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imprenditorialità

Decisyon, una storia italiana di successo

In meno di un anno una piccola software house di Latina diventa un’azienda internazionale, forte di un’approccio innovativo al software per la collaborazione aziendale che unisce capacità analitiche per i Big Data e supporto transazionale. Intervista al fondatore e CTO, Franco Petrucci

17 Set 2013

Piero Todorovich

Franco Petrucci, founder di DecisyonNon sono molte le start-up italiane ad aver ricevuto finanziamenti Oltreoceano, ancora meno quelle che ne hanno avuto di cospicui. Due eccezionalità che si sono verificate entrambe per Decisyon di Latina, società oggi non più definibile start-up per via della crescita avuta dal novembre del 2012 in seguito a 20 milioni di dollari investiti nella società da parte di fondi esteri. Finanziamenti che hanno permesso a Decisyon di investire in un settore del software applicativo in cui gli analisti di Gartner vedono oggi un grande potenziale di sviluppo e che riguarda le applicazioni di collaborazione integrate con funzionalità analitiche che permettono al management di avere sempre le informazioni più utili per conoscere lo stato dell’azienda e prendere le decisioni giuste per commesse o progetti. Un ambito software che unisce tecnologie differenti e competenza nei processi, che ha permesso a Decisyon di avere oggi circa 300 clienti tra le Top 1000 di 11 Paesi diversi. Una storia di successo che ci siamo fatti raccontare dal fondatore e CTO di Decisyon, Franco Petrucci.

Com’è nata Decisyon?

Siamo nati 8 anni fa come azienda software con un progetto ben preciso, che ha avuto evoluzioni nel tempo ma al quale siamo sempre rimasti fedeli: chiudere l’anello tra decisione e azione. Nelle aziende si accede alle informazioni per prendere decisioni che poi si traducono in azioni da prendere. Un processo che ancora oggi è realizzato in modo non efficace, con un gran numero di prodotti diversi. Con l’aiuto dei nostri 40 ingegneri abbiamo studiato le funzioni che servono agli utenti e le abbiamo codificate in un’unica piattaforma. A differenza dei competitor non abbiamo messo insieme soluzioni diverse, ma sviluppato da zero un sistema di collaborazione e decision making a cui poi abbiamo aggiunto le capacità di execution, ossia di gestione delle attività transazionali. Il vantaggio della soluzione unificata è nella possibilità di passare dall’analisi alla collaborazione, dal social all’execution, con un click del mouse.

Com’è avvenuto il contatto con i venture capitalist?

Nel 2012, dopo due anni che facevo la spola tra Italia e Stati Uniti per lavoro, mi sono reso conto che la nostra soluzione aveva potenzialità. Senza neppure conoscere Decisyon, gli analisti di Gartner indicavano la necessità di soluzioni integrate come la nostra. Il mercato era andato esattamente nella direzione in cui noi avevamo sviluppato. A questo punto ho pensato che avessimo maggiori opportunità. Ho fatto la valigia per gli USA ben 33 volte e dopo lunga ricerca ho trovato persone che hanno creduto in ciò che noi stavamo facendo e deciso di darci il loro supporto. Hanno “scommesso su di” noi il fondo Axel Johnson assieme ad altri nove soggetti statunitensi e inglesi.

Cos’è cambiato con l’arrivo dei finanziamenti?

La nostra era una piccola azienda. Avevamo i conti in ordine, una roadmap di prodotto ben definita, ma niente capitali. Andavamo avanti garantendoci nell’immediato qualcosa da vendere per finanziare i passi successivi. Chi ha investito su di noi ci ha dato la liquidità per fare passi più ampi e ci ha dotato di un management team capace di realizzarli con persone che hanno avuto ruoli di vertice in aziende del calibro di Apple o Yahoo! come Bill Ryan che oggi è responsabile del marketing. In una realtà giovane come la nostra, il cambiamento è stato veloce e positivo. Eravamo completamente destrutturati, ma per crescere ci serviva un’organizzazione. Sarebbe stato inutile fare un buon prodotto senza riuscire a venderlo! Per questo abbiamo creato da zero la forza marketing e potenziato la struttura. Oggi abbiamo un quartier generale negli USA a Stamford, uffici a Londra, Milano e Latina. Lo sviluppo software è fatto interamente in Italia nella sede di Latina.

Come avete usato le risorse nell’ambito dello sviluppo software?

Gli investitori hanno sposato al 100% la nostra roadmap di prodotto fornendoci le risorse per realizzarla e il know-how che ci mancava fuori dall’area tecnica. Abbiamo portato avanti lo sviluppo della nuova versione 5 che ha appena terminato la fase di beta e sarà rilasciata nel mese di settembre. La nostra soluzione è la risposta a un diverso modello di organizzazione aziendale, non fondato sulle gerarchie ma su piccoli gruppi che collaborano tra loro, adatto in particolare nelle aziende distribuite. E’ veloce da implementare e accelera i flussi d’informazione e i processi di business. Con la nuova versione abbiamo sviluppato ulteriormente il concetto di collaborazione contestuale e online nei processi. Questo perché si collabora sempre per fare qualcosa, anche se la cosa è decidere se ha senso avviare un particolare progetto. La nostra piattaforma è adattabile a misura dell’organizzazione che deve usarla con processi di collaborazione adattabili. Lo spazio collaborativo può essere reso attivo solo quando serve al cliente ed è l’utente finale ad avere la capacità di scegliere come, quando e con chi collaborare.

Chi sono i vostri clienti e come usano il software?

Abbiamo grandi realtà come Telecom Italia, Johnson&Johnson, Intesa San Paolo… Il nostro software supporta processi di e-manufacturing in grandi aziende situate in Belgio, Svizzera e Cina dove è usato “come collante” della value chain di stabilimento, per allineare i vari attori. Nel campo bancario serve per la pianificazione, il reporting e il controllo di gestione. Nel settore farmaceutico, per la gestione dei fornitori esterni. Non mancano nemmeno aziende telco e utility che lo impiegano per la gestione delle risorse umane e del planning. Il lancio del prodotto negli USA è per noi un passo fondamentale, in particolare verso il mercato della grande impresa, anche se la nostra soluzione resta comunque economicamente abbordabile anche per le medie aziende.

Obiettivi per il futuro?

Non possiamo parlare di numeri, ma l’obiettivo è continuare a crescere negli Stati Uniti e in Europa. Non sappiamo se nel nostro futuro ci saranno quotazioni in Borsa, acquisizioni o fusioni. Il nostro direttore finanziario opera come se fossimo già oggi un’azienda quotata, per cui non avremo problemi nelle scelte future. Rispetto ad altre start-up che hanno ottenuto finanziamenti non abbiamo mai avuto una “exit strategy”. Sia chi l’ha fondata sia le 7-8 persone che oggi sono ai vertici delle strutture di vendita e servizi continuano a credere nell’azienda, sostenuti dai feedback dei nostri clienti.

Qualche errore che non rifarebbe?

Non è un caso che siano pochissime le aziende italiane finanziate da fondi esteri. Se dovessi tornare indietro fonderei la start-up direttamente negli USA, cercando poi gli investitori in Europa e in Italia. E’ stato molto faticoso seguire il percorso inverso. Col senno di poi, sarebbe stato comunque meglio partire dall’Europa, Germania o Francia, dove c’è una presenza maggiore di società di venture capital.

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