Reportage

Competenze, politica industriale e PNRR: gli ingredienti della ricetta per la digitalizzazione dell’Italia

Occorre dotare 2,1 milioni di lavoratori di competenze digitali entro il 2026 con un’Alleanza per il Lavoro del futuro; stimolare la crescita delle imprese ICT per guadagnare 249 miliardi di euro di PIL in più e fare massa critica sul venture capital. Essenziali la sinergia pubblico-privato, il “digital rebirth” delle PMI e l’Open Innovation. Le proposte dello studio “Next Generation DigITALY” di The European House – Ambrosetti con Microsoft Italia

08 Set 2022

Patrizia Licata

La digitalizzazione dell’Italia come chiave di volta per vincere le sfide economiche, ambientali e politiche: se ne parla da anni ma una vera strategia industriale sul digitale non è mai stata varata dal nostro Paese e l’urgenza cresce in un contesto dominato dalla necessità del rilancio post-pandemia cui si sono aggiunte la crisi energetica, le tensioni geopolitiche e un’escalation delle minacce alla cybersicurezza.

In questo scenario si inseriscono le analisi e le proposte contenute nello studio “Next Generation DigITALY: come promuovere l’integrazione e lo sviluppo di un ecosistema digitale per accelerare l’innovazione e la crescita del Paese” elaborato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Microsoft Italia e presentato al Forum di The European House – Ambrosetti. Il report è stato presentato nel corso di una conferenza stampa cui hanno preso parte anche Silvia Candiani, Amministratore Delegato di Microsoft Italia, e l’Advisor scientifico dell’iniziativa Alec Ross (Distinguished Adjunct Professor di Bologna Business School ed ex Senior Advisor for Innovation dell’US Secretary of State).

Digitalizzazione dell’Italia: i tre messaggi chiave

Tre i messaggi chiave che emergono per il Sistema-Paese: accrescere il capitale umano digitale, dotare l’Italia di una politica industriale del digitale e avanzare decisi con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

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Digital Rebirth delle PMI, formazione di campioni nazionali dell’ICT, cultura dell’Open Innovation, trasferimento tecnologico, valorizzazione del capitale finanziario pubblico e privato, collaborazione di filiera, coinvolgimento della società civile sono solo alcuni dei pilastri di una nuova politica industriale capace di mettere in moto la competitività dell’Italia grazie alla digitalizzazione.

La proposta sul capitale umano digitale: l’Alleanza pubblico-privata

La ricerca include una mappatura delle strategie e delle best practice digitali in Italia e in Europa e un sondaggio tra circa 130 imprese. La percezione degli intervistati è che i maggiori ostacoli all’adozione di tecnologie digitali in Italia siano la mancanza di una cultura digitale in azienda (52% del campione) e la carenza di competenze(48%).

Alla luce di questi dati lo studio di The European House – Ambrosetti e Microsoft Italia rivolge ai politici e alle aziende tre proposte concrete.

La prima è quella di sviluppare il capitale umano digitale con un’Alleanza per il Lavoro del Futuro. Per stare al passo con le esigenze di mercato l’Italia ha bisogno di 2,1 milioni di lavoratori dotati di competenze digitali entro il 2026. Lo sforzo è ingente se si pensa che siamo ultimi in UE per numero di iscritti a corsi di laurea in materia ICT in rapporto alla popolazione (0,7 ogni mille abitanti, contro i 5,3 della Finlandia, leader in Europa).

Il nostro Paese è chiamato ad agire su più fronti: il sistema scolastico, le attività di upskilling e reskilling nelle imprese e gli sforzi della società intera per cui il digitale deve agire come leva di inclusione e strumento per colmare i gap territoriali, generazionali e di genere. Per questo lo studio propone un’Alleanza per il Lavoro del Futuro in cui pubblico e privato uniscono le forze.

