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Management

Se le soft skill contano più della competenza

Nell’era della digital economy la natura del lavoro è cambiata in maniera radicale. Se ne è parlato in un convegno in occasione della presentazione del nuovo saggio di Roger Abravanel “La ricreazione è finita – Scegliere la scuola trovare il lavoro”, alla presenza di manager e imprenditori italiani. «Non esiste più il dirigente che abbiamo conosciuto negli ultimi 40 anni. Serve passione, immaginazione e flessibilità»

30 Giu 2015

Domenico Aliperto

Quella digitale, più che un’economia, è una cultura. E come tale andrebbe trasmessa fin dai banchi di scuola. Se la disruption – come viene generalmente chiamata la rivoluzione indotta dal Web e dalla dematerializzazione della realtà in bit – è stata rapidissima, e dunque è comprensibile che non tutti i percorsi formativi si siano adeguati, in Italia si sconta un ulteriore ritardo dovuto al solco che ancora resiste tra le classi e le aziende. Il risultato? Il 43% di disoccupazione giovanile, che oltre a essere imputabile alla crisi economica, segna il mancato incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro in un contesto che richiede nuove professionalità per guidare i processi di internazionalizzazione specialmente attraverso gli strumenti informatici.

«La soluzione non sta certo nelle riforme: gli studenti non possono aspettare 15 anni, il tempo che mediamente impiegano le nuove disposizioni per entrare a regime. Ma, scegliendo attentamente, possono costruirsi un percorso formativo che esalti le proprie passioni, sviluppando le caratteristiche che servono davvero nel presente e nel futuro del mondo professionale, ovvero le soft skills». Parola di Roger Abravanel, che a maggio ha presentato al Politecnico di Milano il saggio ‘La ricreazione è finita – Scegliere la scuola trovare il lavoro’, scritto a quattro mani con Luca D’Agnese e dedicato alle criticità e alle potenzialità del sistema didattico tricolore, oltre che all’approccio necessario ad affrontare la selezione all’ingresso, in Italia e all’estero, nelle multinazionali come nelle PMI. L’evento è stato l’occasione per una tavola rotonda con alcuni rappresentanti delle realtà descritte nel libro, che hanno meglio qualificato il significato dell’espressione soft skill.

Un nuovo modo di concepire il lavoro

«Dai negozi alle fabbriche, passando per le utilities e gli Over the top, la natura del lavoro è cambiata in maniera radicale», ha detto il guru della consulenza. Per Abravanel anche le premesse che portano i selezionatori, dagli head hunter alle HR fino alle agenzie interinali, a identificare le risorse giuste si sono evolute. Viene richiesta prima di tutto una forte etica del lavoro, a cui si aggiungono un’attitudine al problem solving, buone capacità di comunicazione e dimestichezza nel team work. Tutte caratteristiche che ormai contano più della competenza o della preparazione tecnica specifica, anche nelle posizioni manageriali.

«Non esiste più il dirigente che abbiamo conosciuto negli ultimi 40 anni. Il project manager del primo iPhone è stato Kirk Phelps, che all’epoca era poco più che ventenne. Ma penso anche a profili come quelli di Milena Mondini, Managing Director di Admiral, Benedetta Arese, a capo di Uber Italia, e Marco Massarotto, fondatore di Hagakure (e tra i relatori della tavola rotonda, ndr). Profili che hanno tre elementi in comune: in primo luogo la passione, e la capacità di trasmetterla agli altri. Poi l’immaginazione, senza la quale in un mondo come quello di oggi non si va da nessuna parte. Infine la flessibilità e la capacità di guidare i collaboratori. Ma più di tutto – ha insistito Abravanel – conta il fatto che sono manager che guardano oltre la carriera, sono uomini e donne che perseguono un progresso sociale, con ricadute sulla comunità, ancor prima che professionale, non a mero vantaggio del proprio conto in banca».

In questo processo di trasformazione, spesso le organizzazioni delle imprese italiane sono in ritardo. Ma nemmeno la scuola, come ben noto, sta seguendo il cambiamento. Soprattutto perché, dice un’indagine citata nel libro, gli insegnanti sono l’unica categoria a ritenere che i nostri giovani siano preparati ad affrontare il mondo del lavoro. Ne consegue che, al momento, i ragazzi devono comporre da sé la strada da percorrere. Il saggio di Abravanel e D’Agnese, scandagliando indagini di mercato, intervistando responsabili delle risorse umane e analizzando l’offerta formativa, formula alcuni consigli: non bisogna cercare lavoro solo negli ambiti in cui si è studiato, ma provare a spaziare; meglio non sottovalutare l’apporto delle agenzie interinali, che sono sempre più consulenti ultraspecializzati; rivolgersi alle aziende capaci di valorizzare le persone, facendo per esempio riferimento a classifiche come Great place to work, garantisce un futuro professionale senz’altro più interessante; puntare all’alternanza scuola-lavoro, anche se le opportunità offerte dal nostro sistema sono ben lungi dall’eguagliare quelle, per esempio, che i giovani trovano in Germania.

