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Lo scenario

Banda ultra larga, accelerano gli investimenti. Siamo davvero a una svolta?

Ai progetti di sviluppo della fibra già avviati dagli operatori si somma ora il piano del Governo, che intende utilizzare da subito 3 miliardi di euro, tutti di fonte pubblica, per costruire una rete nelle aree meno ricche del Paese. Annunci che lasciano finalmente intravedere un rapido ammodernamento dell’infrastruttura digitale italiana, determinante per la digital transformation dell’economia nazionale. Ecco il quadro dettagliato della situazione

20 Giu 2016

Alessandro Longo

Si prepara una estate calda e, soprattutto, un autunno-inverno caldissimo per la banda ultra larga in Italia. Gli operatori stanno accelerando con investimenti e annunci, che finalmente cominciano ad avere un impatto reale sugli utenti finali. Al tempo stesso il Governo ha cominciato a muovere le ultime pedine- quelle più importanti, quelle attuative- del proprio piano banda ultra larga, con il lancio dei primi bandi di gara per costruire la nuova rete pubblica.

Anche il pubblico accelera, insomma, ma non lo fa abbastanza, secondo il giudizio di operatori privati e vendor: è quanto emerso in diverse dichiarazione pubbliche dei protagonisti dell’industria (da ultimo, nell’evento romano Telco per l’Italia di CorCom). Sono due i temi: i tempi di realizzazione effettiva della rete pubblica e quelli di sblocco di nuove frequenze per la banda ultra larga mobile.

Di fondo c’è che l’Italia sta facendo adesso uno sforzo di sistema importante per recuperare i ritardi e- addirittura- provare a fare un primato in Europa (“saremo primi per copertura fibra nelle case”, ha detto il sottosegretario Mise Antonello Giacomelli). Ma ci sono due problemi a frenare gli entusiasmi: da una parte è difficile mettersi a correre di colpo se si è restati in ritardo per anni (ci sono insomma tempi tecnici e di adattamento da rispettare, per costruire le reti e far decollare l’adozione da parte degli utenti); dall’altra, su alcuni punti l’Italia si sta condannando a ulteriori ritardi: è il caso delle frequenze.

Lo scenario delle reti attuali

Ad oggi la copertura in fibra ottica (con varie tecnologie) riguarda circa il 45-50 per cento della popolazione, secondo varie fonti. Si tratta nella maggior parte dei casi di fibra ottica fino agli armadi stradali, che però già da quest’anno consente di avere offerte fino a 100 Megabit.

Una nuova rete sarà di Enel, che vuole coprire l’80 per cento di 224 città entro il 2022, con 2,5 miliardi di euro. La sua rete arriverà fino agli appartamenti, quindi potrà dare da subito 1-2 Gigabit al secondo. Al momento, reti in fibra fino agli appartamenti sono di Fastweb (in sette città, fino a 100 Megabit), di Tim (a Milano e da qualche giorno a Torino; sarà poi in 100 città entro il 2018) e Metroweb (a Milano, Bologna, Torino e in futuro Roma, Napoli, Firenze, per un totale di 10 città). Reti fibra fino agli armadi sono di Tim, Vodafone e Fastweb. Tra maggio e giugno sono arrivate persino le prime offerte 1 Gigabit nelle case e nelle pmi (Milano, Torino, Perugia, Catania con Tim e Perugia con Wind e Vodafone su rete Enel; Unidata a Roma), laddove le grandi aziende già da tempo potevano richiedere queste velocità con collegamenti diretti. Il quadro sarà razionalizzato per l’acquisizione di Metroweb da parte di Enel, ormai confermata, nei prossimi mesi. Gli investimenti in fibra si prevedono al rialzo: 3,6 miliardi di euro tra il 2016-2018 per Tim, per una copertura all’86 per cento della popolazione, mentre Fastweb ha appena annunciato che metterà 500 milioni di euro sul piatto al 2020 (a fine 2016 coprirà il 30 per cento degli italiani); più i già citati 2,5 miliardi di euro di Enel. Vodafone ha un piano da 3,6 miliardi fisso e mobile.

A tutto questo si somma il piano del Governo, complementare a quello degli operatori.

Il piano banda ultra larga del Governo

Sette miliardi di euro, di cui già disponibili 3 miliardi da destinare a una rete in fibra ottica che sarà proprietà pubblica, entro il 2020, per la copertura totale della popolazione con banda ultra larga. È la sintesi della strategia approvata dal Consiglio dei ministri a marzo 2015, ma che ha subito variazioni nell’ultimo periodo. All’epoca, il piano citava un fabbisogno di 12 miliardi di euro, di cui metà doveva arrivare dagli operatori telefonici.

La novità principale è che il Governo intende utilizzare da subito 3 miliardi di euro, tutti di fonte pubblica, per costruire una rete nelle aree C e D, ossia quelle meno ricche del Paese (circa il 50 per cento della popolazione, laddove gli operatori non hanno propri piani di copertura). Si tratta di 1,6 miliardi di euro di Fondo sviluppo e coesione, più 1,187 miliardi di fondi europei, già utilizzabili dalle Regioni, Fesr e Feasr e 233 milioni di Pon imprese e competitività. Gli interventi saranno in 7.300 Comuni.