Il sistema pubblico si farebbe carico, in particolare, di aumentare il numero di professionisti ICT formati da Università e ITS; raggiungere l’80% di digital literacy della PA e dei pensionati al 2030; offrire più agevolazioni e strumenti per la formazione continua; finanziare un piano nazionale di upskilling/reskilling dei NEET (i soggetti che al momento non studiano e non sono neppure impiegati in attività lavorative) e dei lavoratori con competenze obsolete.

Da parte sua il sistema privato avrebbe il compito di amplificare lo sforzo pubblico con competenze, strumenti, infrastrutture e investimenti e impegnarsi a raggiungere l’80% di digital literacy della forza lavoro al 2030.

La politica industriale del digitale: digital rebirth per le PMI

La seconda proposta riguarda la politica industriale del digitale in Italia. Il comparto ICT italiano è solo nono in UE per dimensionamento delle imprese e questo ostacola la crescita sui mercati internazionali, la generazione di valore e occupazione in Italia. Se le nostre aziende ICT avessero un fatturato medio pari a quello delle aziende tedesche, l’Italia generebbe 249 miliardi di Euro di PIL in più, pari al 14% del PIL del 2021. Anche l’integrazione delle tecnologie digitali nei comparti non ICT è da migliorare, specialmente tra le iaziende di piccole dimensioni (il 44% non le utilizza).

Per questo la politica industriale del digitale deve guardare alle PMI e favorirne il digital rebirth. Come? Stimolando l’integrazione del digitale all’interno dei processi, affiancando gli strumenti di policy già presenti con nuovi incentivi strutturali, accessibili e di medio periodo per lo sviluppo dei canali digitali (e-commerce, post vendita, Customer Care…), favorendo la formazione di competenze e l’adozione di strumenti per la crescita della produttività e la collaborazione, anche nella filiera.

Occorre lavorare anche sulla valorizzazione del capitale pubblico e privato per il digitale, facendo leva sulle risorse finanziare di soggetti pubblici e privati per creare massa critica nel mercato del Venture Capital e favorire lo sviluppo di campioni nazionali del settore ICT.

Un’altra direttrice per la politica industriale del digitale è quella dell’Open Innovation: lo studio suggerisce di stimolare gli investimenti corporate e rafforzare il ruolo dei Technology Transfer Officer, dei Centri di Ricerca e degli Incubatori per rendere più efficace la loro funzione di “ponte” tra ecosistema dell’innovazione e sistema economico-finanziario.

Accelerare sul PNRR con semplificazione e co-investimento

Dallo studio emerge che l’85% delle aziende italiane ha fiducia nel PNRR come strumento per accelerare la digitalizzazione dell’Italia. Il Paese deve premere sull’attuazione e, a questo scopo, The European House Ambrosetti e Microsoft suggeriscono di migliorare la condivisione tra stakeholder dei risultati del Piano Italia Digitale 2026” per la digitalizzazione della PA e la realizzazione della banda larga. Sarebbe utile anche ampliare il raggio d’azione del Piano, definendo obiettivi per la digitalizzazione dell’ecosistema produttivo e prevedendo meccanismi di co-investimento specifici per le PMI.

Vanno, inoltre, semplificate le procedure per l’accesso ai fondi ed ai finanziamenti del PNRR. Ma, soprattutto, è essenziale coinvolgere l’intero Sistema-Paese (l’industria, le associazioni di categoria, gli stessi cittadini), perché la trasformazione digitale dell’Italia è anzitutto una questione culturale. Non si tratta di una nuova tecnologia imposta dall’alto, ma di un nuovo modo di fare e di pensare che permea e – a questo devono tendere gli sforzi – migliora la nostra vita, la nostra società e le nostre economie.

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Patrizia Licata

Laureata in Letteratura italiana, giornalista professionista, scrittrice. Da sempre sui temi della tecnologia e dell’innovazione, con le notizie e gli scenari Italiani e internazionali.

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