Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Focus

Supply Chain agroalimentare, come recuperare lo “spreco” di cibo

Sei milioni di tonnellate di eccedenza all’anno per un valore complessivo di circa 13 miliardi di euro. A tanto ammonta l’avanzo di cibo (circa il…

12 Giu 2012

Sei milioni di tonnellate di eccedenza all’anno per un valore complessivo di circa 13 miliardi di euro. A tanto ammonta l’avanzo di cibo (circa il 17% del consumo totale) che via via si accumula lungo la filiera agroalimentare, dal Primario al Consumatore. Di queste 6 milioni di tonnellate circa 5,5 (92,5%) diventano poi spreco, ovvero non vengono recuperate per l’alimentazione delle persone.

E’ quanto stimato dall’indagine realizzata da Fondazione per la Sussidiarietà e Politecnico di Milano in collaborazione con Nielsen Italia “Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità”.

“Obiettivo della ricerca – spiega Alessandro Perego, curatore dell’indagine con Paolo Garrone e Marco Melacini – è misurare il fenomeno delle eccedenze, da dove nasce e quanto si può recuperare. Vogliamo dare un approccio scientifico a un tema perlopiù approcciato con toni sensazionalistici, dove i termini “si spreca” e “si butta” la fanno da padrone”.

Dall’eccedenza allo spreco, un chiarimento sui termini

Da un approccio indistinto che si basa sul generico “spreco”, si è passati a un approccio più preciso e definito dove 4 termini in particolare consentono di inquadrare meglio il tema dello “spreco del cibo”: la disponibilità alimentare (intesa come produzione dell’intera filiera alimentare); l’eccedenza (l’avanzo alimentare inteso come differenza fra quanto prodotto e quanto in realtà consumato); lo spreco (quanto dell’eccedenza non viene recuperato per l’alimentazione delle persone) e il grado di fungibilità (che misura la facilità con cui si recupera l’eccedenza; si parla di bassa, media e alta fungibilità).

E’ importante fare queste distinzioni perché l’eccedenza alimentare non è detto che sia tutta uno spreco: può essere in parte recuperata, anche se la ricerca dimostra che questo avviene solo in minima parte (solo il 7,5%).

“L’eccedenza – spiega Perego – non è un errore in sé. In molti casi è un rischio di sovraproduzione che le imprese della filiera si prendono per far fronte a una domanda non prevedibile. Anche la non conformità del packaging o i resi sono cause di eccedenza, tutti fenomeni fisiologici”.

Lo spreco riguarda più gli attori economici che le famiglie

Veniamo alle note positive: il 54% dell’eccedenza è considerata ad alta o media fungibilità, il che significa che si possono recuperare a fini di consumo alimentare oltre 3 milioni di tonnellate l’anno.

Come accennato, purtroppo oltre il 92% viene “sprecato”.

Al contrario di quanto si possa pensare la maggior parte dello spreco non è “colpa” delle famiglie, ma è ascrivibile agli attori economici della filiera (55% sul totale).

In particolare, se guardiamo alle 6 tonnellate di eccedenza generate, 2,3 riguardano il settore Primario; 0,18 la Trasformazione; 0,77 la Distribuzione; 0,2 la Ristorazione e 2,5 il Consumatore finale.

Ovviamente l’eccedenza non è tutta uguale. La fungibilità dei prodotti secchi è molto alta, mentre quella dei surgelati particolarmente bassa. A livello di distribuzione, la fungibilità è alta nei centri distributivi e media nei punti vendita.

Le azioni da intraprendere

Cosa si può fare quindi per aumentare il livello di eccedenza recuperabile?

Nei segmenti ad alta fungibilità (trasformazione dei prodotti secchi o centri distributivi) il recupero è già una realtà. “Qui – prosegue Perego – si tratta di diffondere le best practice e introdurre degli elementi di valutazione economica”. Le eccedenze alimentari infatti sono un triplice costo come spiega Manuela Kron, direttore Corporate Affairs di Nestlé Italia: “costano quando sono create, costano quando devono essere distrutte e costa il fatto che non possono più fare ciò per cui sono state create, ovvero nutrire le persone”.

Per i segmenti a media fungibilità (trasformazione di prodotti surgelati, punti vendita, ristorazione collettiva), il recupero è molto limitato: solo il 10%. “In questo caso, bisogna introdurre dei meccanismi strutturati dei gestione delle eccedenze e lavorare in modo integrato con gli operatori logistici”.

Per gli attori economici, il problema di fondo è culturale: “L’eccedenza non è un errore da additare, è una questione fisiologica e può essere vista come un importante opportunità economica e di contribuzione sociale”, conclude Perego.

Articolo 1 di 5