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analisi

Falsi miti e reali evidenze della Fatturazione Elettronica B2B

Dopo l’obbligo verso la PA, il legislatore italiano prepara il terreno per lo scambio elettronico delle fatture anche nel mondo delle imprese private. Contribuenti e fornitori di servizi e soluzioni (circa 200 in Italia) sono in fermento, ma nell’attesa si fanno strada false convinzioni. L’analisi di due esperti di P4i-Partners for Innovation

16 Feb 2016

Daniele Marazzi* e Paolo A. Catti*

Daniele Marazzi, Associate Partner, P4I - Partners4InnovationLa pubblicazione del Decreto Legislativo n.127 dello scorso 5 agosto 2015 ha innescato un fermento e un’attesa considerevoli sul fronte della Fatturazione Elettronica fra imprese. Il Legislatore ha dato chiari segnali di voler proseguire nel percorso di stimolo verso la Digitalizzazione intrapreso con l’entrata in vigore dell’obbligo di Fatturazione Elettronica verso la PA, pienamente operativo dallo scorso 31 marzo 2015.

Fermento e attesa che accomunano, da un lato, il vasto e variegato mondo dei cosiddetti contribuenti – “curioso” di capire quali incentivi possa offrire l’adesione volontaria al regime di Fatturazione Elettronica e di trasmissione telematica dei dati all’Agenzia delle Entrate – e dall’altro il più circoscritto ecosistema dei fornitori di servizi e soluzioni di Fatturazione Elettronica e di Conservazione Digitale (che pure raccoglie, malcontati, oltre 200 attori).

In fortissima analogia con quanto accaduto in occasione dell’entrata in vigore dell’obbligo di Fatturazione Elettronica verso la PA, anche oggi siamo di fronte al susseguirsi di timori, strumentalizzazioni e clamorose “sparate”. In questo contesto – occupandoci del tema da diversi anni e avendo avuto occasione di confronto continuativo con imprese, Pubbliche Amministrazioni, provider di servizi e soluzioni nonché con tutte le Istituzioni titolate in materia – sentiamo l’esigenza di fare alcune puntualizzazioni sul fenomeno. Per farlo, con l’obiettivo di prediligere chiarezza e sintesi, abbiamo scelto di portare l’attenzione, in particolare, su due Miti e altrettanti Fatti.

MITO #1 – Abbasso il Tracciato_FatturaPA! Viva il Tracciato_FatturaPA!

Paolo A. Catti, Associate Partner, P4I – Partners4InnovationLa discussione rispetto all’adozione di un tracciato standard sintattico rispetto a un altro è – ed è sempre stata, a nostro modo di vedere – sterile. Le iniziative di filiera più importanti del nostro Paese – GS1, nel Largo Consumo; Metel nel Materiale Elettrico e Illuminazione; Ediel negli Elettrodomestici e Consumer Electronics; Consorzio Dafne nel Farmaceutico – hanno da subito segnalato (ormai oltre cinque anni fa, quando coinvolte dall’Osservatorio nei lavori dell’allora Forum italiano sulla Fatturazione Elettronica) come fosse indifferente la scelta di questo o quel linguaggio da parte della PA, dal momento che una volta presa una decisione in merito, quale che fosse, si sarebbero sviluppati i necessari “traduttori” in grado di rendere trasparente la diversità di sintassi alle imprese già attive nell’emissione di fatture in formato elettronico strutturato (per usare l’acronimo inglese, il cosiddetto EDI).

Discorso diverso merita, invece, la “semantica” del documento Fattura, ossia i dati e il significato attribuito agli stessi all’interno del tracciato. Le principali criticità riscontrate da chi già operava in “contesti digitali” si sono concentrate negli interventi necessari a riprendere tutti gli automatismi indispensabili nel processo: per esempio, rendere automatica la gestione dei codici IPA o la gestione dei codici CIG e CUP, ove necessari. E in questo senso procedono oggi – anche grazie al contributo di referenti italiani, esperti e appassionati del tema, e che partecipano anche ai lavori del Forum – le attività per convergere verso una “Core Invoice” semantica comune a livello europeo.

In definitiva, non serve “aspettare lo standard perfetto”: serve cominciare a declinare i propri processi in digitale, appoggiandosi al linguaggio che più è vicino alle esigenze specifiche (di settore, di relazione, di volumi gestiti, etc.). Superato questo “primo scoglio”, eventuali cambiamenti di standard o di linguaggio risultano comunque molto più semplici da affrontare.

FATTO #1La diffusione (anche pervasiva) della Fatturazione Elettronica non è un risultato ma l’inizio di un percorso

Ma come, starete pensando, tanto parlare di Fatturazione Elettronica e ora questa diventa solo “l’inizio di un percorso”?!? Ebbene, sì. Ma andiamo con ordine. Da sempre chi affronta questo tema con consapevolezza e serietà ha parlato della Fatturazione Elettronica – verso la PA, in primis, tramite l’obbligo normativo – come dell’innesco potenziale per un effetto volano che avrebbe potuto attivare un’iniezione massiva di digitale nei processi transazionali (il cosiddetto B2b) del nostro Paese.

