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Sentenze

L’email è diffamatoria solo se mandata a una “pluralità” di persona

Lo dice la Cassazione: si parla di diffamazione quando l’offesa viene comunicata a diversi soggetti, non a uno solo. Il reato si configura se vengono coinvolte più persone o se la comunicazione viene pubblicata sui social network

06 Mar 2013

Luigi Ferro

L’e-mail “pesante” non costituisce di per sé diffamazione. Tranne nel caso in cui non venga diffusa tra una pluralità di persone.

Lo ha stabilito una sentenza della quinta sezione penale della Corte di Cassazione che ha così annullato la pronuncia della Corte d’appello di Torino.

La Corte aveva condannato, ai soli effetti civili, al risarcimento per l’invio di un messaggio di posta elettronica nel quale veniva alterato graficamente l’immagine di un candidato e stravolto il messaggio che lo accompagnava.

Al candidato però, anche in questo caso si parla di elezioni, la faccenda non è piaciuta. La mail era stata inviata a un indirizzo di posta elettronica di una diocesi piemontese utilizzato da una collaboratrice del settimanale diocesano.

Non risultava però l’invio ad altri destinatari. Si tratta di un elemento decisivo perché di norma si ha diffamazione quando l’offesa viene comunicata “a più persone” non a una sola.

Come ha stabilito la Corte “la pluralità di persone, prevista come requisito del reato di diffamazione, deve infatti essere determinata da soggetti diversi dalla stessa persona offesa bersaglio della condotta diffamatoria, realizzata, dunque, presso terzi”.

Riferire a una persona sola delle offese su un altro soggetto non configura il reato che si ha invece quando la comunicazione inizia a girare. O, peggio, se viene scritta sulla pagina di un social network.

Secondo la sentenza, inoltre, il fatto che lo scritto possa potenzialmente essere visto da altri ha importanza solo per l’elemento psicologico del reato. In questo caso poi è stata proprio la collaboratrice del settimanale ad avvisare il candidato dell’esistenza della mail.

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