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Analisi

Agenda Digitale, gli ostacoli all’attuazione

Carenza di risorse, resistenza al cambiamento, impatto occupazionale: un’analisi delle molte barriere da superare per portare avanti la digitalizzazione del Paese.

28 Ott 2013

Umberto Bertelè

Gli ostacoli all’attuazione dell’Agenda sono rilevanti. Alcuni sono legati alla carenza di risorse, ma la maggior parte di essi nasce dall’inerzia, figlia della scarsa consapevolezza, e dalla resistenza al cambiamento di chi – in un sistema più ordinato e trasparente – teme (soprattutto nell’ambito della PA) di perdere il potere che gli deriva dall’enorme discrezionalità o teme (nell’ambito delle imprese e/o delle persone) di non disporre più di facili vie di fuga dal fisco e dagli obblighi previdenziali.

Così come altri ostacoli, per il momento sottotraccia, potrebbero nascere da forme di neo-luddismo. Un’Agenda Digitale applicata seriamente avrebbe probabilmente nella fase iniziale, prima del manifestarsi dei vantaggi, conseguenze occupazionali negative: perché metterebbe in luce l’inconsistenza di molte posizioni di lavoro, in particolare nella PA, con problemi non facili (e spesso insolubili) di ricollocazione delle persone; perché comunque permetterebbe di accrescere sensibilmente i livelli di attività senza aumentare il numero di dipendenti o addirittura riducendo il turnover; perché potrebbe accentuare il fenomeno di sottoccupazione, ben visibile ad esempio nel sistema bancario, indotto dal ricorso alle nuove tecnologie; perché, favorendo una maggiore equità fiscale e previdenziale (obiettivo di grande rilevanza sociale ed economica), potrebbe mettere fuori mercato – come in parte già accaduto in questi anni – una serie di imprese marginali che sopravvivevano solamente grazie al risparmio sugli oneri fiscali e previdenziali.

Immaginando di superare gli ostacoli, come si possono sfruttare i vantaggi citati? Una considerazione preliminare importante è che i risparmi hanno un significato diverso per un’impresa o per un Paese come l’Italia. Per un’impresa i risparmi si traducono in minori costi e maggiori profitti. Per un Paese, al di là di qualche variazione negli scambi con l’estero, quelli che sono vantaggi realizzati per la PA o per le imprese si traducono – in prima battuta – in sottrazione di risorse disponibili per le famiglie (a causa ad esempio della minore disponibilità di posti di lavoro) o per le imprese fornitrici: le maggiori entrate fiscali, quantificate in 15 miliardi di euro, si traducono ad esempio in una minore disponibilità di spesa (di dimensione equivalente) per le famiglie.

È estremamente importante, quindi, l’uso che si fa dei risparmi ottenuti eliminando spese improduttive: se i 15 miliardi di maggiori entrate fossero ad esempio utilizzati per accrescere voci altrettanto improduttive della spesa pubblica, i vantaggi sarebbero completamente vanificati.

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