Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Approfondimenti

Osservatorio – Digital divide, un paradosso che blocca la crescita

Si moltiplicano gli studi che confermano il ruolo cruciale per lo sviluppo dell’economia di una infrastruttura di rete in fibra ottica moderna e capillare. Eppure, il ritardo italiano non si sta riducendo e ancora manca una strategia nazionale che vada in questa direzione

24 Ott 2011

L’Italia vive un paradosso crescente, che si chiama digital
divide. Il paradosso è che da una parte si moltiplicano gli
studi secondo cui la diffusione della banda larga serve al
rilancio dell’economia e crescono le proteste di aziende e
istituzioni locali escluse dalla copertura. Dall’altra
invece i piani per la banda larga procedono a ritmi
insoddisfacenti.


È di quest’estate l’ultimo allarme: i governatori
regionali nella Conferenza delle Regioni hanno lamentato che
«il nostro Paese sconta dei ritardi strutturali in termini
di sviluppo della rete» e che il governo non investe
abbastanza in banda larga. Soprattutto resta
un’incognita lo sviluppo di una strategia nazionale per
creare una «moderna infrastruttura di rete in fibra
ottica
in grado di portare la banda ultra larga in tutte
le zone del Paese».


Un doppio problema
In particolare quindi il
problema è bifronte: c’è il digital divide base (assenza
di banda larga ad almeno 2 Megabit) e poi quello più evoluto,
che colpisce chi ha bisogno di una buona Adsl o, in prospettiva,
di una fibra ottica. Questo secondo digital divide è complesso e
richiede uno sforzo di analisi.


Un primo aspetto da considerare è che «tutto sommato, il
digital divide base sta per essere debellato quasi ovunque in
Italia, per le famiglie. Peccato che i 2 Megabit o
connessioni wireless non bastino alle esigenze delle
aziende
», spiega Francesco Sacco, managing
director del centro di ricerca EntER dell’Università
Bocconi, Milano. Non c’è solo il presente, tuttavia.
Bisognerebbe guardare anche al futuro, per mantenere il
passo dell’evoluzione del resto d’Europa e degli
altri Paesi avanzati
: e qui c’è il senso di
investire in reti in fibra ottica nelle case o negli uffici (100
Megabit e oltre). Questo proiettarsi verso il futuro non è
campato in aria: è una necessità, anzi, sostenuta anche dalle
istituzioni UE. Nell’Agenda Digitale Europea, gli obiettivi
sono copertura con banda larga di base a tutti i cittadini e
imprese europei entro il 2013; mentre nel 2012 la copertura
totale deve essere ad almeno 30 Mbps. Per quella data, inoltre,
almeno il 50 per cento della popolazione deve essere coperta da
100 Megabit o oltre.


Quest’estate la Commissione Europea ha lanciato
l’allarme, però: gli investimenti in fibra (Ngn, Next
generation network) vanno a rilento, rispetto agli obiettivi
fissati. Il problema non è certo quindi solo italiano. Da noi
però vive con particolare vivacità.


Le coperture
«A fine 2010 la
copertura a 2 Megabit o superiore è pari al 92 per cento della
popolazione, ma quella effettiva è dell’88 per
cento
, considerando i problemi alla rete di accesso che
affliggono alcuni utenti», spiega Cristoforo Morandini, di
Between-Osservatorio Banda Larga. «La nostra previsione
(sulla base dei piani degli operatori e degli interventi pubblici
centrali e locali) è di arrivare nel 2012 ad incrementare tali
valori di 1-2 punti percentuali al massimo». «Vale a
dire che ancora fra un anno ci saranno 6 milioni di
persone escluse dalla banda larga base
». In
realtà potrebbe essere un po’ meglio di così, secondo
Between, «se consideriamo anche le coperture wireless, che
però sono difficili da stimare. Arriveremmo quindi nel 2012 a
circa 4-5 milioni di persone escluse». Il wireless è più
aleatorio un po’ perché non ci sono mappe della copertura
complete e ufficiali per tutte le tecnologie (Umts/Hspa,
Hiperlan/WiMax); un po’ perché è difficile, se non
impossibile, dire in quali zone la velocità effettiva Umts/Hspa
è di almeno 2 Megabit.


Questa condizione ha conseguenze dirette, tanto che gli esperti
parlano di “valore economico del digital
divide
”. Ed è un valore «spesso
sottovalutato. Non è proporzionale alla percentuale della
popolazione non raggiunta ma alle opportunità economiche che
vengono così precluse ad un territorio», spiega Sacco.
«Le aree industriali del Veneto e del Piemonte, più che il
Sud, hanno seri problemi. Se in un paesino si possono avere
soltanto 2 Mbps, possono bastare ad una famiglia con ragazzi in
età scolare, ma non ad una normale impresa di dimensioni non
minime», continua. «E il problema è rilevante dato
che nei comuni con meno di 30.000 abitanti abita il 55% degli
italiani ma vi è localizzato il 51% delle imprese. Ormai solo le
sedi delle grandi imprese, per non parlare delle medie, è
localizzato nelle grandi città. La produzione, soprattutto nelle
cosiddette multinazionali tascabili, avviene altrove»,
aggiunge Sacco. Al momento, per rispettare le coperture
indicate dalla Agenda Europea, lo Stato ha destinato,
nell’ultima “manovra” economica di luglio, le
risorse pubbliche dei Fondi strutturali europei 2007-2013 e
quelle derivanti dalla riprogrammazione della spesa decisa dal
Cipe lo scorso gennaio
; senza quindi «nuovi o
maggiori oneri per le casse dello Stato».


