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Risk management

Tre passi per testare la “robustezza” dei fornitori nella supply chain

Per capire come un evento negativo lungo la filiera possa impattare sul business, è necessaria una visione di sistema che evidenzi gli anelli critici e le possibili vulnerabilità

07 Gen 2014

Luigi Ferro

I rischi relativi alla supply chain costituiscono oggi la più grave minaccia alla continuità del business. Le “rotture” della catena di fornitura possono ridurre i profitti, far scendere la quota di mercato, e minacciare produzione e distribuzione. Rischi che possono essere, se non evitati, almeno contenuti in tre modi. Questa la tesi di Stefano Tranquillo, vice president e operations manager northern Europe operations di FM Global, società specializzata in assicurazioni per asset aziendali, in un articolo su supplymanagement.com.

Secondo Tranquillo, individuare e analizzare a fondo i fornitori critici è il primo step per capire l’esposizione al rischio della supply chain. La vostra azienda può avere pochi o tanti fornitori, e/o può fare parte della catena di un’altra azienda. L’importante è comprendere come un evento negativo lungo la filiera possa impattare sul business. Per questo è necessaria una visione di sistema della supply chain che evidenzi gli anelli deboli e le possibili vulnerabilità.

Una volta identificati e studiati i fornitori chiave, il passo successivo è di effettuare una valutazione accurata dei rischi a essi associati. Molti “componenti” del rischio sono comuni a tutte le organizzazioni. Quelli ambientali, per esempio: sono rischi in genere legati a fattori economici, sociali, governativi e al clima del luogo e del Paese in cui opera l’azienda. O la “robustezza” dei fornitori: il fornitore è in grado di resistere alle condizioni sfavorevoli? In caso contrario i problemi alla fornitura di un prodotto all’interno della vostra catena potrebbe avere impatti molto problematici. E i fornitori conoscono a loro volta la resistenza dei loro fornitori? La loro esposizione potrebbe essere la vostra esposizione.

Importante è valutare anche la stabilità finanziaria e la gestione aziendale del fornitore, così come i suoi processi interni e le pratiche di governance. Un’altra area critica è poi l’integrità fisica degli impianti: sui nostri possiamo agire direttamente, ma su quelli dei fornitori no, eppure la salute della supply chain dipende sia dai primi che dai secondi.

La strategia di disaster recovery come opportunità

Effettuati i primi due passaggi, è il momento della terza fase, che consiste nel prevenire le potenziali perdite legate ai rischi. Questo richiede una comprensione profonda delle attività operative dei fornitori, e della loro capacità di recuperare da una grave interruzione grazie a solidi piani di business continuity.

Ci sono diversi modi per ridurre il rischio della supply chain. Si può passare a fornitori con minore esposizione, o distribuire il rischio finanziario tra più supplier. Coltivare modalità di approvvigionamento alternative è in genere il modo migliore. Avete un backup per il vostro backup? Altre strade sono l’aumento dei livelli di scorte, l’aumento della produzione diretta dei nostri impianti, l’investimento azionario nelle società fornitrici per avere un miglior controllo e ridurre le potenziali minacce.

La pianificazione di prodotti e servizi sostitutivi o la riprogettazione per consentire una maggiore flessibilità del fornitore sono tutte valide opzioni per il risk manager. La vulnerabilità non è più un’opzione. Le organizzazioni dovrebbero vedere la preparazione per il prossimo grande disastro come un vantaggio competitivo, e assicurarsi che le stesse pratiche di prevenzione delle perdite siano implementate attraverso l’intera catena di fornitura.

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