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Analisi e ricerche

Sorpresa: la PMI italiana innova (ma investe poco)

Le piccole e medie realtà del nostro Paese sono attive in ricerca e sviluppo come quelle grandi, e più della media europea. Bene soprattutto le medie aziende manifatturiere. Meccanica, elettronica e automotive i settori in evidenza. Gli investimenti riguardano in primis prodotti e servizi, e processi di produzione, molto meno le risorse umane. I responsi di un’indagine dell’Istituto Tagliacarne

18 Giu 2014

Luigi Ferro

In un settore decisivo come quello dell’innovazione, fondamentale per la competitività, le aziende italiane mostrano buoni risultati, ma potrebbero fare molto di più. È l’opinione dell’Osservatorio annuale sulle Piccole e medie imprese italiane, promosso dallo studio legale e tributario LS Lexjus Sinacta, che ha presentato un’indagine condotta dall’Istituto Guglielmo Tagliacarne su un campione di 1.150 aziende e riferita al periodo gennaio-dicembre 2013.

Secondo l’indagine esistono tre tipologie di PMI: ad alta (16%), media (52%) e bassa innovazione (31%). Il gruppo delle aziende più innovative, anche in un periodo difficile come quello degli ultimi anni, ha registrato una crescita maggiore rispetto alle altre. L’incremento di fatturato nel triennio 2010-13 ha riguardato il 29% delle aziende di questo gruppo, contro il 15% per le aziende a media innovazione e il 5% per quelle a bassa innovazione. Situazione analoga per quanto riguarda l’occupazione.

Altro dettaglio importante è quello che riguarda l’attività in sinergia con altre imprese. Le aziende che fanno parte di reti rappresentano infatti il 15,3% tra quelle ad elevato contenuto innovativo, contro il 7,4% e il 6,2% tra quelle, a media e bassa innovazione. In generale, al contrario di quanto succede in altri paesi, in Italia la differenza di investimenti fra le PMI e le grandi imprese è minima. Le aziende di minori dimensioni hanno il 49% della fetta degli investimenti contro il 51% delle grandi.

Anche in termini di quota di imprese innovative, il sistema produttivo nazionale si posiziona avanti rispetto alla media dell’Unione Europea: innova il 56,3% delle imprese italiane, incidenza superiore a quella dell’Ue-27, pari al 52,9%. I settori più innovativi sono quelli della meccanica, elettronica e automotive con il 57%, seguiti a stretta distanza da legno e arredo (56,5%). A seguire chimica (46,8%) e tessile, abbigliamento, pelli (43,7%).

Le principali innovazioni introdotte dalle aziende riguardano soprattutto prodotti e servizi (45,2%), processi di produzione (29,2%), attrezzature, software o tecnologie varie (10,6%), sistemi di logistica (6%), marketing, distribuzione, tecniche manageriali, acquisto di brevetti, organizzazione del lavoro (tra 0,9 e 2,3%). A fronte dei risultati raggiunti, l’indagine rileva però bassi investimenti nel capitale umano. Sarà anche per le ridotte dimensioni delle aziende italiane, ma tre imprese su quattro impiegano meno del 4% degli addetti nell’innovazione, e solo il 12% vi dedica il 10% del personale.

Limitati sono anche i capitali investiti. Il 25% di imprese ha introdotto innovazioni investendo però una quota di ricavi inferiore all’1%. E l’8% delle imprese non ha investito nulla. Il 32% ha investito al massimo il 3%, una su cinque arriva al 6%. In Italia, è la conclusione del rapporto, le imprese non perseguono l’innovazione attraverso investimenti in ricerca e sviluppo, ma anche e soprattutto “nella possibilità di acquisire know-how e apparecchiature innovative e nella creatività e capacità inventiva delle PMI del territorio”.

Secondo l’indagine però nella Penisola esiste un ricco tessuto di medie imprese che vanta un potenziale innovativo importante anche confrontandole con i competor continentali. In Italia infatti il 38% delle aziende è considerato innovativo, contro una media europea del 35%. Un dato che cresce se si prende in considerazione il solo settore manifatturiero. In questo caso siamo al 56,3%, contro una media europea del 52,9%.

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