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digitalizzazione

Fatturazione elettronica: manca ancora un passo

Quando l’informatizzazione sarà diffusa, senza più riserve, anche tra professionisti e piccole e medie imprese, e quando se ne riconosceranno pienamente i vantaggi, partirà una nuova fase, quella della consapevolezza. «Le imprese che fanno la fatturazione elettronica secondo le regole previste dalle norme per la relazione imprese-PA sono pochissime in Italia», conferma Paolo Catti, degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano

20 Ott 2014

Alessandro Longo

Alla fatturazione elettronica manca ancora un passo, importante, per aprire le ali in Italia. Ed è il passo che prima o poi – ci si immagina – la condurrà a maturità. Equivale alla sua diffusione, senza più riserve, anche tra professionisti e piccole e medie imprese. Questa nuova fase sarà possibile solo quando tutti riconosceranno appieno i vantaggi della fattura elettronica, ma più in generale dell’informatizzazione dei processi organizzativi.

Che ci sia ancora questo passo da compiere risulta evidente all’analisi dei dati sull’uso della fattura elettronica in Italia. Ma la dicono lunga anche i malumori che cominciano ad affiorare presso alcune categorie di aziende e professionisti, di fronte ai nuovi obblighi di fattura verso la PA centrale.

Sono due gli elementi che meritano qualche attenzione, semi nascosti nel mucchio dei dati che in generale e positivamente parlano del decollo delle fatture elettroniche in Italia (135 mila da giugno ad agosto 2014). Il primo è che ancora a luglio una fattura su quattro è stata respinta, per errori, dal Sistema di interscambio dell’Agenzia delle Entrate. Il secondo è che «solo poche decine di aziende hanno adottato un processo di fatturazione elettronica, analogo a quello previsto e disciplinato dal decreto 3 aprile 2013, n. 55: quello che prevede il formato strutturato, l’apposizione della firma qualificata o digitale, la successiva conservazione nel rispetto delle previsioni di cui al Codice dell’amministrazione digitale», dice Giusella Finocchiaro, avvocata esperta di questo tema.

«Le imprese che fanno fatturazione elettronica verso altre imprese secondo le regole previste dalle norme per la relazione imprese-PA sono pochissime in Italia», conferma Paolo Catti, che si occupa di questi aspetti per gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. «Sono molte di più invece le aziende che lo fanno secondo la nuova definizione, introdotta dal primo gennaio 2013 e che non obbliga ad avere un accordo esplicito con la controparte; né a portare necessariamente tutte le fatture in conservazione digitale (anche se invita caldamente a farlo)».

Rispecchiano questa fase di transizione anche i malumori che si leggono in giro da parte di alcune PMI e professionisti che non gradiscono di doversi dotare di un software apposito e di doverlo usare. Esplicitamente, a fine settembre, l’InarSind (Sindacato degli ingegneri e degli architetti) ha diffuso una nota contro “l’adozione di un formato elettronico-strutturato”. «Ben venga la digitalizzazione – prosegue la nota -, non saranno certo i professionisti a opporsi ai cambiamenti che la tecnologia può portare, anzi usualmente ne sono i primi sostenitori, purché siano strumento di reale trasparenza e di risparmio di tempo e risorse, sia per il pubblico che per il privato. Non ulteriore fardello. A oggi i tentativi di utilizzo della ‘fattura elettronica’ hanno solo dimostrato che la procedura va nella direzione diametralmente opposta alle tanto declamate ‘semplificazioni’».

A conti fatti, non devono stupire queste incertezze, tipiche di una fase di passaggio. Confermano una cosa che sapevamo già: che ci sia ancora da lavorare per diffondere la cultura digitale nel business in Italia. L’avvio della fattura elettronica obbligatoria serviva del resto proprio a questo fine, in ultima istanza.

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