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formazione

I giovani, il lavoro e le competenze digitali: rafforzare l’asse scuola-impresa

Le tante iniziative di formazione sulle competenze digitali, avviate in autonomia dai fornitori ICT con presidi e rettori non restino isolate: rappresentano uno strumento formidabile per rendere studenti e giovani laureati protagonisti nella partita dell’innovazione, l’unica in grado di stimolare la crescita economica dell’Italia. Il futuro governo fornisca supporti e incentivi per potenziarle

22 Gen 2018

Manuela Gianni

Viviamo un paradosso che va urgentemente affrontato dal prossimo governo. Da una parte le aziende italiane lamentano enormi difficoltà nel reperire personale con le competenze di cui hanno bisogno, in particolare informatici, tecnici e giovani laureati in materie scientifiche, futuri manager in grado di comprendere come impiegare le tecnologie digitali per rendere più competitive le imprese. Dall’altro, in Italia la disoccupazione giovanile resta fra le più alte d’Europa, i “cervelli” continuano a cercare fortuna all’estero, e chi si affaccia sul mercato dopo un percorso di studio anche impegnativo troppo spesso trova solo lavori precari, stipendi bassi, carriere bloccate per anni.

La società e i mercati si sono modificati in questi anni a una velocità senza precedenti, spazzati dallo tsunami della quarta rivoluzione industriale e dell’innovazione digitale pervasiva. Serve dunque cambiare passo in fretta e focalizzare l’attenzione sul tema della formazione e dell’educazione, a partire dalla scuola. Le competenze digitali e scientifiche devono diventare un patrimonio di base per tutti: presto saranno scontate, perché i servizi si stanno spostando tutti online. Diplomati e i laureati devono presentarsi ai colloqui di lavoro consapevoli dei cambiamenti in atto: conoscendo le dinamiche dell’Industria 4.0, l’Internet of Things, le potenzialità e i rischi dei social network, e così via.

Dobbiamo guardare al futuro del lavoro e puntare sui nativi digitali, valorizzando i talenti. Lo ha ammesso in questi giorni anche il Ministro Padoan: «In questi anni giovani e donne sono rimasti indietro. Dobbiamo metterli in condizioni di contribuire alla crescita. Più scommettiamo sulla formazione e su Impresa 4.0, più avremo imprese competitive e lavoratori ben pagati». (La Stampa del 19 gennaio)

Non dobbiamo però fare l’errore di partire da zero, perché molto è stato costruito in questi anni. Piuttosto, è necessario fare sistema, mettere a fattore comune le tante iniziative sporadiche nate in seno alle aziende e alle amministrazioni pubbliche più illuminate, agendo in coerenza con le azioni avviate dall’Unione europea o dal mondo dell’impresa: le grandi corporation riunite al World Economic Forum di Davos in questi giorni stanno lanciando importanti investimenti mirati a potenziare le STEM (acronimo che identifica le materie scientifiche, Science, Technology, Engineering, Math) nelle scuole e soprattutto presso le ragazze, le più restie. O ancora, iniziative come quella del Comune di Milano, che ha dedicato alle STEM un evento annuale, chiamando a raccolta le tante forze attive sul territorio.

Rivedere e potenziare l’alternanza scuola-lavoro

L’alternanza scuola-lavoro, in questo quadro, è una grande opportunità da non perdere. L’idea che un’esperienza professionale possa arricchire il percorso della scuola superiore è sicuramente valida e già applicata con successo in altri Paesi come la Germania. Ma le modalità con cui viene realizzata in Italia sono molto discutibili: i presidi, obbligati per legge a trovare una sistemazione per i ragazzi, non ricevono alcun supporto pratico dal Ministero, e chiedono dunque aiuto ai genitori, i quali si prodigano attraverso la propria rete personale di conoscenze per far arrivare le candidature alle scuole. La società civile ha risposto bene. Conosco a Milano molti professionisti e aziende (anche Digital360) che hanno accolto nei loro uffici i compagni di classe di figli, nipoti e figli di amici, dedicando tempo e attenzione. Ma i ragazzi non sempre apprezzano: la percezione diffusa è che si tratti di un ennesimo modo per farli lavorare gratis, tanto che il 17 novembre sono scesi in piazza a manifestare le loro critiche.

La situazione va regolata e comunicata meglio, ma le grandi aziende ICT ne hanno subito colto le potenzialità e si sono mosse in autonomia, siglando accordi con alcune scuole e mettendo in campo le proprie persone e strutture per creare percorsi formativi ad hoc che hanno avuto grandissimo successo. IBM, Microsoft, HP, CA Technologies, Accenture sono alcune delle tante.

Milano è in prima linea: il corto circuito imprese-scuola è semplice e immediato, perché qui hanno sede i big del software e della consulenza professionale. Molto attivo nella collaborazione con le imprese è anche il Politecnico di Milano, che ha lanciato diversi corsi avanzati in partnership pubblico-privato.

L’azione politica appare a questo punto necessaria. Incentivare queste iniziative, fare tesoro delle migliori esperienze e divulgarle non solo potrebbe portare nel breve a preparare alla quarta rivoluzione industriale un numero molto superiore di ragazzi, ma darebbe un’iniezione di fiducia agli studenti, creando un flusso di energia positiva che li motivi e li prepari ad affrontare con più fiducia il lavoro di domani. Un lavoro che sarà molto diverso e che oggi possiamo solo provare a immaginare

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Manuela Gianni

Giornalista, ingegnere, mi occupo da molti anni di innovazione, tecnologie digitali e management. Direttrice sin dalla nascita di Digital4Executive

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