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analisi

PMI, come lo smart procurement può diventare una leva di risparmio

Secondo un’indagine condotta sul mercato UK, le piccole e medie imprese d’Oltremanica pongono sempre più attenzione ai processi di acquisto, ma il CPO non ricopre ancora ruoli strategici. Con piattaforme più avanzate e un peso maggiore in azienda della figura del Responsabile Acquisti si potrebbero risparmiare oltre 106 miliardi di sterline

06 Ott 2016

redazione

Spesso ci si domanda quale potrebbe essere l’impatto economico reale se le PMI italiane adottassero sistemi di smart procurement per la gestione dei propri fornitori. Difficile fornire una stima precisa, considerando l’estensione del mercato e la moltitudine di realtà differenti presenti sulla Penisola. Ma per avere un’idea della dimensione potenziale del fenomeno e degli effetti che è capace di scatenare, può essere utile citare una ricerca condotta sul mercato UK, dove – come è noto – il numero di Small and Medium Enterprises (SME) è sensibilmente inferiore a quello tricolore e dove soprattutto l’innovazione applicata ai processi aziendali è a uno stadio ben più maturo che in Italia.

Ebbene, secondo l’indagine realizzata da Tungsten Network su 1000 business decision maker, le SME britanniche – in totale si parla di 5,4 5,4 milioni di piccole e medie imprese – potrebbero risparmiare 106 miliardi di sterline se solo sfruttassero piattaforme più avanzate e assegnassero al CPO (Chief Procurement Officer) il ruolo che oggi può ricoprire grazie ad analytics, soluzioni per la security e strumenti di collaboration applicati ai processi di acquisto. In particolare il 28% del campione ritiene che i risparmi si potrebbero attestare tra 5.000 e 20.000 sterline e il 15% che potrebbero arrivare fino a 50.000 sterline. Sulla base di queste stime medie, la singola azienda risparmierebbe quindi 19.663 sterline ogni anno.

L’11% dei responsabili di business coinvolti nello studio sostiene che sarebbe possibile risparmiare oltre 100 mila sterline semplicemente affinando le ricerche e le valutazioni sui fornitori, anche in considerazione del fatto che oggi non esiste ancora un approccio sistematico di analisi del proprio parco di fornitura: la maggior parte delle imprese (42%) lo rivede una volta l’anno, ma solo il 29% lo fa due o tre volte l’anno. Nel 19% dei casi l’analisi avviene solo nel caso di richieste ad hoc o di insoddisfazione. Sicuramente questo è uno degli elementi su cui prestare maggior attenzione se si vuole avere un procurement di successo. Non a caso, nel settore dei servizi finanziari, il 69% delle imprese interpellate sta prestando più attenzione agli acquisti di servizi e prodotti di quanto non facesse due anni fa. Solo in un’azienda inglese su cinque, però, il CPO è colui che ha l’ultima parola sugli acquisti, mentre partecipa attivamente ai processi di decision making nel 33% dei casi. E se per la maggior parte delle organizzazioni di dimensioni minori, il procurement – con le informazioni che è chiamato a gestire – ha ormai un impatto maggiore di marketing e sales, il 42% degli intervistati ritiene che il CPO dovrebbe sedere insieme al top management alle riunioni strategiche del board.

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