Quanto alla copertura fibra ottica, l’Italia è ancora tra
i principali Paesi per numero di abitazioni coperte (2,5
milioni), ma non lo è più in termini percentuali. In questo
senso, dominano invece i Paesi dell’Est e del Nord Europa,
più il Portogallo. La Francia e la Turchia fanno meglio
dell’Italia, che invece ha una diffusione della banda ultra
larga maggiore di Spagna, Germania e Regno Unito. La copertura in
Italia non cresce da molti anni, però; negli altri grandi Paesi
europei è aumentata poco dal 2008 a oggi, nota Idate. C’è
insomma un problema generalizzato di investimenti, perché si
dubita del ritorno economico per chi li dovrebbe fare.


Gli studi: serve la banda larga ovunque
Eppure investire si deve: per lo sviluppo socio-economico di un
Paese, confermano numerosi studi. Non solo: si sta affermando una
scuola di pensiero secondo cui anche il ritorno per lo stesso
investitore privato potrebbe non essere così arduo. Lo è solo
se consideriamo la domanda attuale di banda larga e ultra larga.
Ma secondo analisi recenti, del Cefriel (Centro di Ricerca e
Formazione nei settori Ict) tra gli altri, nei campi
dell’innovazione è l’offerta a creare la domanda e
non viceversa. Una buona offerta suscita una domanda che, a
un’analisi precedente, risulterebbe invisibile (tanto da
non supportare un business plan). Il motivo è che il pubblico
non può sapere di volere qualcosa di innovativo e dirompente,
prima di averlo visto e provato. O per dirla con Steve Jobs,
tecnologo e capo di Apple, «non puoi dare agli utenti
quello che chiedono. Finché lo hai creato, quelli vorranno
qualcos’altro». Tocca insomma intuire la forma che il
futuro prenderà. Confidare che l’evoluzione di
internet, permessa dalla banda ultra larga, genererà servizi in
grado di ripagare almeno gli investimenti privati, oltre a
consentire agli operatori di risparmiare sul costo di gestione
delle reti
(la fibra ottica è più efficiente del
rame). Fiducia nei servizi futuri e risparmi però adesso non
bastano a convincere gli investitori privati; le nuove reti in
fibra sono del resto una scommessa da 300 miliardi di euro, in
Europa, secondo la Commissione. Ecco perché è opinione comune,
in Europa, che il pubblico (Stato centrale e amministrazioni
locali, come la Regione Lombardia e la Provincia autonoma di
Trento) devono partecipare con forme di partenariato, per la
fibra ottica. L’ha ribadito di recente Corrado Calabrò,
presidente Agcom (Autorità garante delle comunicazioni), citando
un’analisi dell’Osservatorio “Il costo del non
fare”. Secondo cui le infrastrutture per le comunicazioni
elettroniche sono al primo posto fra gli investimenti con il più
alto ritorno economico e sociale. E l’Italia ha bisogno di
un volano per risolvere il problema della bassa crescita
economica. «Da perdere, se non si investirà, ci
sarà tantissimo e si allargherà il gap con il resto del mondo
sviluppato, ma anche con economie meno avanzate che sono davanti
all’Europa
– e all’Italia – in aree cruciali
come l’innovazione e la ricerca», dice Calabrò. I
vantaggi economici (per non citare quelli sociali) per il Paese,
dalla banda larghissima, vengono sia dai risparmi di spesa sia
dall’aumento della produttività e della concorrenza
internazionale. Cioè: almeno un punto di Pil (Prodotto Interno
Lordo) per ogni 10% di diffusione della banda larga (fonte: banca
Mondiale) e circa 30 miliardi all’anno, a regime per
l’Italia, di risparmi grazie a telelavoro, e-commerce,
e-learning, e-government, ehealth, mobile payment, e-paper,
gestione energetica intelligente (fonte: Confindustria). Conferma
McKinsey, in uno studio di maggio: un aumento del 10 per cento
nella penetrazione della banda larga tra le famiglie fa salire
dello 0,1-1,4 per cento il Pil. Secondo Booz & Company, un
aumento del 10% della penetrazione della banda larga in un dato
anno porta a una crescita dell’1,5% della produttività
lavorativa nei successivi cinque anni.


Sull’importanza di investire in Ngn lo studio più recente
e completo, in Italia, è dell’Isbul. È il Programma di
Ricerca “Infrastrutture e Servizi a Banda larga e Ultra
Larga”, gestito da Agcom con la collaborazione di alcuni
dei principali Atenei italiani – a Milano Bocconi e Politecnico,
a Napoli Federico II, Università di Roma (LUISS, Roma Tre,
Sapienza, Tor Vergata), Università di Siena, Politecnico di
Torino e Imperial College di Londra. Investimenti in Ngn
da 3, 13,3 o 15,5 miliardi di euro
(con differenze di
coperture e tecnologie impiegate) generano benefici
diretti all’economia da 3,92, 17,38 e 20,25 miliardi di
euro, più vantaggi occupazionali
. Si sommano effetti
indiretti, meno certi di quelli diretti: sono di almeno quattro
volte superiori. «La realizzazione di una Ngn è, in una
certa misura, una scelta obbligata per un’economia che
voglia restare legata ai Grandi della Terra», si legge
nello studio.


Se ne ricava una conclusione. La sfida dei prossimi anni, per il
Paese, sarà far coincidere la fiducia degli studiosi con quella
di investitori pubblici e privati, nell’opportunità di
investire in banda larga e larghissima. Resta da vedere che volto
avrà la banda larga per l’Italia, nel lungo periodo.
Magari sarà ricordata come l’occasione del rilancio
finalmente colta. O come l’ennesima, forse definitiva,
opportunità persa per restare tra i Paesi più sviluppati.

Articolo 1 di 5