Scenari

Crisi cinese, «le PMI italiane devono fare sistema e mandare là i dirigenti»

La svalutazione dello yuan è il meno, il problema è un quadro di difficoltà strutturali che richiede grandi riforme, spiega in un’intervista Romano Prodi. «Singolarmente le nostre imprese non possono farcela, devono rafforzarsi con fusioni, consorzi, organizzazioni, e studiare più seriamente il mercato, ma anche la cultura cinese»

10 Set 2015

Redazione

Romano ProdiNon è tra le sue competenze più note, ma Romano Prodi – economista, docente universitario e già Ministro, Presidente della Commissione Europea e Presidente del Consiglio – è anche un profondo conoscitore della realtà e dell’economia cinese, grazie tra l’altro alla cattedra che ricopre dal 2010 alla Ceibs (China Europe International Business School) di Shanghai.

In questa veste, EconomyUp lo ha recentemente intervistato per approfondire i possibili impatti della svalutazione della moneta cinese (yuan) e delle sue conseguenze finanziarie ed economiche sulle imprese italiane che fanno business o addirittura hanno una presenza diretta in Cina.

«Non è tanto la svalutazione dello yuan a dover preoccupare – ha spiegato Prodi a EconomyUp -, ma lo scenario più generale di un’economia alle prese con l’ennesimo cambiamento epocale: se la Cina non farà determinate riforme, incontrerà gravi difficoltà nel percorso futuro. E le imprese italiane che esportano in Cina non potranno non risentirne. Come possono difendersi? Crescendo di dimensioni e studiando più seriamente il mercato, ma anche la cultura cinese».

Le difficoltà attuali della Cina derivano, continua Prodi, dal difficile passaggio da una politica incentrata su export e investimenti a una più fondata sui consumi interni, dall’esplosione della bolla immobiliare, e dall’arretratezza del sistema bancario. «È un quadro di difficoltà di lungo periodo. Per questo non mi spaventa un crollo in Borsa del 30% da metà giugno, quando l’indice di Borsa è cresciuto di circa 150% in poco più di un anno».

Venendo più specificamente alle conseguenze sulle imprese italiane, «intanto va detto che le nostre esportazioni in Cina sono relativamente modeste rispetto ad altri Paesi: noi portiamo in Cina il 2,6% del nostro export, la Germania il 6,6%. Detto questo, il nodo non è la svalutazione: le conseguenze più negative arrivano dal generale rallentamento dell’economia, e dalla battaglia moralizzatrice avviata dal governo cinese ormai da un paio di anni contro i beni di lusso».

I vertici politici cinesi infatti stanno conducendo una campagna anti-corruzione per ridurre gli sprechi dell’apparato pubblico, tra cui i sontuosi regali per i dirigenti. Risultato: i cinesi comprano beni di lusso quando vengono in Italia, ma in Cina è calata la domanda verso il settore luxury, che in Italia e altrove è in allarme da tempo per questo motivo.

Non è tanto un problema per le grandi aziende italiane («in Cina c’è rimasta solo Iveco»). Quanto ai più piccoli, per evitare di finire nella spirale della crisi dovrebbero rafforzare le proprie strutture attraverso fusioni, imprese, consorzi, organizzazioni. Una volta si diceva: fare sistema. La dimensione delle nostre imprese non regge il mercato cinese. Poi bisogna mandare in Cina dirigenti che stiano là, conoscano la società cinese, si stabilizzino. Molto spesso le nostre imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni, non sanno come procedere quando decidono di lavorare con i cinesi. Esiste una diversità culturale che implica un cambiamento culturale. Cultura e dimensione: dobbiamo lavorare su questi due elementi».

L’export italiano in Cina, continua l’economista, si basa su tecnologie medio-alte relative soprattutto ai macchinari. «La quota maggiore delle nostre esportazioni verso la Cina non è data dalla moda, come molti potrebbero pensare, bensì dalla meccanica strumentale. Macchine per imballaggio, per lavorare rame, marmo, legno, oro, per produrre piastrelle. Se si vuole una macchina strumentale di grande serie si sceglie una tedesca, ma se si ha bisogno di una macchina specializzatissima sarà italiana».

Vero è che, a forza di esportare macchinari, i cinesi poi li copiano. «Ma ci sono comunque gli aggiornamenti tecnologici, ogni anno servono nuovi macchinari. La media tecnologia è ancora molto importante, così come l’innovazione di processo. Poi c’è il bio-tech italiano che sta vivendo un risveglio: non ci sono grandi imprese ma c’è gran fermento. Una cosa è certa: la Cina si sta spostando velocissimamente verso i prodotti di tecnologia più elevata. Ma nello stesso tempo è di fronte a un nuovo bivio epocale: o fa le riforme e trova modo di migliorare la produttività delle imprese, o si trova in gravi difficoltà».

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