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editoriale

L’austerity porterà l’Europa fuori dal guado?

Non è affatto certo che i sacrifici di oggi si tradurranno in benefici per i nostri figli, perché frenano l’innovazione innescando un circolo vizioso. In assenza di una classe politica forte, sta a noi trovare un nuovo ruolo nel mutato quadro mondiale, per evitare il sorpasso di paesi come la Cina, che continuano a investire.

16 Mag 2013

Umberto Bertelè

È proprio vero che l’austerità permetterà all’Europa di lasciare ai propri figli condizioni migliori?

Una interessante survey di Accenture, riportata dal Financial Times, apre una crepa in quella che è una convinzione largamente condivisa anche da molti avversari dell’austerità stessa: non è affatto certo che i sacrifici di oggi si traducano meccanicamente in benefici futuri, perché la crisi depressiva generata dall’austerità rischia di ridurre sensibilmente gli stimoli alle imprese a innovare. In un contesto di caduta quasi generalizzata della domanda interna (particolarmente virulenta in Italia e negli altri cosiddetti paesi periferici) e di conseguente contrazione di utili e cash flow, nonché in presenza di forti incertezze sul futuro, le imprese preferiscono tenere fieno in cascina – o far contenti gli azionisti con dividendi e buyback – piuttosto che finanziare l’R&D e la formazione del personale o fare nuovi investimenti. Si riduce quindi la capacità di mettere sul mercato prodotti innovativi o di utilizzare tecnologie innovative per produrre; si riduce la disponibilità di forza lavorohighly skilled, storica sorgente di vantaggio competitivo per l’Europa. Si riduce anche la generazione di start-up, per le minori prospettive e per la ridotta disponibilità dei fondi di venture capital.

Non è così in tutto il resto del mondo. Non è così in particolare in Cina, che ha sempre attribuito al know-how una importanza centrale (spesso pretendendolo dalle imprese occidentali in cambio della possibilità di insediamento sul suo territorio e di accesso al suo mercato) e che ora ha avviato giganteschi investimenti in ricerca e in innovazione, volti a riconvertire l’attività industriale nelle aree del paese più affollate, sempre meno prone ad accettare livelli remunerativi e condizioni di vita “da terzo mondo”.

Con un grosso rischio per l’Europa, a detta di oltre due terzi dei business leader europei intervistati da Accenture: che la Cina nel giro di dieci anni – nel 2023 – superi l’Europa in innovazione, con tutte le conseguenze sul nostro standard di vita che si possono immaginare.

È possibile che il pessimismo imperante porti a sottovalutazioni sull’Europa, poco condivise infatti dai manager tedeschi, o a sopravalutazioni sulla Cina, impegnata nei prossimi anni in una delicatissima transizione sociale e politica. Ma il problema dei forti rischi insiti in un atteggiamento in apparenza solo virtuoso, quello di far sì che le spese siano calibrate ai mezzi di cui si dispone, esiste e va affrontato.

È la soluzione che è difficile da trovare. A livello europeo, perché una politica monetaria espansiva – simile a quella che ha portato al rilancio dell’economia statunitense e più recentemente di quella giapponese – è osteggiata dai paesi in condizioni finanziarie migliori (Germania in primo luogo), che temono di dover socializzare i debiti dei paesi periferici. A livello italiano, perché il nostro bilancio pubblico è appesantito dalla montagna di interessi che dobbiamo pagare ogni anno, su soldi che abbiamo preso a prestito nei decenni passati più per favorire la pace sociale o il consenso politico che per investimenti in grado di autoremunerarsi nel tempo; e perché la strada maestra, quella di una spending review basata su criteri di razionalità che liberi risorse per l’innovazione e arresti la spirale negativa in cui siamo caduti, richiederebbe un governo molto più forte.

Non credo peraltro che la forza del governo, in interventi di questa natura, dipenda solamente dall’esito elettorale e dai meccanismi di ripartizione dei seggi. Credo che alla base ci debba essere la convinzione diffusa da parte della gente – che al momento temo ancora scarsa – che le cose non si metteranno a posto da sole e che sta a noi (come fecero i nostri padri nel dopoguerra) darci da fare per trovare un posizionamento adeguato in un mondo in profonda trasformazione: in un mondo in cui nel 1950 l’Italia era il decimo paese più popoloso del mondo e occuperà un posto prossimo al trentesimo nel 2050; in un mondo in cui gli europei erano oltre un quinto della popolazione mondiale nel 1950 e saranno solo il 7 per cento nel 2050.

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