Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Ricerche

PMI, qualità e innovazione: un'economia a misura di export

Uno studio di Confartigianato e Symbola sulle realtà sotto 50 addetti certifica che l’Italia è seconda in Europa per numero di aziende che negli ultimi tre anni non hanno rinunciato a innovazioni di processo o di prodotto. E ai primi posti anche in termini di vendite all’estero, valore medio unitario dei prodotti e investimenti nella green economy

07 Mag 2015

Giuseppe Goglio

Il futuro delle PMI italiane appare tutt’altro che buio, anzi, sarà di notevole aiuto per lo sviluppo dell’economia nazionale. Sono proprio le loro caratteristiche uniche, quali versatilità, velocità di reazione e competenze, le risorse alle quali affidarsi per lasciarsi alle spalle il periodo difficile. In tutto questo, un ruolo importante lo gioca una spiccata propensione a innovare, ben oltre la media europea.

Questo quadro incoraggiante è il risultato del lavoro condotto da CNA (Confartigianato) e Symbola, integrando i dati legati alla propria attività con altri rilevati da Eurostat, Un-Comtrade, Istat e Unioncamere. Un lavoro raccolto nel rapporto “Le PMI e la sfida della qualità: un’economia a misura d’Italia”, secondo il quale le nostre piccole e medie imprese hanno tutte le carte in regola per emergere, puntando sul potenziale della qualità e di una visione a lungo termine.

L’Italia infatti può vantare il secondo posto in Europa, dietro solo alla Germania, per numero di aziende disposte negli ultimi tre anni a non rinunciare a innovazioni di processo o di prodotto (65.481), con l’obiettivo di elevare il livello qualitativo delle proprie attività. A smentire le convinzioni secondo cui a frenare le PMI italiane è prima di tutto la dimensione ridotta: oltre l’80% di quelle segnalate ha meno di 50 addetti.

Inoltre la visione lungimirante è ribadita dal 51% di realtà che nel 2014 poteva vantare almeno un green job, più del Regno Unito (37%), della Francia (32%) e in questo caso anche della Germania (29%). Puntare sulla sostenibilità e sulla qualità ambientale, con la relativa tecnologia, viene considerata dagli autori del Rapporto come «una scelta strategica che guarda al futuro, che già oggi ci garantisce primati: 341.500 le aziende italiane (il 22% del totale, addirittura il 33% nella manifattura) che dal 2008 hanno investito nella green economy, guadagnando in termini di export (tra le manifatturiere, il 44% di quelle che investono green esportano stabilmente, contro il 24% delle altre) e di innovazione (30% contro 15%)».

Alla base di questi risultati, una spiccata vocazione manifatturiera, grazie alla quale primeggiare nel Vecchio continente. Con 77,3 miliardi di Euro, le PMI italiane contribuiscono per il 22,1% al valore aggiunto prodotto in Europa dalle imprese della manifattura fino a 50 addetti. Si tratta del valore più alto tra i paesi Ue, dove la Germania arriva al 18,5% (64,8 miliardi di euro), la Francia al 13,3% (46,5 miliardi di euro), Il Regno Unito si ferma all’11,1% (38,7 miliardi di euro), la Spagna all’8,9% (31,1 miliardi di euro).

I vantaggi sono evidenti soprattutto in ottica esportazione, con un effetto traino molto superiore rispetto alle piccole e medie imprese degli altri Paesi europei. Tra le imprese manifatturiere esportatrici italiane, 88.952 in tutto, quelle sotto i 50 addetti sono nove su dieci: 79.947 (89,9%). In Germania, le PMI esportatrici sono 46 mila, il 67% del totale delle manifatturiere nazionali che esportano. Anche limitandosi alle micro-imprese sotto i 10 addetti, l’Italia conferma la prestazione, con 44.749 aziende esportatrici, a fronte delle 24.209 tedesche. Sul totale delle PMI europee che vendono all’estero i propri prodotti, una su quattro (25,3%) è italiana; quelle tedesche sono il 14,5%; seguono, a distanza, le imprese francesi (7,8%), britanniche (6,9), polacche (6,8%) e spagnole (6,1%).

Fattore distintivo nel confronto europeo è spesso la qualità, Nell’ultimo decennio le produzioni italiane hanno registrato una crescita qualitativa superiore alla media. Dall’introduzione dell’euro, infatti, l’Italia ha visto i valori medi unitari dei propri prodotti salire del 39%, contro il +36,4% del Regno Unito. Dinamiche inferiori per Spagna (+30,6%) e Francia (+26,9%). In questo caso, la Germania, ultima tra i grandi Paesi comunitari, ha mostrato una dinamica più contenuta (+22,9%).

Una buona parte del merito è da ricondurre alla capacità di innovare, molto radicata in ambito PMI. L’Italia è infatti il secondo paese in Europa per numero di aziende (65.481) che negli ultimi tre anni hanno rimodernato processi o prodotti. Di meglio c’è solo la Germania, con 90.395 aziende. Seguono, ma a livelli decisamente inferiori, Regno Unito (44.623), Francia (37.924) e Spagna (24.159). Delle oltre 65mila imprese citate, quasi 54mila, più dell’80%, hanno meno di 50 addetti, smentendo quindi come le dimensioni possano rivelarsi un ostacolo all’innovazione.

Articolo 1 di 5