliata Repubblica, l’individuazione e la divulgazione di ‘buoni esempi’, la costante e fattiva opera di accompagnamento e di assistenza alle amministrazioni facendole crescere, rendendole competenti, formandole all’ascolto dei cittadini e delle imprese”.

Le ragioni del ritardo nella digitalizzazione della Pubblica Amministrazione

Dopo la spinta digitale imposta della pandemia, rispetto ai grandi pilastri della trasformazione digitale della PA del Piano triennale dell’AgID, come riporta la ricerca di FPA, si evidenziano miglioramenti nei servizi digitali ai cittadini (per il 77,4% degli intervistati), nella razionalizzazione delle infrastrutture tecnologiche e nella migrazione in cloud (51,6%) e nell’integrazione dei sistemi con le piattaforme abilitanti (44,7%).

Molte amministrazioni pubbliche però non hanno rispettato la scadenza del 28 febbraio per integrare i sistemi con SPID, CIE, PagoPA e appIO. Secondo i lavoratori, le ragioni del ritardo sono in parte tecniche (difficoltà a integrare nuove soluzioni con sistemi preesistenti, per il 61,4%), in parte legate all’assenza di competenze interne (per il 57,5%), anche se il 52,2% evidenzia una vera e propria “assenza di pianificazione” per questo obiettivo.

Per accelerare la trasformazione digitale e la semplificazione della PA, secondo i lavoratori la priorità è principalmente una: potenziare gli strumenti di informazione e sensibilizzazione sulle potenzialità del digitale. Molti però sottolineano anche l’esigenza di rafforzare le relazioni con mondo accademico e centri di ricerca, o di rivedere drasticamente strumenti e procedure d’acquisto della tecnologia.

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