Green public procurement (GPP), cos'è e perché conviene sceglierlo

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Green public procurement (GPP), cos'è e perché conviene sceglierlo

Dagli stimoli arrivati dall’Unione europea all’istituzione dei Criteri ambientali minimi (Cam): così si sono sviluppate le iniziative di Green Public Procurement in Italia. I benefici che un sistema di approvvigionamento basato sulla logica della sostenibilità comporta per la PA e per l’intero ecosistema

09 Mar 2021

Domenico Aliperto

Ora che il tema della sostenibilità nel mondo del government è finalmente alla ribalta, con addirittura l’istituzione in Italia di un ministero per la Transizione ecologica, si potrebbe pensare che Green Public Procurement (GPP) sia una buzzword nata sull’onda di una presa di consapevolezza tutto sommato recente. In realtà, la logica dell’inserimento di criteri di preferibilità di soluzioni a basso impatto ambientale nelle procedure di acquisto della Pubblica Amministrazione è frutto di una trasformazione in atto da tempo. Si tratta di un percorso avviato o per lo meno promosso già da anni a livello comunitario – e, di riflesso, anche sul piano nazionale – che cerca di trovare un equilibrio tra budget, efficienza dei processi di approvvigionamento e sempre maggiore sostenibilità dei beni e dei servizi acquistati.

Vediamo più nel dettaglio in cosa consiste l’approccio “green” al public procurement e analizziamo gli elementi che possono renderlo non solo eticamente valido, ma anche conveniente e addirittura strategico per gli attori del settore pubblico.

Che cosa si intende con Green Public Procurement

Come accennato, il Green Public Procurement consiste nell’integrazione di considerazioni relative alla sostenibilità ambientale all’interno delle procedure di acquisto della Pubblica Amministrazione. L’obiettivo è stabilire una serie di mezzi, criteri e strumenti orientati alla scelta di beni e servizi che, rispetto a prodotti analoghi utilizzati allo stesso scopo, abbiano un ridotto effetto sulla salute e sull’ambiente.

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Attenzione: questo non vuol dire limitarsi ad acquistare un bene o un servizio tenendo conto solo degli impatti ambientali nell’immediato e rispetto ai singoli task direttamente coinvolti. Bisogna anche calcolare quale è stata, e potrà essere, l’impronta sull’intero ecosistema nel corso del suo ciclo di vita. Dall’estrazione delle materie prime, passando per i processi trasformativi e naturalmente per le ricadute che hanno le interazioni generate all’interno della struttura organizzativa, fino al suo smaltimento, vanno presi in considerazione tutti gli effetti collaterali di ciò che si sceglie.

I benefici del GPP

Può sembrare a livello teorico un approccio complesso e macchinoso, ma una volta a regime il Green Public Procurement comporta diversi benefici tangibili. Innanzitutto in termini di omogeneizzazione dei processi e degli standard qualitativi di acquisto. In secondo luogo, diventa possibile considerare le certificazioni dei sistemi di gestione ambientale come elementi di prova per la verifica delle capacità tecniche dei fornitori rispetto alla corretta esecuzione dell’appalto pubblico. Ultimo, ma non per importanza, c’è di riflesso l’orientamento che si può dare al mercato: spingendo le società che vogliono aggiudicarsi gli appalti a intraprendere a loro volta il percorso della sostenibilità ambientale, la Pubblica Amministrazione riuscirà a innescare un circolo virtuoso con ricadute anche nel settore privato e, a cascata, nella vita dei cittadini.

La spinta internazionale

Il primo ente che ha promosso a livello internazionale l’adozione di un codice verde per gli approvvigionamenti nella Pubblica Amministrazione è stato l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), a cui si sono aggiunte le guide dell’Epe (Environmental Partner for Environment) e dall’Iclei (International Council for Environmental Initiative).

L’Unione Europea ha cominciato ad affrontare il tema nel 1996, con il “Libro Verde sulla politica integrata dei prodotti“, dove si riconosce l’importanza dell’opportunità di introdurre criteri ecologici nella selezione di beni e servizi da parte della Pubblica Amministrazione. Un concetto ribadito dal VI Programma d’Azione dell’Unione Europea in campo ambientale, che prevede “incentivi economici per i prodotti ecologici, la promozione di una domanda ‘verde’ mediante una migliore informazione ai consumatori, lo sviluppo di una base oggettiva per una politica ‘verde’ di approvvigionamenti pubblici e l’incoraggiamento di una progettazione più ecologica dei prodotti”.

Bisogna però aspettare la Comunicazione interpretativa 274 del 2001 intitolata “Il diritto comunitario degli appalti pubblici e le possibilità di integrare considerazioni di carattere ambientale negli appalti pubblici” per poter dire di avere da parte della Commissione vere e proprie linee guida di riferimento sul tema del Green public procurement.