Non tutta l’Italia viene per nuocere

In questa giostra di aspettative e promesse mancate, chi il lavoro lo crea non sembra però essere così pessimista. Qualcuno dice che le soft skills sono per gli italiani quasi ontologiche, avendole sviluppate come qualità naturali facendo lo slalom tra burocrazia e Stato, per lo più assente. E Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda (oltre che numero uno del gruppo Techint, da lui stesso fondato), pensa che sia il momento giusto per riaccendere i motori. «Anche perché al momento i nostri ingegneri sono tra i più qualificati e i meno costosi del mondo: l’Italia è il posto ideale per aprire una startup, fare ricerca e produrre scienza», ha detto durante la conferenza. «Ma pure in questo senso bisogna cambiare mentalità. Noi pubblichiamo molto e brevettiamo poco, dobbiamo far calare a terra la conoscenza, trasformandola in soluzioni per l’industria. E dobbiamo farlo in fretta, prima che Paesi concorrenti dell’Italia, come la Polonia, ci sottraggano un’importante opportunità di crescita».

In fretta, e a patto che si riformulino anche le organizzazioni verticali e certe rigidità tipiche del management tradizionale. Almeno così la vede Fabio Vaccarono, Country Director di Google Italia, che ha sottolineato come «tutti i modelli di business e le interazioni siano completamente cambiati negli ultimi anni. Tra i pregi di Google c’è senz’altro il fatto che ha coraggiosamente preso consapevolezza di quanto siano diverse le cose oggi, traducendo questa considerazione sul piano pratico: è inutile porsi come impresa innovativa se poi non si permette alle persone preparate di avanzare nell’organigramma».

Per Vaccarono uscire dalle logiche gerarchiche significa dare vita a un contesto orizzontale dove ciò che conta è fare bene il proprio lavoro e gestire in maniera innovativa un processo. E saper riconoscere i meriti. «In Google sono i colleghi, attraverso una survey interna, a decidere di volta in volta chi merita il pezzo più grande di riconoscimento per la creazione di valore, e d’altra parte io vengo valutato annualmente dai miei collaboratori. Ma questo non è fonte di ansia. Per noi chi non sbaglia abbastanza, anche ambiziosamente, non fa bene il suo lavoro. Del resto», ha chiosato Vaccarono, «Make beautiful mistakes è il motto preferito di uno dei nostri fondatori».

L’idea di crescere andando per tentativi e cavalcando l’innovazione è pure il mantra di Marco Massarotto, che creò a Milano l’agenzia di digital communications Hagakure (oggi diventata Doing, dopo il merge con Banzai e Dnsee). Correva l’anno 2007, e il Web Marketing era ancora allo stato embrionale anche in Paesi ben più avanzati dell’Italia. «Mettersi a fare qualcosa che ancora non esiste può rivelarsi un buco nell’acqua o un grande successo», ha spiegato Massarotto. «A me è andata bene, e dopo pochi mesi si rivolgevano a me come a un guru della comunicazione digitale. La verità è che avevo semplicemente conquistato rispetto ad altri soggetti un vantaggio competitivo minimo, visto che il Web era ed è in continua trasformazione. Il difficile è stato rimanere avanti di quel centimetro, e questo ha voluto dire continuare a imparare mettendo in pratica o addirittura insegnando, quasi simultaneamente, ciò che apprendevo. E ritengo sia questo il nuovo paradigma della leadership di pensiero: non c’è più tempo per fermarsi, riflettere e ripartire. Altrimenti gli altri ti raggiungono».

Eppure forse la risorsa di cui ha più bisogno la scuola italiana è proprio il tempo di chi ce l’ha fatta. Almeno secondo Elena Ugolini, dirigente dei Licei Malpighi di Bologna ed ex sottosegretario del Miur, che chiudendo l’incontro ha lanciato una proposta. «Creiamo una banca del tempo, un patto tra generazioni, per permettere a professionisti e imprese di adottare le scuole e regalare ai giovani la propria esperienza. Non avremo mai la disponibilità che c’è in Germania, ma credo che mettendo in contatto gli allievi con chi ha già intrapreso la strada del cambiamento, anche il modo di vivere la scuola potrebbe cambiare».

******Chi è Roger Abravanel******

Nato a Tripoli, Libia, nel 1946 in una famiglia ebraica, emigra in Italia nel 1963 e nel 1968 si laurea al Politecnico di Milano, conseguendo in seguito un MBA presso l’INSEAD.Ha lavorato per trentacinque anni per la società di consulenza McKinsey, raggiungendo le cariche di Principal nel 1979 e Director nel 1984, terminando la sua esperienza nel 2006. Attualmente opera nel settore del private equity, svolgendo l’attività di advisor e partecipa ai consigli di amministrazione di importanti aziende.

Nel 2008 ha pubblicato il libro best-seller “Meritocrazia- Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto”. Nel 2010 ha pubblicato il suo secondo saggio “Regole”, nel 2012 è uscito “Italia, cresci o esci!” e di recente “La ricreazione è finita – Scegliere la scuola trovare il lavoro”. Tutti i ricavi dei libri sono devoluti in beneficienza.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
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