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Editoriale

Una politica per la crescita

Per quasi un anno la tesi di rito è stata “prima mettiamo i conti a posto e poi ci occupiamo della crescita”. Una tesi che mi ha sempre stupito….

18 Giu 2012

Umberto Bertelè

Per quasi un anno la tesi di rito è stata “prima mettiamo i conti a posto e poi ci occupiamo della crescita”. Una tesi che mi ha sempre stupito. Perché di solito la ripresa viene stimolata immettendo soldi nuovi, come negli US nel 2008 con il Tarp – Troubled asset relief program, e non sottraendoli o congelandoli (per contenere il deficit) attraverso prelievi fiscali addizionali e patti di stabilità.

Le attuali difficoltà nel varare il piano per la crescita, e comunque la limitatezza delle misure previste, confermano purtroppo i miei dubbi. L’Italia, non potendosi indebitare ulteriormente, non dispone delle risorse per un piano di stimolo tradizionale, capace di ridare fiato a un sistema di imprese in forte sofferenza.

In sofferenza per l’effetto depressivo sulla domanda interna che le misure adottate per mettere i conti a posto stanno avendo: si salva, e talora prospera, chi realizza una parte consistente del fatturato all’estero; e in forte difficoltà chi lavora prevalentemente per il mercato interno.

In sofferenza per il cosiddetto credit crunch. Le banche, provate dalla crisi, sono diventate estremamente selettive nell’erogazione del credito e tendono a non concedere fidi (o a revocarli) a quella miriade di PMI, poco patrimonializzate, che ne avrebbero estremo bisogno per sopravvivere; mentre paradossalmente faticano a erogare finanziamenti ai clienti più affidabili, per la loro scarsa propensione a investire in assenza di crescita.

In sofferenza per una PA che non solo ha pochi soldi per facilitare (ad esempio attraverso i contributi ai confidi) l’accesso delle PMI al credito, ma che ha un indebitamento complessivo prossimo ai 100 miliardi verso i fornitori – difficile da cancellare per l’impatto sul rapporto debito/PIL – che ne pone diversi a rischio di morte.

È allora impossibile una politica che attenui le tensioni esistenti e riduca il rischio di una moltiplicazione delle chiusure o dei fallimenti? No. Quando non si dispone di risorse addizionali “tipo Tarp”, credo ci siano due strade obbligate:

• recuperare fondi, cercando di individuare – attraverso la cosiddetta spending review – i maggiori sprechi, in primo luogo fra i rilevantissimi contributi che ai titoli più diversi sono destinati attualmente alle imprese;

• lavorare, attraverso interventi di natura strutturale, per ridurre i costi che le imprese devono sostenere, per aumentarne la competitività, per promuoverne la natalità, per rendere più attrattivi i territori.

Due strade politicamente ardue, per gli interessi consolidati che si vanno a toccare, ma che proprio la drammaticità del momento rende percorribili.

L’agenda degli interventi strutturali è da manuale: rendere più facili e snelli i rapporti con la PA, semplificando le procedure e ristrutturando la macchina organizzativa; combattere le rendite di posizione; ridurre le rigidità del mercato del lavoro; rendere meno biblici i tempi della giustizia civile; rafforzare le infrastrutture materiali e immateriali, aumentando le convenienze per i capitali privati; creare un ambiente più favorevole all’innovazione.

Qualcosa in questo senso si sta facendo, ma non abbastanza e troppo lentamente. La crescita e l’occupazione, quella giovanile in particolare, sono irraggiungibili senza un sistema di imprese forte. E non ci può essere un sistema forte senza uno sforzo continuo di innovazione nelle imprese e di efficientamento del contesto in cui operano.

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