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L'Italia arretra ancora nel digitale

Nell’ultimo rapporto del World Economic Forum sull’impiego delle tecnologie ICT il Paese si piazza al 50esimo posto, due posizioni più in basso dello scorso anno, evidenziando in particolare il ritardo della PA. Un’ennesima conferma dell’urgenza di attuare l’Agenda Digitale, che la politica in stallo sembra aver dimenticato.

15 Apr 2013

Alessandro Longo

L’Italia si è guadagnata l’ennesima figuraccia internazionale sul fronte ICT: siamo scivolati al 50esimo posto nel nuovo Network Readiness Index del World Economic Forum. Dovremmo esserci abituati, ma quest’anno fa più male del solito. Perché almeno stavolta ce l’avremmo uno strumento per risorgere: l’Agenda digitale. Che però in questi giorni, nell’assenza di un governo effettivo, sembra aver rallentato la marcia.

Il quadro che fa il Wef è senza appello. L’indice è elaborato su 54 parametri, in quattro aspetti: le infrastrutture informatiche, l’accesso e la disponibilità delle competenze necessarie per un loro uso ottimale; la diffusione e l’utilizzo dell’ICT da parte di persone, aziende e pubblica amministrazione; contesto imprenditoriale e innovativo, quadro politico e normativo; impatto economico e sociale dell’ICT in quel Paese.

Ebbene siamo caduti dal 48esimo posto del 2012 al 50esimo, con un indice di 4,18 punti. Al primo arriva la Finlandia (terza l’anno scorso), con 5,98. Seguono Singapore, Svezia, Olanda, Norvegia, Svizzera, Regno Unito, Danimarca, Usa e Taiwan. Noi siamo poco sopra la Croazia e sotto la Polonia.

Val la pena ricordare che questo è un problema soprattutto in tempi di crisi. Perché “La digitalizzazione ha generato 6 milioni di posti di lavoro e aumentato il Pil mondiale di 193 miliardi di dollari negli ultimi due anni”, come dice Bahjat El-Darwiche, della società di consulenza globale Booz & Co, che ha redatto il rapporto insieme con Business School Insead.

«Il problema è che l’arretratezza italiana si consolida proprio sulle principali leve di innovazione», spiega Giuseppe Iacono, co-fondatore dell’associazione Stati Generali dell’Innovazione, che mira a diffondere la consapevolezza politica dell’importanza dell’ICT.

Infatti, «tra quelli dell’Index è molto significativo l’indicatore che misura l’impatto dell’ICT sull’innovazione organizzativa: qui l’Italia è al 101esimo posto, in abissale distanza da tutti i maggiori Paesi e in continua regressione (era al 90esimo nel 2011). Un Paese che ha tra i più alti tassi (39%) di occupazione su lavori ad alta intensità di conoscenza, ma non ha una legislazione del lavoro che la favorisce», continua Iacono. Che il ritardo italiano sia alle fondamenta della struttura lo conferma anche un altro dato: siamo al 101esimo posto per uso dell’ICT da parte della Pubblica Amministrazione, mentre un po’ meglio fanno individui (34esimo posto) e aziende (46esimo).

«I fattori che più contribuiscono a questo risultato sono purtroppo noti: mancanza di strategia a livello di Governo, sistema normativo e politico sostanzialmente negativo, bassa qualità del sistema educativo, insufficiente formazione del personale aziendale, limitatezza del rapporto tra università e industria, popolazione di fatto non coinvolta nella “rivoluzione digitale”», dice Iacono.

Ma non c’era l’Agenda Digitale, per cambiare le cose? Il punto è che le misure più complesse dell’Agenda- per esempio quelle per svecchiare la PA- procedono a passo ridotto, per varie incertezze politiche e istituzionali. Solo da poco è al lavoro l’attuatore designato per il cambiamento- l’Agenzia per l’Italia Digitale- e non ha completato ancora gli ultimi passaggi burocratici per una piena operatività.

Come se ne esce? L’abbiamo chiesto a tre esperti: oltre allo stesso Iacono, a Cristoforo Morandini di Between e a Alfonso Fuggetta del Cefriel-Politecnico di Milano.

«Tralasciamo ovviamente i commenti sulla bontà degli indicatori- alcuni sono solo un inviluppi di aspetti di sistema, che ci penalizzano per definizione», premette Morandini.

«Qualsiasi azione correttiva richiede tempi medio-lunghi… Occorre allora prenderne atto e concentrarci sugli elementi che possono avere gli effetti più diretti e immediati sulla crescita- continua. Ad esempio, tre cose. Fare leva su tutto quanto è legato al mobile, dall’NFC ai servizi in mobilità. Forzare il processo di switch off al digitale della PA, così come ridare corpo agli acquisti ICT (dematerializzazione). Puntare su un progetto infrastrutturale Paese degno di questo nome. Ad esempio la banda ultra larga».

Iacono invoca «un cambiamento in discontinuità, un cambio di modello che deve partire dalla definizione di una strategia organica per l’intero sistema-paese (e non solo centrata sulla PA e sull’interoperabilità e sull’integrazione delle applicazioni) e poi declinarsi in iniziative che partano dal territorio e ne valorizzino le esperienze e le ricchezze». E quindi non perdere più tempo, nell’attesa di un governo, «ma dare subito al Parlamento la possibilità di adottare le iniziative più urgenti per l’innovazione».

Fuggetta: «ho individuato alcuni punti di una ricetta da seguire subito. Vanno ancora bene. In sintesi, serve: una governance forte che si occupi di innovazione e quindi servirebbe un ministero dedicato; una revisione completa dell’eGovernment; un supporto statale per le infrastrutture banda larga e la loro adozione; il sostegno ai processi di innovazione e ricerca».

Tutti concordano sul fatto che bisogna agire subito, senza più perdere tempo, con decisione. Senza compromessi con il vecchio. La politica creda all’importanza centrale dell’ICT- ancora una volta scivolato in secondo piano nel dibattito di questi giorni- o dal declino l’Italia non si potrà mai salvare.

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