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editoriale

Timide speranze di ripresa e nodi che giungono al pettine

L’autunno ci sta portando segnali di stabilizzazione, ma anche duri redde rationem: imprese e banche – fra le principali del Paese – in grande sofferenza o in stato preagonico, non tanto o non solo per la virulenza della crisi, ma perché la crisi ha portato in superficie debolezze e peccati di antica data. L’editoriale di Umberto Bertelè

08 Ott 2013

Umberto Bertelè

Timide speranze di ripresa e duri redde rationem. È quello che ci sta portando l’autunno. La spirale negativa che affligge la nostra economia da ormai troppo tempo sembra essersi arrestata. L’economia italiana “dopo due anni di recessione mostra segni di stabilizzazione” ed è “prevista per fine anno una crescita (anche se modesta) dovuta soprattutto all’export”, sostiene il Fondo Monetario Internazionale, che evidenzia le indicazioni positive che emergono dai dati recenti: “la fiducia di imprese e famiglie è in crescita e gli ordinativi alle esportazioni sono risaliti, ma l’occupazione e la spesa restano deboli”.

Allo stesso tempo però ci sono diversi nodi giunti al pettine: imprese e banche – fra le principali del Paese – in grande sofferenza o in stato preagonico, non tanto o non solo per la virulenza della crisi, ma perché la crisi ha portato in superficie debolezze e peccati di antica data.

Sono tre, fra le prime venti, le banche in forte crisi a causa dei comportamenti passati. Il Monte dei Paschi, terza banca italiana, rischia la nazionalizzazione per la ben nota costosissima acquisizione di Antonveneta nel 2007 e per le operazioni finanziarie azzardate poste in essere per coprire il debito. E Banca Carige e Banca delle Marche richiedono iniezioni di capitale molto ingenti, per coprire le conseguenze di erogazioni (si dice) non troppo attente al merito.

È in stato preagonico Alitalia, che ha alle spalle una serie almeno ventennale di nefandezze sindacali,  errori governativi e salvataggi costosissimi. L’errore governativo peggiore fu quello di non accettare nel 2001, per la resistenza sindacale alla prospettiva di una gestione con criteri economici, l’offerta di Air France di acquisire Alitalia in cambio del 25 per cento della società che sarebbe nata dalla fusione. Il salvataggio costosissimo fu quello del 2008, quando furono iniettate risorse (per la maggior parte pubbliche) pari alla capitalizzazione di borsa di allora di Air France KLM.

È in fase di nazionalizzazione (sotto la foglia di fico del Fondo Strategico Italiano) Ansaldo Energia, in cattive acque – con qualche intervallo di tranquillità – da più di 20 anni: un’operazione finalizzata anche a dare respiro a Finmeccanica, tra le poche grandi imprese italiane operanti nelle tecnologie avanzate, che ha una capitalizzazione di borsa di poco superiore alla metà di Ferragamo.

È alle soglie di un possibile smembramento la nostra principale impresa nelle telecomunicazioni, Telecom Italia: vittima dell’enormità del debito accumulato nelle due successive scalate subite, della timidezza nell’eseguire i tagli occupazionali richiesti dal mercato e della riduzione dei margini causata dall’iperconcorrenza. Le gravi minusvalenze dovute al crollo della capitalizzazione, scesa da quasi 40 a 12 miliardi di euro negli ultimi sei anni, hanno convinto gli azionisti finanziari – che avevano partecipato nel 2007 alla costituzione del nocciolo duro per il governo della società – a cedere le loro quote alla spagnola Telefonica, a sua volta straindebitata: con forti dubbi sulle prospettive di potenziamento della rete nel nostro Paese.

È in grande crisi la principale acciaieria italiana ed europea, l’Ilva della famiglia Riva. La causa, come ben noto di origine diversa, è il mancato risanamento ambientale; ma qualche riflessione meriterebbe di essere fatta sul peso crescente della magistratura nella gestione delle imprese.

Per fortuna ci sono imprese che in questi anni sono invece cresciute, stimolate dalla crisi a essere maggiormente internazionali. Fra le più note Techint (gruppo), Luxottica, Prada, Ferrero e Barilla, accanto a molte altre minori. Ma non c’è dubbio che si debba fare di più e che sia la ristrutturazione del Paese, con un ripensamento delle regole, la vera grande priorità. E che l’Agenda Digitale rappresenti lo stimolo per avviarla.

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