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Editoriale – Gli eccessi della finanza

Ha generato la bolla Internet all’inizio degli Anni duemila, aprendo – insieme con l’11 settembre – l’era dei tassi di interesse bassi: tassi che hanno contribuito all’esplodere del fenomeno dei mutui subprime, alla base della crisi da cui stiamo faticosamente uscendo. Poco prima della crisi ha dato un contributo determinante all’esplosione del prezzo del petrolio sopra i 150 dollari al barile: affiancando al mercato delle transazioni un mercato delle scommesse, sconnesso rispetto al primo ma – per la consistenza delle scommesse – determinante nell’influenzarne le quotazioni.

Pubblicato il 21 Mar 2011

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Passati i momenti più bui della crisi, grazie anche ai salvataggi da parte degli stati delle proprie banche, ha preso di mira l’indebitamento accumulato a tale fine da molti stati e, in particolare, la grossa crepa nell’eurozona fra i Paesi in difficoltà e i Paesi chiamati a garantirne i debiti: puntando addirittura a far saltare l’euro. Nel frattempo, visto il cattivo raccolto agricolo mondiale, ha ripetuto – per le materie prime alimentari – quanto fatto per il petrolio: esaltando l’aumento dei prezzi, esacerbando il problema della fame per i più poveri e in tal modo contribuendo al clima di rivolte che ha incendiato diversi Paesi nordafricani e arabi. Con il conseguente nuovo aumento del prezzo del petrolio, indotto dall’incertezza sul futuro di un’area così importante per le forniture energetiche. E nel frattempo sembra in decollo una seconda bolla Internet, legata ai social network.

Chi è responsabile di tutto questo? A mio (non originale) avviso lo sviluppo ipertrofico che la finanza ha avuto negli ultimi decenni.
Non sostengo che i segnali che la finanza invia all’economia reale e al mondo politico siano sempre bollabili come speculativi: il problema dei debiti sovrani esiste, così come la necessità di un coordinamento forte nell’eurozona; il petrolio e il gas naturale sono risorse oggettivamente scarse e lo saranno di più con il decrescere della povertà. Né sostengo che gli strumenti di cui la finanza si è avvalsa recentemente in misura crescente non abbiano una loro ragion d’essere. Gli hedge fund che giocano sulle incongruenze nei mercati hanno il pregio ad esempio di riportare razionalità, attraverso gli arbitraggi, nei mercati stessi; il private equity può valorizzare le imprese, sottrendole a un mercato borsistico focalizzato sul breve e mettendo in atto strategie di respiro più ampio; i CDS (credit default swap) possono offrire un’assicurazione ad esempio alle imprese che divengono creditrici “loro malgrado” per sostenere le vendite. Ma il problema è causato dall’eccesso di sviluppo e dagli utilizzi distorti che si accompagnano a esso. I CDS avevano ad esempio raggiunto nel 2008 il valore di 62 mila miliardi di dollari – oltre 30 volte il PIL italiano e 430 volte il livello di dieci anni prima – a testimonianza del crescere del loro uso improprio come meri strumenti di scommessa. E le masse monetarie eccessive creano i danni maggiori: la finanza ha fatto ad esempio il suo mestiere nel diffondere allarme sul rischio di default della Grecia a causa dell’eccessivo ammontare del debito pubblico, ma – mandando alle stelle gli interessi sul rifinanziamento (trainati anche dai CDS) – ha reso più concreta la prospettiva di default.

Ridurre l’ipertrofia e riportare la finanza al suo ruolo originario sembra la strada maestra. Una strada ardua, per la forza politica della finanza in paesi come gli US e per la difficoltà – nel continuum esistente – di distinguere i rami che contribuiscono alla crescita da quelli fini a se stessi. Una strada però inevitabile, se non si vuole che una ulteriore crescita di peso degli scommettitori rispetto ai produttori porti al soffocamento dell’economia.

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