Il favore con cui da anni tutti guardiamo – e alla cui propagazione cerchiamo di contribuire – al fenomeno della Fatturazione Elettronica verso la PA si deve al fatto che abbiamo sempre visto nell’obbligo normativo il potenziale “innesco” di un’urgenza di cambiamento, in primis di approccio culturale, che potesse trasferirsi – con un effetto di “contagio positivo” – dalla relazione imprese-PA alle relazioni tra imprese (al B2b, appunto). E questo “contagio” impatta su tre dimensioni, correlate ma differenti: l’abituarsi a impostare i dialoghi fra organizzazioni in formato elettronico strutturato (a prescindere dal linguaggio!); il prendere confidenza con i processi di Conservazione Digitale delle informazioni a rilevanza giuridico-fiscale (che pure rappresenta la più osteggiata declinazione dell’obbligo di Fatturazione Elettronica verso la PA); il consolidare la consapevolezza di dover ripensare, in chiave digitale, anche i processi interni alle singole organizzazioni, per poter “mettere a terra” il potenziale delle prime due dimensioni di innovazione (autentica “epifania” che ha colto, e sta tuttora cogliendo, diverse organizzazioni – non necessariamente le più piccole o le meno strutturate, anzi! – siano imprese o PA).

MITO #2 – L’Agenzia delle Entrate renderà disponibile un servizio gratuito per la generazione, trasmissione e conservazione delle Fatture Elettroniche

Un mito, sì! E non possiamo che ribadirlo con forza. Il servizio sarà gratuito per le imprese che lo utilizzeranno, ma non affatto gratuito tout court per le casse dello Stato: si attingerà, quindi, alle risorse ottenute dall’imposizione fiscale che insiste sulla totalità dei contribuenti (tutti! – e vedremo poi perché sottolineo questa precisazione).

Lo stesso Legislatore, nella Relazione Illustrativa redatta nell’aprile del 2015, riporta le stime dei costi necessari per realizzare e manutenere in esercizio il sistema: parliamo di oltre 6,2 milioni di euro nel 2016 (di cui 1,2 milioni sono associati all’investimento iniziale una tantum) che salgono a 9,8 milioni dal 2017 (per mantenersi quindi costanti). Queste cifre sono state già riviste (al rialzo) nel settembre 2015 con la pubblicazione dell’Esito dei pareri al Governo, che porta i costi per il primo anno (2016) a 9,34 milioni, che crescono a 18 milioni nel 2017 per assestarsi a regime dall’anno successivo su 20,4 milioni. La relazione tecnica aggiuntiva precisa come 6,35 milioni su 20,4, a regime, sono dovuti alla decisione di includere nel servizio “gratuito” anche la Conservazione Digitale delle Fatture.

Ben venga, ovviamente, una soluzione che aiuti i più piccoli a sostenere il passo verso il digitale in modo semplice e senza costi diretti, anche perché con i loro numeri è inevitabile che proprio dalla partecipazione anche degli attori più piccoli derivi il successo del cammino digitale nel B2b per l’intero Paese. Ma non passi il messaggio che tutto questo è gratuito, perché non lo è. Ed è quindi auspicabile che quanto verrà messo in piedi (stranamente con un approccio “duplicato” che prevede analogo servizio offerto da Agenzia delle Entrate e da UnionCamere) rappresenti un investimento del Paese per aiutare i più piccoli e non un’infrastruttura attraente anche per i più grandi. Per questi ultimi, la collettività non ha bisogno di intervenire: sono anni, infatti, che l’Osservatorio ha dimostrato come i benefici raggiungibili attraverso soluzioni “B2b Digitali” ripaghino in pochi mesi i costi degli investimenti necessari. Buona idea pensare a un servizio gratuito per i piccoli, garantito da un investimento del Paese, al quale si spera che gli operatori del mercato siano rapidamente in grado di aggiungere ulteriori servizi di valore legati alla digitalizzazione dell’intero ciclo commerciale. Con sospetto, invece, accogliamo le soluzioni che indeboliscono le finanze dello Stato al servizio di chi questi investimenti può – e, a beneficio della propria competitività, avrebbe da tempo dovuto – affrontarli.

FATTO #2L’offerta di servizi e soluzioni di Fatturazione Elettronica (e Conservazione Digitale) è ampia, variegata e in “rapida maturazione”; il mercato della Domanda deve crescere in consapevolezza e in “cultura digitale”: questa “evoluzione forzata” è essa stessa il beneficio!

Sono ben oltre 200 gli attori che si propongono come fornitori di servizi e soluzioni digitali nel B2b, la gran parte dei quali ha in portafoglio soluzioni di Fatturazione Elettronica: il mercato dell’offerta, quindi, è sicuramente ampio e ricco. Certo, le imprese devono saper scegliere la soluzione e/o il servizio che meglio si adatta alle proprie esigenze, non fermandosi alla “prima offerta” e approfondendo le diverse alternative.

