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Scenari

Cerved: la piccola impresa tiene, dopo la crisi 11mila risultano affidabili

La peggiore recessione degli ultimi decenni ha provocato 14mila fallimenti solo nel 2013, ma migliaia di realtà sotto i 25 milioni di euro hanno ottimi valori rispetto alle 13 classi di rischio della società di credit information. Segnali positivi anche dai dati dei protesti e dei tempi di pagamento

03 Lug 2014

Luigi Ferro

La crisi economica è stata pesante, molto di più rispetto a quelle del passato. E ha avuto un forte impatto soprattutto per quanto riguarda l’uscita dal mercato di numerose aziende, dando il via a un importante processo di ristrutturazione. Oggi sono ancora tante le aziende solide, che hanno però bisogno di finanziamenti difficilmente reperibili presso un sistema bancario che, anche con la ripresa e la fine del credit crunch, non tornerà ai livelli pre-crisi.

Guido Romano, responsabile studi economici e relazioni esterne del Cerved, analizza così la situazione delle PMI italiane che sembrano intravvedere qualche segnale positivo. Quella vista in questi anni è stata sicuramente la peggiore tra le crisi economiche vissute negli ultimi decenni. «Quando la recessione ha colpito il nostro sistema economico, la diminuzione del PIL è stata del 7,6% contro l’1,9% del 92-93 quando siamo usciti dal Sistema monetario europeo, e il 3,8% del 72-73 con la crisi petrolifera».

In più abbiamo ancora grossi problemi a uscire dalla recessione, mentre i partner europei hanno risalito più velocemente la china. «L’impatto è stato grave per tutti, ma Italia e Spagna stanno facendo più fatica». È successo infatti che assieme agli spagnoli abbiamo sperimentato un andamento a “W”. Dopo la prima fase della crisi c’è stato un illusorio rimbalzo, che ha però preceduto un altro crollo. Ora stiamo aspettando l’ultimo tratto della W che ci dovrebbe portare fuori dal tunnel. Il Pil però è ancora sotto del 9,3% mentre all’epoca delle altre recessioni, con lo stesso numero di trimestri alle spalle rispetto all’inizio del calo, l’economia si era già ripresa. Nel 92-93 eravamo sopra di 6,9 punti percentuali e di 20,6 dopo lo shock del petrolio.

Tutto questo ha avuto un impatto devastante, con 14mila fallimenti solo nel 2013. «La situazione – osserva Romano – è tanto più grave perché nel frattempo è stata cambiata la legge fallimentare. Tra il 2006 e il 2007 sono state introdotte nuove soglie in modo che aziende troppo piccole non possano più fallire». Così, il 30% delle imprese non può più dichiarare fallimento. Se la legge non fosse cambiata i numeri sarebbero stati quindi diversi. Ma non sono solo le imprese che vanno male a uscire dal mercato. La crisi ha scoraggiato anche imprenditori di aziende in salute a proseguire l’attivita. Forse la mancanza di prospettive di crescita, o di un erede, ha spinto 44mila imprese “in bonis” a chiudere i battenti.

La situazione economica generata dai muti “subprime” negli Stati Uniti ha portato a una “selezione darwiniana” nel tessuto economico, e il risultato è che oggi vantiamo ancora un numero importante di PMI affidabili. «Secondo le 13 classi di rischio Cerved ci sono 18mila imprese con ottime capacità di ripianare i debiti. Un quarto di queste operano nei settori export oriented come meccanica, moda, farmaceutico e metallurgia».

Di queste, 11mila si trovano nella fascia di fatturato minore, tra 10 e 25 milioni di euro. Si tratta di aziende che hanno comunque avuto problemi di crescita e profittabilità con ricavi in calo del 2%, l’Ebitda sotto di 13 punti e gli investimenti diminuiti del 17%. «Imprese con buoni fondamentali, ma senza risorse per crescere», sentenzia il responsabile degli studi economici del Cerved, secondo il quale le imprese dovranno per forza allentare il rapporto con il sistema bancario. Siamo il Paese europeo con la quota più alta di debiti bancari rispetto a quelli finanziari. Il 67% rispetto al 27% della Gran Bretagna o il 7% della Francia. Un dato che sarà probabilmente destinato a scendere visto che anche le banche, con la fine del del credit crunch, non assicureranno più lo stesso livello di impieghi.

Qualche segnale positivo esiste. Per il terzo trimestre consecutivo è migliorata la situazione dei protesti, così come i tempi di pagamento delle imprese, grazie anche allo sblocco parziale dei pagamenti della PA. Il futuro però rimane incerto. «Nello scenario migliore il PIL crescerà dello 0,6% quest’anno e dell’1,2 e 1,3% negli anni successivi», conclude Romano.

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