Con la Comunicazione 302 del 18 Giugno 2003 “Politica integrata dei prodotti – Sviluppare il concetto di ciclo di vita ambientale”, la Commissione ha quindi invitato gli Stati membri a predisporre piani d’azione per l’integrazione delle esigenze ambientali negli appalti pubblici pubblicando una serie di strumenti di informazione, tra cui un database, dedicato ai gruppi di prodotti in grado di fornire ai responsabili degli acquisti degli enti pubblici alcuni dei criteri da prendere in considerazione per un determinato acquisto, e un sito web focalizzato sull’integrazione delle esigenze ambientali negli appalti pubblici. A questi si è aggiunto nel 2004 “Buying Green”, un manuale pratico destinato alle pubbliche autorità.

Ma sarà la direttiva 2004/18/CE del 2004, relativa al “coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di forniture, di servizi e di lavori” a introdurre la variabile ambientale nei processi di acquisti pubblici e a tentare di semplificare una normativa di per sé complessa e dettagliata.

Il green public procurement in Italia

Negli ultimi anni sono comunque stati inviati dall’Europa molti altri stimoli ai Paesi membri affinché adottassero i criteri del GPP. D’altra parte, in media negli Stati europei gli acquisti pubblici pesano per il 14% del PIL, e in Italia il giro d’affari arriva al 17% del Prodotto Interno Lordo nazionale. Si tratta quindi di un comparto la cui impronta ambientale ha un impatto enorme, ed è il motivo per cui anche nel nostro Paese i primi segnali in questo senso sono arrivati in tempi non sospetti.

Con l’approvazione da parte del Cipe della delibera n. 57 del 2 agosto 2002 “Strategia d’azione ambientale per lo sviluppo sostenibile in Italia”, si stabilisce che “almeno il 30% dei beni acquistati debba rispondere anche a requisiti ecologici; il 30-40% del parco dei beni durevoli debba essere a ridotto consumo energetico, tenendo conto della sostituzione e facendo ricorso al meccanismo della rottamazione”. Nel 2003, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio ha individuato “regole e definizioni affinché le regioni adottino disposizioni, destinate agli enti pubblici e alle società a prevalente capitale pubblico, anche di gestione dei servizi, che garantiscano che manufatti e beni realizzati con materiale riciclato coprano almeno il 30% del fabbisogno annuale”. Ma è con la legge 296/2006 che si istituisce un vero Piano d’azione nazionale basato su tre obiettivi ambientali strategici: efficienza e risparmio di risorse naturali, riduzione dei rifiuti prodotti e della loro pericolosità, abbattimento dell’uso e dell’emissione di sostanze pericolose.

Dal piano sono discese poi delle specifiche sui Criteri ambientali minimi (Cam) da adottare rispetto ai diversi settori merceologici o servizi. L’inserimento dei Cam nei documenti di gara è divenuto obbligatorio in seguito all’emanazione del nuovo codice appalti del 2016, che all’art.34 prevede per l’appunto l’applicazione dei Cam nelle gare pubbliche: viene così prescritto un vincolo specifico rispetto ai prodotti e ai servizi per i quali siano stati emanati i relativi Cam dal Ministero dell’Ambiente, e per acquistare i quali occorre inserire nella documentazione di gara almeno le specifiche tecniche e le clausole contrattuali contenute nei Cam.

Alcuni esempi italiani

Attualmente, il principale programma italiano di Green Public Procurement è quello avviato da Consip nel 2008. Si possono poi citare gli esempi delle Centrali Acquisti Territoriali pubbliche Arca della Regione Lombardia e IntercentEr della Regione Emilia-Romagna, oltre a Papers (Piano per gli Acquisti Pubblici Ecologici della Regione Sardegna), iniziativa pionieristica nata nel 2009 per definire “le azioni necessarie al fine di razionalizzare i fabbisogni della Regione Sardegna, individuare i prodotti e servizi sui quali applicare l’introduzione di criteri ecologici in fase d’acquisto, promuovere comportamenti di consumo responsabile presso gli uffici, realizzare interventi d’informazione, sensibilizzazione e accompagnamento tecnico per il personale dell’amministrazione regionale e per gli enti locali”.

Il ruolo delle tecnologie

La transizione ecologica, dunque, in Italia va di parti passo con la transizione digitale. Le due dimensioni infatti condividono diversi concetti di fondo: efficienza, risparmio, creazione di valore per l’intero ecosistema. Per questo è necessario fare leva sulle nuove tecnologie per potenziare l’efficacia dei piani di Green Public Procurement già avviati e per attivarne di nuovi. Al di là delle soluzioni per la fatturazione elettronica e la gestione documentale digitalizzata, che rappresenteranno la spina dorsale dei nuovi network fondati su una collaborazione tra pubblico e privato sempre più stretta e intensa, la Pubblica amministrazione e i suoi partner devono guardare con fiducia soprattutto ai sistemi di intelligenza artificiale. Sarà infatti il machine learning a consentire di sfruttare l’automazione per velocizzare i processi di verifica dei parametri di sostenibilità e per allineare le singole iniziative di carattere locale ai macro-obiettivi strategici di respiro nazionale e internazionale.

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