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Fintech, banche e digitale, a che punto siamo: l’analisi del Polimi

L’Osservatorio Fintech & Insurtech ha presentto il suo report 2018 con dati e approfondimenti aggiornati su livelli di digitalizzazione di banche e assicurazioni italiane, modelli di business delle startup Fintech e Insurtech, impatto della PSD2, robo advisor e Blockchain nel Finance. Il Direttore dell’Osservatorio FIlippo Renga spiega due tendenze inattese su robotica e startup

Pubblicato il 21 Nov 2018

Osservatorio Fintech 2018 Renga anticipazioni

Il settore bancario è certamente uno di quelli che più profondamente stanno cambiando sotto le pressioni dirette e indirette della trasformazione digitale, dopo decenni di relativa stabilità e solidità. È una rivoluzione strutturale, perché le spinte al cambiamento arrivano sia dall’interno del settore che dall’esterno, come spiega l’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano.

«Quest’anno– ci spiega Filippo Renga, Direttore dell’Osservatorio Fintech e Insurtech -abbiamo focalizzato la ricerca sulle seguenti domande: qual è l’attuale livello di digitalizzazione delle banche e assicurazioni italiane? Quali sono i modelli di business delle startup Fintech & Insurtech? Quale è la strategia adottata dalle banche e assicurazioni italiane sul tema Blockchain? Quali sono i meccanismi di profilazione e qual è l’uso del robo advisoring nel Digital Wealth Management? Qual è l’attuale utilizzo dei servizi di Digital Finance & Insurance da parte delle piccole e medie imprese (PMI) e degli utenti italiani? Quali le loro esigenze per il futuro e le problematiche riscontrate nell’uso di tali servizi?»

Robo advisoring per il back-office, ma la decisione rimane umana

Renga si sofferma su due tendenze emerse dalla ricerca e abbastanza sorprendenti rispetto all’opinione comune sul settore bancario. La prima è che la diffusione delle soluzioni di robo advisoring, che fino a poco tempo fa sembrava inarrestabile, rimane limitata soprattutto alle attività a minor valore aggiunto come il back office, perché l’elemento umano si è rivelato irrinunciabile nel momento della decisione di investimento, almeno per vigilare sulle decisioni prese dalla robotica.

«Ci si è resi conto che nelle fasi di maggior turbolenza dei mercati il sistema, anche se ben programmato, fatica a riconoscere certe situazioni. È indispensabile l’abilità umana per capire esattamente cosa accade, e sintetizzare tante informazioni diverse in una visione di mercato: fino a oggi nessuno è riuscito ad automatizzare bene questo processo».

Startup, dall’attacco frontale alla ricerca di collaborazione

La seconda tendenza è che le startup in ambito fintech continuano a crescere fortemente, sia in numero che in finanziamenti raccolti, ma stanno cambiando rotta: dall’attacco frontale agli operatori bancari tradizionali e asset manager si è passati alla ricerca di collaborazione come strategia prevalente. «Forse negli anni scorsi è stato sottovalutato il fatto che un brand affermato è decisivo nel costruire un patto di fiducia con l’investitore di lungo periodo – sottolinea Renga -. Dalla nostra ricerca emerge che solo una piccola percentuale delle startup nasce con un modello di business apertamente in conflitto con gli incumbent, mentre viceversa i modelli che stanno dando risultati e profitti sono basati su forme di collaborazione con grandi intermediari e colossi del settore».

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