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scenari

Agenda digitale, qualche progresso e molti ritardi

Qualcosa si è mosso, ma molto resta da fare: il punto su ciò che dovrebbe essere sbloccato quest’autunno per non far fallire i piani digitali italiani, con i commenti degli esperti

02 Set 2013

Alessandro Longo

L’Agenda digitale italiana è un carrozzone che avanza, sì, ma con il freno a mano tirato. Ci sono progressi, ma balzano agli occhi degli esperti soprattutto i ritardi e i passi indietro. Facciamo un quadro di ciò che si muove e di ciò che dovrebbe essere sbloccato quest’autunno per non far fallire i piani digitali italiani (ricordiamo, en passant, che realizzare l’Agenda vale risparmi per 20 miliardi e maggiori entrate per 5 miliardi in tre anni, secondo School of Management-Politecnico di Milano).

In generale stanno andando avanti soprattutto le dematerializzazioni che riguardano la pubblica amministrazione e- paradossalmente- le norme che sono fuori dal decreto più attinente all’Agenda digitale, cioè il Crescita 2.0 (convertito in legge a dicembre 2012). Gli aspetti più in alto mare riguardano la governance dell’Agenda e tasselli cardine della digitalizzazione come l’Anagrafe nazionale della popolazione, i nuovi datacenter per la PA, il fascicolo sanitario elettronico. C’è una roadmap, per questi, ma sarà una sfida realizzarla. Vediamo prima gli aspetti che stanno progredendo.

Le novità positive dell’Agenda

Gli ultimi passi avanti sono nel Decreto del Fare. Estende ai beni strumentali (e quindi anche ad hardware e software) gli sgravi per le Pmi inizialmente pensati per l’acquisto di macchinari e impianti. Spinge sul Fascicolo sanitario elettronico fissando scadenze e un budget di spesa. Chiede infatti a Regioni e Province Autonome di presentare un piano di realizzazione del Fascicolo entro la fine di quest’anno, mettendo sul piatto 10 milioni di euro per il 2014 e 5 milioni a partire dal 2015. Il Fascicolo è uno spazio digitale unico che raccoglie tutti i dati di un paziente, tutta la sua storia clinica e quanto fatto presso diversi medici e strutture ospedaliere. Non a caso questo governo lo considera la chiave di volta per dare uniformità e interoperabilità alla Sanità italiana nel segno del digitale.

«Sono scadenze molto stringenti, che si scontrano con il fatto che ad eccezione di Lombardia ed Emilia Romagna tutte le Regioni italiane hanno ancora molto da fare in termini di Fascicolo e solo il 6 per cento delle cartelle cliniche italiane è completamente dematerializzato. Per raggiungere gli ambiziosi obiettivi fissati dal Governo servono vere e proprie roadmap di sviluppo digitale, che tengano conto dell’attuale livello di digitalizzazione dei vari attori», dice Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio ICT in Sanità, del Politecnico di Milano.

Importante anche il decreto attuativo pubblicato lo scorso 22 maggio in Gazzetta ufficiale: definisce le regole tecniche per fare Fatturazione elettronica verso la PA. L’obbligo ad accettare questa modalità di fatturazione scatta entro dodici mesi per ministeri, agenzie fiscali ed enti nazionali di previdenza e assistenza sociale; 24 mesi per le altre amministrazioni incluse nell’elenco Istat, a eccezione delle amministrazioni locali, per le quali appunto si attende entro il 6 dicembre 2013 un ulteriore provvedimento che detta i tempi di decorrenza.

Sempre il 22 maggio un decreto con le “regole tecniche per la generazione, apposizione e verifica della firma elettronica avanzata, qualificata e digitale, per la validazione temporale, nonché per lo svolgimento delle attività dei certificatori qualificati”. «L’impatto pratico che abilita la firma grafometrica, con pennino sul tablet. Vedremo cittadini e aziende che firmeranno su tablet in molti casi in cui prima erano costretti a farlo rispettivamente su carta o con smart card», dice Giusella Finocchiaro, avvocato e professore ordinario di diritto di Internet e di diritto privato all’Università di Bologna. Per le nuove firme e la fattura elettronica bisogna ora confidare però che le Pa si dotino in fretta degli strumenti tecnologici necessari.

