Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Supplier management

Sostenibilità, il problema è monitorare i fornitori nelle supply chain

In uno studio condotto dalle Nazioni Unite emergono le potenziali conseguenze di una limitata analisi dei dati sulla sostenibilità della catena di approvvigionamento. Anche in presenza di tante difficoltà nel collimare le informazioni, a lungo termine sottovalutare questo tema può rivelarsi controproducente. Da qui la ricerca di standard, piattaforme collaborative, e procedure dedicate

16 Giu 2014

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sul tema della sostenibilità, ultimamente l’atteggiamento delle aziende sta cambiando molto drasticamente rispetto alla relativa indifferenza degli anni precedenti. Nonostante uno dei periodi più difficili e prolungati sotto il profilo economico, il Global Compact Corporate Sustainability Report 2013 parla infatti di un’attenzione ai massimi livelli sull’argomento. Il problema è che buona parte delle 1.700 aziende e 750 CEO coinvolti nello studio trova oggettive difficoltà nel raggiungere gli obiettivi che si sono posti, soprattutto per quanto riguarda la supply chain.

Richiesta di indicare i maggiori ostacoli all’aumento del livello di sostenibilità della propria organizzazione, oltre la metà delle aziende ha indicato le difficoltà di estendere anche alla supply chain, e quindi ai fornitori, politiche già adottate internamente in altri comparti. In realtà gli sforzi in questa direzione non mancano in termini di definzione degli obiettivi: il problema resta individuare i giusti parametri da misurare per far rispettare tali obiettivi. Tra le ragioni, la mancanza di familiarità con l’argomento e la disponibilità di informazioni a cui ispirarsi, ma anche a partire dai quali costruire una strategia.

La scarsità di riferimenti si prospetta quindi come il principale ostacolo. La complessità e la dimensione raggiunte dalle catene di approvvigionamento, infatti, fanno sì che nel momento in cui un’azienda decide di iniziare a raccogliere informazioni sui fornitori e relativi partner, si trova rapidamente sommersa da una quantità di dati difficile da gestire. Tuttavia, proprio per la crescita di interesse verso queste situazioni e di sensibilità nei confronti della sostenibilità, stanno crescendo anche diverse iniziative di settore per fornire adeguati strumenti e definire degli standard.

La situazione attuale vede da una parte un gran numero di aziende che per la scarsa disponibilità di risorse possono monitorare solo in minima parte i propri fornitori, mentre dal canto loro i fornitori si trovano a dover assecondare richieste di integrazione con i sistemi dei propri clienti seguendo una moltitudine di formati e procedure diversi tra loro. Non stupisce quindi come stia rapidamente aumentando l’attenzione verso soluzioni collaboratiedi settore come Global Social Compliance Programme e Supplier Ethical Data Exchange, o più brevemente Sedex.

Anche in presenza di queste opportunità, al momento il numero di fornitori monitorati in modo sistematico nelle supply chain complesse resta minimo. Tra gli strumenti di monitoraggio poi prevalgono i più immediati, quali questionari e sondaggi, la cui affidabilità dei risultati è sempre opinabile. Inoltre, a conferma di una sensibilità ancora per buona parte da costruire, meno di un terzo delle aziende interpellate per il Report afferma di utilizzare tutte le informazioni pubblicamente a disposizione. Sono poco sfruttati per esempio dati come quelli forniti da associazioni non governative piuttosto che da onlus, ma anche semplici blog, che potrebbero invece rivelarsi ottime fonti di segnalazione di problemi nella supply chain, permettendo così di intervenire e risolvere la criticità prima che questa diventi grave.

D’altra parte, analizzare efficacemente i dati a disposizione richiede strumenti analitici all’altezza, sia per quanto riguarda le applicazioni sia per quanto riguarda il personale chiamato a interpretarli. Spesso si tratta di combinare diverse fonti in linguaggio locale e non di rado lo sforzo viene considerato superiore ai benefici. Sul problema si è messa al lavoro la Zurich University of Applied Sciences, nel contesto di un progetto pubblico in collaborazione con RepRisk, un fornitore svizzero di software di business intelligence. L’idea è di collaborare direttamente con le aziende disponibili, per sviluppare strumenti in grado di rilevare le critiche provenienti dagli “stakeholder” locali. Questi dati possono essere utili in fase di selezione dei fornitori, per il loro monitoraggio nelle normali attività di supply chain, e per individuare i migliori strumenti di monitoraggio per ciascun fornitore.

In un contesto mondiale dove su 7,1 miliardi di abitanti il 40% è collegato alla Rete, le notizie, soprattutto quelle cattive, fanno in fretta a diffondersi. Qualsiasi sia il sistema di monitoraggio scelto, i capifiliera non possono permettersi di essere gli ultimi a rispondere ai problemi che sorgono nelle loro supply chain. Il rischio è quello di ripercussioni negative non solo in termini di potenzialità di crescita, ma anche sulla reputazione e sull’immagine, senza sottovalutare il pericolo di perdere la capacità di allinearsi rapidamente alle regolamentazioni del settore.

Articolo 1 di 5