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videointervista

Barilla trasforma il lavoro con lo smart working

Con un progetto partito nel 2013, la multinazionale italiana ha introdotto la possibilità di lavorare in modo flessibile, ovunque e in qualunque momento, grazie a nuovi strumenti di comunicazione digitali e nuove metodologie: un successo per l’azienda e per le persone coinvolte, come racconta Alessandra Stasi, Human Capital Organization Development and People Care Director del Gruppo

14 Gen 2015

Manuela Gianni

A metà del 2013, Barilla ha avviato un progetto di smart working che oggi coinvolge 1.600 persone in tutto il mondo, pari circa la metà di tutti i white collar del gruppo multinazionale. Una piccola rivoluzione che ha trasformato in positivo il modo di lavorare delle persone, portando vantaggi per l’azienda e grandissima soddisfazione per le persone.

Ma in concreto, che cosa significa smart working per il Gruppo Barilla? «Significa tre cose. Innanzitutto, lavorare dovunque, comunque e in qualunque momento. In secondo luogo vuol dire utilizzare gli spazi in un modo diverso: abbiamo lavorato molto nelle varie sedi per riorganizzare gli uffici intorno alle attività di collaborazione, di comunicazione, di concentrazione individuale, che oggi possono essere fatte anche da remoto. Il terzo aspetto sono le tecnologie digitali», spiega Alessandra Stasi, Human Capital Organization Development and People Care Director del Gruppo, che oggi impiega nel mondo circa 8.000 persone, con un fatturato superiore a 3 miliardi di euro e 30 siti produttivi (14 in Italia e 16 all’estero), tra cui 9 mulini gestiti direttamente.

Le ultime legislazioni sullo smart working (ottobre 2015) sembrano favorire il lavoro “agile”, regolamentandone l’impiego in azienda, con normative sulla sicurezza sul lavoro, sulla retribuzione e su altri aspetti, che lo rendono “alla pari” rispetto al lavoro in ufficio.

La tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale. «Oggi la comunicazione avviene utilizzando strumenti diversi, il face to face è diventata una delle tante modalità: si sono aggiunti instant message, link, whatsapp, sms, videoconferenze, mail. In realtà l’utilizzo della mail si è ridotto, è diventata un po’ più formale, a favore invece di altri tipi di comunicazione più veloci».

Grazie a nuove tecnologie, rese ancora più evidenti con l’Internet of things, il telelavoro diventa realtà: è possibile infatti scollegare l’ambiente (standard) e il fattore temporale dal lavoro in sè, che viene quindi fatto in maniera più indipendente, rendendo di più (produttività) e portando l’azienda ad un risparmio notevole in termini di infrastrutture e strumenti di lavoro.

Per favorire l’utilizzo delle tecnologie digitali, Barilla ha organizzato degli open day di formazione e creato dei bar aperti a tutti in cui è possibile incontrare i colleghi dell’IT e sciogliere dubbi e perplessità. «Ci siamo accorti che non tutte le persone sapevano usare le tecnologie come ci saremmo aspettati», racconta la manager.

Oltre a questo, si è lavorato per definire nuove pratiche e per permettere ai manager di gestire al meglio la flessibilità e la virtualità introdotte dai nuovi strumenti. «I manager stanno cambiando, diventando più smart, capaci di coordinare le persone nel nuovo ambiente virtuale: sono diventati degli attivatori, in grado di fare empowerment. Mi ha colpito che questa modalità così flessibile, aperta, virtuale, ha portato un grande rigore e molta disciplina, un forte senso di responsabilità nell’utilizzare gli strumenti che l’azienda mette a disposizione, mai compromettendo i risultati di business».

Barilla ha potuto verificare attraverso focus group e questionari l’entusiasmo verso le nuove modalità di lavoro, constatando che il cambiamento ha portato anche un positivo ritorno in termini di qualità del lavoro e anche di creatività.

«Abbiamo ottenuto sicuramente un migliore bilanciamento delle sfere privata, sociale e professionale delle persone. Il secondo vantaggio è stato l’aumento della produttività grazie a una maggiore concentrazione, specie per certe tipologie di lavoro. L’altro aspetto positivo è una forte spinta alla diversity: c’è molta personalizzazione, siamo andati incontro a bisogni diversi. Ultimo ma non ultimo, che non ci aspettavamo, è il supporto all’innovazione, nel senso che alcune attività come leggere dei paper e informarsi hanno trovato un ambiente più favorevole», conclude Stasi.

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