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Smart working nelle PMI italiane, luci e ombre: il 37% è all’opera, al 40% non interessa

Indagine dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano su 567 imprese tra 10 e 250 addetti: crescono interesse e iniziative, ma prevalgono ancora gli approcci informali. E una parte consistente resta esclusa: sono soprattutto piccole aziende di settori a digitalizzazione limitata dove i modelli di Lavoro Agile più classici sono difficili da applicare

Pubblicato il 25 Ott 2017

smart working nelle pmi

Il 2017 verrà sicuramente ricordato per l’approvazione della legge sullo Smart Working e per la crescente attenzione da parte dei media. In effetti, a tutto questo corrisponde nella realtà quotidiana un continuo aumento degli “smart worker”, definiti come professionisti con rilevanti margini di scelta su luogo, orario e strumenti per fare il proprio lavoro. Secondo l’Osservatorio Smart Working 2017, presentato pochi giorni fa, in Italia oggi si possono stimare 305mila smart worker, con un aumento del 14% rispetto al 2016, e un’incidenza che tocca ormai l’8% del totale dei lavoratori in Italia.

Questo trend di crescita è perfettamente comprensibile alla luce dei benefici che lo Smart Working apporta sia alle aziende che lo implementano (l’Osservatorio stima un 15% di crescita della produttività), sia ai lavoratori, sia alla collettività in termini di minore inquinamento dell’aria per la riduzione degli spostamenti con auto, moto e mezzi pubblici.

È interessante quindi capire quanto i concetti di Smart Working siano stati recepiti, e siano già messi in pratica, dalle piccole e medie imprese (PMI), che in Italia costituiscono la stragrande maggioranza del tessuto economico. Per approfondire questi elementi l’Osservatorio quest’anno ha coinvolto un campione statisticamente rappresentativo di 567 imprese italiane tra i 10 e i 250 addetti (ovvero pienamente rispondenti alla definizione di PMI della Comunità Europea).

Dall’analisi emerge che il 7% delle PMI ha iniziative strutturate di Smart Working, cioè iniziative basate su almeno due delle leve di progettazione dello Smart Working: flessibilità di luogo, di orario, ripensamento spazi, cultura orientata ai risultati e dotazione tecnologica adeguata per lavorare da remoto.

Un altro 15%, pur non avendo iniziative strutturate, di fatto implementa informalmente concetti di Smart Working. Il 12% del campione si dichiara possibilista in merito all’introduzione, mentre il 3% prevede di lanciare un’iniziativa nel breve periodo, entro i prossimi 12 mesi. Parliamo quindi in totale di un 37% di PMI interessate o già attive sullo Smart Working. Le motivazioni principali che le guidano sono il miglioramento della produttività e della qualità del lavoro svolto (67%), il miglioramento del benessere organizzativo (27%) e la conciliazione tra vita privata e professionale, cioè il cosiddetto “work-life balance” (16%).

Fin qui la parte più confortante dell’indagine, secondo cui però c’è un altro 40% di PMI che si dichiara non interessato a introdurre lo Smart Working. Si tratta soprattutto di aziende dei settori manifatturiero (33%), costruzioni/riparazioni/installazioni (17%), commercio (15%) e hospitalty & travel (15%). La motivazione principale è la limitata applicabilità nella propria specifica realtà, come dichiara il 53% delle aziende, seguita dal disinteresse da parte del management (11%) e dal limitato grado di digitalizzazione dei processi (7%).

La restante parte del campione poi si divide tra chi non sa se introdurrà prima o poi lo Smart Working (16%) e chi addirittura non conosce neanche il concetto (7%).

Tirando le somme, spiega l’Osservatorio, rispetto agli anni scorsi cresce l’interesse e la presenza di iniziative di Smart Working nelle PMI, anche se prevalgono ancora gli approcci più informali. Ma una percentuale consistente rimane esclusa e disinteressata al fenomeno, percentuale formata soprattutto da piccole aziende di settori in cui lo Smart Working è più difficile da implementare o in cui il livello di digitalizzazione di processi è limitato. Si tratta di ritardi e reticenze che possono essere superati a patto che non si pretenda di applicare lo Smart Working secondo le stesse modalità che si sono a ermate nelle imprese più grandi e tipicamente orientate ai servizi.

Occorre invece risalire ai principi fondanti e sperimentare nuove modalità più adeguate a realtà di settori e dimensioni diverse da quelle nelle quali fino a oggi il modello si è affermato. Servono quindi modalità di lavoro innovative che possano portare i principi dello Smart Working anche a tutti quei lavoratori, oggi la maggioranza, che ne sono esclusi – operai, manutentori, venditori, sportellisti, addetti ai contact center – ma che con il diffondersi della digitalizzazione, dei nuovi canali, di modelli di produzione e consumo avanzati, cambieranno attività, competenze, strumenti, ma anche aspirazioni e bisogni.

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