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Privacy e utilizzo dei dati nel business: cosa è cambiato dopo lo scandalo Cambridge Analytica

Il caso Facebook sembra già essersi chiuso, ma l’impatto sulle imprese digitali è stato più profondo di quanto sembri e va oltre la violazione della privacy: si è alzato il velo su un nuovo modo di fare business, in cui i dati sono la materia prima, rendendo consapevoli la politica e l’opinione pubblica di come le aziende monetizzano i loro dati personali. Un’opportunità per chi saprà dimostrare di offrire le giuste tutele ai clienti

15 Mag 2018

Manuela Gianni

L’onda lunga dello scandalo Cambridge Analytica che ha scosso Facebook solo poche settimane fa sembra essersi esaurita. Le azioni del Social Network (che ricordiamo essere insieme a Google, Apple e Amazon fra le aziende con maggiore capitalizzazione al mondo) sono crollate del 18% in 10 giorni, trascinando al ribasso del 10% anche l’indice NASDAQ, facendo intravedere un nuovo rischio di bolla delle dotcom come nell’ormai lontano 2001. Ma poco dopo, il mea culpa di Mark Zuckerberg al Congresso ha ridimensionato l’allarme: le quotazioni si sono stabilizzate, il temuto pericolo di un effetto domino per l’intero settore del digitale è svanito, e l’attenzione dei mercati si è presto spostata sulle minacce di una nuova guerra commerciale con la Cina, con il caso ZTE al centro.

Non solo privacy: i big data nuovo asset per il business

In realtà, l’eredità dello scandalo è ben più pesante e va oltre gli aspetti finanziari. Le conseguenze riguardano più in generale il tema della governance di dati, vero carburante dell’economia digitale e materia prima per molti dei business più redditizi e promettenti di questi anni.

«La rilevanza dei big data per l’economia e la società digitale non riguarda soltanto il tema della privacy – scrive Antonio Nicita, uno dei commissari dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, in un articolo sul Sole 24 ore. – Si tratta di input fondamentali per la creazione di valore nel capitalismo digitale. Per questa ragione, si pone il problema di una “governance dei dati” che analizzi le interdipendenze tra protezione e mercato del dato e gli effetti di un’eventuale regolazione a più livelli».

Come ormai noto, il modello di business di molti big del digitale, Facebook e Google in primis, è proprio quello di monetizzare i dati che raccolgono dagli utenti, utilizzandoli internamente per sviluppare i servizi oppure rivendendoli a terzi. Ma l’uso dei dati riguarda un po’ tutti, perché il business è sempre più data-driven. Le aziende più avanzate già gestiscono i propri asset online utilizzando soluzioni di marketing automation e identity management, investono in digital advertising proprio perché le audience sono più segmentate, personalizzano le offerte sul cliente e via dicendo. Tutte attività basate sulla raccolta e utilizzo di dati dei loro clienti.

Del resto, tutti noi facciamo clic senza leggere quando ci chiedono di “acconsentire” e “accettare”, all’uso di dati che forniamo volontariamente, sapendo bene che ne otteniamo in cambio un valore, e che i millennials ancora meno preoccupati della privacy delle generazioni precedenti. A tutela e protezione dei dati personali, inoltre, nell’Unione Europea entra in vigore proprio in questi giorni il GDPR, il nuovo regolamento sulla data protection destinato a cambiare le regole per le aziende.

I dati sono dunque una responsabilità per chi li gestisce. I brand hanno bisogno di creare un rapporto di fiducia. E con la tecnologia è possibile innalzare i livelli di trasparenza e rassicurare i clienti, renderli liberi di intervenire sui propri consensi. Quanto alle implicazioni a livello politico, secondo Geoffrey Garrett rettore della nota business school Wharton: «più visibile e ampiamente compreso diventa il modello di business tecnologico della monetizzazione dei dati generati dagli utenti, più le persone ne saranno turbate e più probabilmente i governi cercheranno di rispondere con nuove regolamentazioni, anche se spesso queste si rivelano fuorvianti o inefficaci».

Un vantaggio per chi saprà tutelare i clienti

Secondo il docente, tre sono le probabili conseguenze per i mercati digitali. In primo luogo, come si diceva prima, si apre una finestra di opportunità per le imprese che sapranno dimostrare di essersi prese cura in modo serio delle problematiche di privacy, e un vantaggio per quelle che non derivano i propri introiti da attività legate all’uso dei dati degli utenti. Infatti, Apple, Amazon e Microsoft credono che questa sia una grande opportunità per differenziarsi da Facebook e Google. Ci saranno grandi vantaggi per le aziende cinesi, e in particolare per i titani del paese, Alibaba e Tencent, perché le preoccupazioni sulla privacy dei dati hanno molta meno risonanza nell’opinione pubblica. Infine, è facile prevedere che la sfida maggiore sarà per chi utilizza un business model che combina l’alta tecnologia con l’utilizzo di dati personali. Si pensi ai veicoli autonomi e alla risonanza mediatica di ogni incidente avvenuto durante i test, che scatena un fuoco di critiche e di allarme verso le nuove tecnologie.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Manuela Gianni
Direttore, Digital4Executive

Giornalista, ingegnere, mi occupo da molti anni di innovazione, tecnologie digitali e management. Direttrice sin dalla nascita di Digital4Executive

Privacy e utilizzo dei dati nel business: cosa è cambiato dopo lo scandalo Cambridge Analytica

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