Non si può non osservare che alcuni (per la verità, non molti) player dell’Offerta hanno innegabilmente sfruttato l’iniziale fase di fermento, caratterizzata da una significativa asimmetria informativa, seguita all’entrata a regime dell’obbligo di Fatturazione Elettronica verso la PA, a discapito delle imprese della Domanda. D’altro canto, molte organizzazioni – e non necessariamente solo le realtà più piccole – spesso si fermano ad analizzare le prime tre o quattro offerte che intercettano, senza investire nello scouting, salvo poi riscontrare e lamentare prezzi troppo elevati (e guardandone alcuni, non si può che concordare). Peraltro, non sempre un prezzo elevato è indice di un’offerta ampia, ricca di funzionalità e articolata. Ma proprio lo “scotto dell’impreparazione” – o, per dirla in modo meno sbrigativo, l’urgenza di recuperare terreno sul fronte della consapevolezza del nuovo “contesto digitale” da cui non si può più prescindere – è parte dell’effetto positivo di “risveglio” (“brusco”, per le organizzazioni che in questi ultimi anni hanno – colpevolmente – rimandato la necessità di “porsi il problema”) per innescare l’effetto volano di sviluppo pervasivo della “cultura digitale” nel tessuto produttivo del Paese.

A ricoprire quelle porzioni della Domanda che non rientrano nel target dei player dell’Offerta – o, meglio, che sono state identificate come segmento target solo da una frazione ancora limitata dei player attivi sul mercato – ci sono i servizi messi a disposizione dal Sistema delle Camere di Commercio e da Consip: ben vengano estensioni, da più parti subito auspicate, che allarghino la platea dei potenziali fruitori di queste soluzioni anche ai professionisti non iscritti nel Registro delle imprese né presenti con una propria offerta nel Mercato Elettronico della PA. Ma un conto è attivarsi – e stanziare dei fondi pubblici! – per colmare fisiologiche inefficienze del mercato dell’offerta, tutt’altro il proporsi come alternativa “gratuita” – limitata alla gestione di un unico documento – rispetto a fornitori più che qualificati. Basti pensare, come esempio paradigmatico del paradosso cui stiamo assistendo, ai circa 50 Conservatori Accreditati presso l’Agenzia per l’Italia Digitale che vedono affiancarsi alla propria offerta un servizio “gratuito” erogato da un’Agenzia di Stato.

Non che questa evoluzione sia priva di senso: ne ha – e molto! – per i più piccoli operatori del mercato, ma non può andare oltre la risposta alle esigenze degli attori più “deboli”. Meglio, allora, agevolare e accelerare il processo di maturazione dell’Offerta che opera nel nostro Paese, anche per renderla più solida nei confronti di qualsiasi altro potenziale competitor europeo che, come è giusto che sia, si affaccerà sul nostro mercato una volta che le “regole digitali” del mercato unico europeo saranno definite (e non stiamo parlando di un futuro remoto, tutt’altro). Così come utile sarebbe supportare il percorso di “assestamento” nei prezzi, magari fornendo uno spazio informativo ove lasciare ai player la possibilità di pubblicare la propria offerta (con relative forchette di prezzo), contribuendo a una – più rapida – “naturale convergenza” verso valori più corretti (già proposti oggi da alcuni operatori, ndr), almeno sulle funzionalità di base: sgombrando il campo da chi in questi mesi ha approfittato dei soggetti più deboli e impreparati (arrivando a chiedere anche decine di euro a documento per la gestione della “generazione, trasmissione e conservazione delle Fatture Elettroniche” – per richiamare la formulazione adottata dallo stesso Legislatore nel Decreto 127).

Conclusione

Il Forum ha rappresentato – e confidiamo possa continuare a rappresentare – un’importante palestra di confronto, dove tanto le evoluzioni normative quanto le interpretazioni e le declinazioni delle stesse sono state messe al vaglio, allenate, dei rappresentanti dell’ecosistema produttivo del Paese (imprese, associazioni di categoria, provider tecnologici, professionisti): da questo percorso, faticoso e impegnativo come è giusto che sia un allenamento che si rispetti, ne sono uscite scelte più mature e, con tutta probabilità, più forti e più efficaci di quanto non avrebbero potuto essere se ci si fosse limitati a calarle dall’alto (come ancora – troppo spesso! – purtroppo avviene: chi non ha notato, per esempio, le “sgradevoli sbavature” presenti nello schema del nuovo CAD?).

È lecito auspicare che anche in questa occasione, in cui è chiamato a dare il proprio parere sulla decisione di mettere a disposizione gratuitamente un servizio per la Fatturazione Elettronica anche B2b, il Forum sappia cogliere il valore forte di questo investimento per il Paese, indirizzandolo in modo altrettanto deciso su chi ne ha effettivo bisogno e contribuendo così a far crescere volumi, mercato e sensibilità digitali – in sintesi, la “cultura digitale” – nel nostro Paese.

*Daniele Marazzi, Associate Partner, P4I – Partners4Innovation

*Paolo A. Catti, Associate Partner, P4I – Partners4Innovation

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