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normativa

Norme fattura elettronica PA, cosa sta facendo l’AGID per sciogliere gli ultimi nodi

Per rispondere alle incertezze interpretative che rallentano la gestione della fatturazione, e quindi il pagamento, l’Agenzia ha avviato un tavolo di lavoro coinvolgendo le parti in causa. Obiettivo: digitalizzare anche le fasi di registrazione e approvazione al pagamento

18 Dic 2015

Alessandro Longo

Un tavolo di lavoro avviato presso l’Agenzia per l’Italia Digitale, con le diverse parti in causa, sta affrontando i vari nodi tecnici che ancora impediscono di tradurre la rivoluzione della e-fattura in benefici e vantaggi per tutti (e il sistema Paese).

Tra i principali contributori al tavolo c’è Andrea Nicolini, Responsabile dell’area informatica del Cisis (Centro interregionale servizi informatici, geografici, statistici), che si sta facendo portavoce soprattutto dei problemi sollevati dalle PA locali (ma anche dei rispettivi fornitori).

Quali? «La questione di fondo è che le norme sulla fattura elettronica obbligatoria verso la PA sono arrivate sovrapponendosi a un impianto normativo preesistente che non la prevedeva. Da qui alcuni nodi e incertezze interpretative che a volte rallentano la gestione della fattura da parte dell’ente e quindi il pagamento», dice Nicolini.

I lati d’ombra, che creano rallentamenti, riguardano soprattutto quei casi in cui le norme precedenti e quelle sulla fatturazione elettronica sono contrastanti su quali devono essere i campi da compilare. «Capita con il CIG o il CUP o alcune diciture tipiche in campo ambientale (comunicazioni assolte), farmaceutico o sanitario, professionale (legge del settore del professionista non iscritto a un albo) o che riguano i Comuni», spiega.

Succede quindi che il fornitore non sa se e dove inserire quelle diciture. E l’Ente, dal canto suo, non sa se può in effetti pagare una fattura che non le contiene.

Questi, in effetti, sono casi minoritari sul totale delle fatture: nel solo mese di ottobre 2015 sono stati trattati oltre 2.700.000 file fattura, e di questi meno di 150.000 (5,4%) sono stati scartati direttamente dal nodo (questo dato non tiene conto però dei rifiuti delle amministrazioni dopo l’accettazione da parte del nodo, il Sistema di Interscambio).

Più grave, ma più complesso da affrontare, è un altro problema, di carattere generale: la fattura elettronica ora vive in un ambiente, della Pubblica Amministrazione, che è ancora in gran parte non digitale. Risultato: ancora questa rivoluzione non consente alle PA – e quindi al Sistema Paese – di raggiungere i benefici promessi (in termini di risparmi ed efficienze).

Bisogna insomma passare a una «gestione completamente digitale delle fatture elettroniche, nelle fasi di ricezione e di archiviazione ma anche nella fase di registrazione e di approvazione al pagamento. Come hanno fatto già alcune PA», ricorda Irene Facchinetti, Direttore dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione del Politecnico di Milano.

Ed è un passaggio fondamentale, da perseguire con urgenza. Il rischio non è – semplicemente – quello di avere benefici inferiori rispetto al potenziale. Ma è di non averne affatto, nel breve periodo, in tutte quelle PA che soffrono di una digitalizzazione parziale. Ossia, la maggioranza.

L’esperienza insegna, infatti, che i processi digitali godono del principio dello switch off e soffrono per le mezze misure. Finché un processo resta in parte analogico, la mescolanza dei due mondi comporta sprechi e ridondanze.

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