La rete sarà finanziata al 100 per cento dallo Stato e realizzata da un concessionario, da individuare mediante gara a evidenza pubblica. La rete resterà di proprietà pubblica, ma verrà data in gestione al concessionario per 15-20 anni.

I primi bandi, già usciti valgono 1,4 miliardi di euro per coprire 6,5 milioni di cittadini entro il 2020, in sei regioni (Abruzzo, Molise, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana e Veneto), ma entro l’estate arriveranno altri bandi per le restanti regioni (annuncia il Governo in una nota). Per il Cluster C il Governo vuole una copertura che assicuri almeno 100/50 Megabit garantiti e al momento- come ha chiarito Infratel, che gestisce i bandi- solo la fibra ottica nelle case può dare quelle velocità con sicurezza. Nel Cluster D ci si accontenta di 30 Megabit e quindi spazio anche a fibra ottica fino agli armadi e tecnologie fixed wireless broadband.

Al momento, infine, nulla è stato ancora deciso per gli investimenti pubblici nelle aree A e B, per le quali il Cipe già indicava 2,7 miliardi di euro (soldi che però necessitano di un effettivo stanziamento per essere utilizzabili davvero). Sappiamo che su questo punto c’è scetticismo, da parte della Commissione europea, a concedere investimenti pubblici in zone dove gli operatori hanno già investito (anche se con reti fibra di diverso tipo, “fino agli armadi stradali” invece di “fino alle case” come vorrebbe fare lo Stato).

Tuttavia, sappiamo che allo stato i piani degli operatori privati nelle zone A e B riguardano solo il 35 per cento della popolazione con fibra ottica nelle case. Il Governo invece mira a una quota di copertura vicina all’85 per cento, quindi- a quanto ricordato da Infratel a Telco per l’Italia- la copertura delle aree A e B con fondi pubblici (per completare quella privata) è una partita aperta.

L’accelerazione necessaria per centrare l’obiettivo

Al momento le aree A e B non sono però al centro del dibattito. Piuttosto, operatori telefonici (anche attraverso l’associazione Asstel) e vendor premono perché i nuovi bandi portino risultati nel minor tempo possibile. Il Mise promette l’avvio dei lavori entro fine anno, ma si dubita che l’obiettivo di copertura sia raggiungibile entro il 2020: “semplicemente non c’è abbastanza tempo, non ci sono abbastanza persone specializzate, tra l’altro, per fare i lavori in così poco tempo”, ha detto Raffaele Tiscar, vicesegretario generale alla Presidenza del Consiglio e uno dei principali artefici del piano governativo. I soldi vanno spesi comunque entro il 2022, perché questo è il termine ultimo di impiego per le risorse europee 2014-2020.

Altro tema, le frequenze. Qui le aziende chiedono che anche l’Italia rispetti il termine del 2020 per la liberazione, dalle tivù, delle frequenze 700 MHz per la banda ultra larga 4G/5G. Ma l’Italia al momento, in sede internazionale, sta chiedendo tempo almeno fino al 2022. Flavio Cattaneo, neo amministratore delegato di Tim, ha detto di essere pronto a partecipare a una eventuale asta frequenze prima del 2020, nel corso di un’audizione in Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato a giugno.

Al contempo, gli operatori di fixed wireless broadband chiedono di avere subito, dal Mise, la promessa asta per i 3,6-3,8 MHz (di cui le regole Agcom risalgono a dicembre). Frequenze a loro necessarie- dicono- per poter offrire 30 Megabit e oltre con la loro tecnologia (e quindi tra l’altro partecipare ai bandi nel cluster D).

Utenti in crescita, ma senza impennate

Infine, un nodo da sciogliere sarà l’effettiva adozione di queste reti da parte degli utenti.

Tim dichiarava ad aprile 800 mila abbonati, su una copertura pari al 44 per cento delle unità immobiliari italiane, ossia un tasso di adozione dell’11 per cento (ogni abbonato fa capo a una unità immobiliare con circa tre inquilini in media). Fastweb comunica un simile tasso di abbonamenti. Gli abbonamenti crescono molto più lentamente delle coperture, insomma, considerati i grossi sforzi fatti negli ultimi due anni dagli operatori (fino al 2013 meno del 20 per cento delle case era raggiunto da banda ultra larga fissa).

I dati Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) dicono che da dicembre 2014 la crescita degli abbonati banda ultra larga italiani è stata costante, senza impennate, pari a 200 mila in più ogni trimestre. Troppo poco. Per di più, gli operatori si contendono quasi ovunque le stesse famiglie con le loro reti (sono pressoché sovrapposte quelle di Tim, Fastweb, Vodafone) e questo riduce, com’è ovvio, il tasso degli abbonati rispetto agli utenti coperti da ciascuno.

Come ha detto Pileri, bisogna accelerare anche sulla spinta della domanda, in due modi: con una politica efficace di voucher (già previsti dal piano del Governo, ma ancora non attuati, per 1,4 miliardi di euro) e con una maggiore presenza di servizi e contenuti digitali sul mercato italiano che richiedano banda ultra larga. È possibile aspettarsi novità su questo fronte, a breve, da Tim, che a giugno ha istituito, alle dirette dipendenze di Cattaneo, la funzione “Multimedia Entertainment & Consumer Digital Services”. Tim si può avvalere anche del supporto del principale azionista, il colosso dei media Vivendi, che sta procedendo all’acquisto della tv Premium di Mediaset.

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