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L'evento WEF

Davos 2017 scopre il lato umano della Quarta Rivoluzione Industriale

Come prepararsi alle sfide che la transizione al digitale sta aprendo nel mondo del lavoro? Come mitigare le minacce delle tecnologie e garantire l’inclusione nella società? Se ne parla al World Economic Forum, che si svolge in questi giorni sulle Alpi svizzere con la partecipazione dei top manager dei colossi dell’ICT mondiale

17 Gen 2017

Manuela Gianni

L’impatto della tecnologia digitale sull’economia e sulla società è anche quest’anno uno dei temi di Davos, il meeting del World Economic Forum (WEF) in corso sulle Alpi svizzere, che chiama a raccolta il gotha dell’economia e dei governi mondiali con l’obiettivo di interpretare e indirizzare gli scenari del futuro.

L’edizione 2016 aveva ufficializzato il passaggio a una nuova fase dell’economia mondiale, battezzata Quarta Rivoluzione Industriale, e aveva avviato la discussione sul ruolo che manager, imprenditori e Governi devono avere nel guidare la transizione verso la nuova era digitale. Quest’anno il dibattito continua, ma il focus sembra essere sulle minacce, a livello organizzativo e di forza lavoro, piuttosto che sulle opportunità. I big dell’ICT sono presenti in forze: c’è Bill Mc Dermott, Chief Executive Officer di SAP, Satya Nadella CEO di Microsoft, Ginni Rometty CEO di IBM, il capo della strategia di Accenture Mark Knickrehm e molti altri.

Va detto che il tema del digitale è quest’anno ai margini, dato che la discussione è polarizzata sugli eventi degli ultimi mesi -dalla Brexit all’elezione di Trump fino all’immigrazione e alla crescente forbice fra ricchezza e povertà– che stanno ridisegnando gli equilibri mondiali, con la Cina sempre più protagonista e irrinunciabile partner per il business globale: ospite d’onore quest’anno è proprio il presidente cinese Xi Jinping, accompagnato dal CEO di Alibaba Jack Ma, dalla presidente di Huawei Sun Yafang e altri leader della nuova imprenditorialità cinese.

La tecnologia al servizio delle persone

Le minacce del digitale sull’occupazione sembrano far convergere sull’esigenza di una maggiore regolamentazione mirata a conservare i posti di lavoro e il livello salariale, e a governare l’avanzata impetuosa della tecnologia conciliandola con le richieste di una società più a misura d’uomo, inclusiva, con una più equa ripartizione dei redditi. Lo conferma anche una recente richiesta dell’ufficio Legal della UE, che evidenza l’urgenza di una normativa per l’uso dei robot che stabilisca nuovi standard etici. L’anno scorso un rapporto WEF preconizzava del resto una drastica riduzione della forza lavoro come conseguenza della digitalizzazione e dell’avanzata dell’Industria 4.0. Ora ci si chiede come preparare i lavoratori all’età digitale, come colmare il gap di competenze, come convivere con l’intelligenza artificiale e come aumentare la percentuale di donne impiegate in ambito tecnologico.

Prende piede, dunque, un nuovo umanesimo. Le imprese che avranno successo nella nuova rivoluzione industriale saranno quelle che riconoscono che le tecnologie sono un abilitatore al servizio delle persone e non un loro sostituto. Il capitale umano deve dunque restare il primo pensiero dei business leader, chiamati a riflettere su un orientamento più responsabile della propria leadership.

È compito e responsabilità dei manager, dunque, occuparsi delle proprie persone, accompagnandole verso le nuove frontiere professionali dell’era digitale. Reskilling è la parola chiave. Secondo un report presentato a Davos da Accenture, lo sviluppo di competenze, come capacità di leadership, pensiero laterale e creatività, o ancora intelligenza emotiva, può infatti contrastare notevolmente la riduzione dei posti di lavoro legata alla crescente automazione.

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