Prosegue inoltre il piano delle gare pubbliche per la banda larga e larghissima del ministero allo Sviluppo economico, con fondi europei, anche se qui c’è la prima cattiva notizia: il piano del ministero è stato privato di un pezzetto, 20 milioni, con la promessa però di recuperarli con la prossima Legge Sviluppo.

I ritardi

«Dopo roboanti annunci e pompose conferenze stampa, l’innovazione è rimasta frenata dalla burocrazia e sono impressionanti i ritardi accumulati dal Governo nell’adozione dei provvedimenti attuativi», dice Ernesto Belisario, avvocato tra i massimi esperti di innovazione. «Dei 51 provvedimenti monitorati, soltanto 5 sono stati adottati, mentre ben 22 non sono stati emanati nonostante sia scaduto il termine per la loro adozione (per alcuni, addirittura, da dicembre 2012)», dice Belisario.

«Le Pubbliche Amministrazioni non possono completare la transizione dal cartaceo al digitale: si pensi alla mancata adozione dei decreti sulle anagrafi e sul documento digitale; i cittadini e le imprese non hanno a disposizione strumenti per un rapporto telematico con la PA (ad esempi per i pagamenti on line)», riassume Belisario due dei principali ritardi.

Un primo passo dovrebbe arrivare a settembre, secondo previsioni della Presidenza del consiglio: un decreto attuativo, con cui l’Anagrafe nazionale della popolazione, prevista dal decreto Crescita 2.0 e basata su infrastrutture centralizzate, assorbirà l’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) e l’Ina (Indice nazionale delle anagrafi). Il vero avvio sarà con il secondo decreto attuativo, previsto entro fine anno dopo una concertazione tra i ministeri competenti: definirà le modalità di subentro dell’Anagrafe alle anagrafi comunali.

Altro assente, a lungo atteso è il Documento unificato (carta d’identità e tessera sanitaria assieme), previsto dal Crescita 2.0 e che dovrebbe ricevere entro fine anno due decreti attuativi, per poi partire nei Comuni nel 2014. «La causa dei ritardi si è rivelata essere ciò che tanti esperti segnalavano al debutto del Crescita 2.0: la gran parte delle disposizioni dell’Agenda non è immediatamente operativa e richiede l’adozione di decine di regolamenti e decreti attuativi che avrebbero dovuto essere emanati secondo una serie di scadenze ben definite», dice Paolo Colli Franzone, di Netics. «C’è un difetto di governance, insomma», aggiunge. Concorda Roberto Sambuco, capo dipartimento allo Sviluppo economico che parla anche di «Agenda digitale tradita più volte in estate: per il taglio dei fondi banda larga e per l’annunciato rinvio dell’adozione degli e-book nelle scuole.

«Ma se la governance è il nodo, dalla governance si può ripartire a settembre per rilanciare l’Agenda digitale: grazie alla collaborazione tra Francesco Caio- che ha un ruolo di regia politico in quanto risponde alla Presidenza del Consiglio- e l’Agenzia dell’Italia Digitale», dice Paolo Gentiloni (PD). Il ruolo di Caio, che ora entra ufficialmente nella governance dell’Agenda, è una delle novità del decreto Fare. Questo decreto era pure il tassello mancante perché si sbloccasse lo Statuto per l’Agenzia. Senza Statuto, l’Agenzia non può operare appieno, ma quando scriviamo attende ancora il via libera da parte della Corte dei Conti (previsto per fine settembre o inizi ottobre).

Come si vede, la questione è articolata. Da una parte, anche gli aspetti più progrediti, nel percorso dell’Agenda, attendono ancora alcuni tasselli per ultimarsi. Dall’altra, a fronte di ciascun aspetto in ritardo sono stati almeno piantati i semi- di recente e soprattutto con il decreto Fare- per una svolta nelle prossime settimane. Per tutti questi motivi, sarà decisivo a settembre il ritorno al lavoro sull’Agenda per indirizzarla verso una svolta o un irrevocabile pantano.

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