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osservatori

Polimi: Avvocati, Commercialisti e Consulenti del Lavoro sempre più digitali

Nel 2015 la spesa media in ICT per studio è stata di 9mila euro e circa un terzo dei professionisti è attento al cambiamento e aperto all’uso intensivo del digitale. Sono i nuovi risultati della ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano, da cui emerge che gli studi che hanno investito in tecnologie evolute sono cresciuti oltre la norma in termini di fatturato e redditività. Rorato: «È un circolo virtuoso»

03 Mar 2016

Redazione

Il 2015 è stato un anno importante per i Professionisti. Redditività e fatturato sono cresciuti per oltre la metà degli studi ma soprattutto per chi ha investito in tecnologie evolute, per una spesa ICT totale di oltre 1miliardo di euro. Inoltre in media la spesa digitale per singolo studio ha toccato quasi 9mila euro, rispetto ai 6,3 preventivati lo scorso anno. Sono queste alcune fra le principali evidenze emerse dalla ricerca “Professionista, oggi apriresti uno studio?” dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano.

«Tra le professioni giuridiche d’impresa cresce la consapevolezza che le tecnologie siano un alleato dello studio – afferma Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio – e i cambiamenti che stanno compiendo sulla strada della digital transformation sono significativi, a tal punto che si può utilizzare in questo caso la metafora del bicchiere mezzo pieno». Infatti, con i pionieri che hanno fatto da apripista, il cambiamento coinvolge circa il 30% degli studi professionali nell’uso più intensivo delle tecnologie informatiche,che è sempre più frequente anche nel modello di business oltre che in quello organizzativo.

«Oggi si può parlare di circolo virtuoso tra tecnologie e redditività», continua Rorato. «Da una parte le tecnologie hanno consentito di migliorare la produttività e l’efficienza complessiva, dall’altra l’impatto positivo sulle redditività ha permesso agli studi più sensibili all’innovazione tecnologica di aumentare gli investimenti: i professionisti con crescita a doppia cifra sono quelli che utilizzano maggiormente gli strumenti più evoluti». Le tecnologie a elevato contenuto innovativo sono presenti nell’80% degli studi di grande dimensione (oltre 5 milioni di euro di fatturato),nel 59% di quelli medi (1 milione – 5 milioni), nel 26% dei piccoli (200 mila euro – 1 milione), nel 17% dei micro (fino a duecentomila euro di fatturato).

È interessante notare che il 60% dei micro studi utilizza, comunque, tecnologie di medio ed elevato contenuto innovativo dimostrando che c’è una componente culturale forte alla base dell’adozione delle tecnologie, indipendentemente dalle disponibilità finanziarie e dalla dimensione dello studio. In termini di redditività la presenza di tecnologie cresce al migliorare della redditività aziendale, non necessariamente dipendente dalle dimensioni degli studi: l’utilizzo di tecnologie a elevato contenuto innovativo passa dal 17% degli studi che dichiarano una redditività in contrazione in doppia cifra, al 31% di quelli con una redditività in crescita oltre il 10%.

La crescente diffusione delle tecnologie digitali per il business ha portato, anche, circa uno studio professionale su tre a ripensare al proprio ruolo, con l’ampliamento dell’attività di consulenza, l’avvio di nuovi servizi più orientati al mercato, l’arricchimento con nuove competenze, l’utilizzo in modo intensivo dell’ICT per migliorare efficienza e produttività.

La consulenza, per esempio, pesa in media il 27% del totale dell’attività degli studi, ma è destinata ad aumentare di rilevanza. Pur rimanendo prevalente l’attività tradizionale, infatti, nell’ultimo anno è cresciuta per un numero di studi doppio rispetto a quelli che hanno incrementato l’attività tradizionale (29%vs 14%). Dall’approfondimento sugli studi che svolgono consulenza per almeno il 40% dei ricavi risulta che hanno in media compensi superiori del 25% e che l’incidenza del costo del personale dipendente è inferirore del 50%. Ma più tecnologia vuol dire anche più efficienza e quindi più tempo per il business. L’analisi di un panel composto da 258 studi ha rivelato infatti che con l’adozione della tecnologia c’è un recupero di produttività con un tempo risparmiato di circa il 10%- pari a circa 20 giorni-uomo lavorativi -, riallocato in attività che producono ricavi.

Come si diceva, poi, la ricerca ha mostrato come i professionisti siano interessati a nuove aree di competenza, tra cui la comunicazione, le soft skill,e i social network. A utilizzare questi ultimi per promuovere i loro servizi è circa il 40% degli studi. Dal confronto delle risposte del 2013 e del 2015 di un panel di 134 studi è emerso che la percentuale di coloro che hanno usato i social network per ricercare nuovi clienti è passata dall’8% al 31%, a testimonianza del fatto che questo strumento è sempre più utilizzato in chiave business.

Cinque tipi di comportamenti, dalle “avanguardie” ai “periferici”

Gli oltre mille studi professionali analizzati dall’Osservatorio- degli oltre 150.000 stimati dall’incrocio con gli ultimi dati disponibili sugli iscritti provenienti dai Consigli Nazionali o dalle Fondazioni Studi delle categorie esaminate – mostrano comportamenti differenti nell’approccio alle tecnologie: se il 30% ha compreso l’utilità delI’CT, un altro 30% è ancora indeciso e non sa fare e il restante 40% è immobile e mostra disinteresse verso l’innovazione.

Dall’analisi di alcuni elementi che caratterizzano il comportamento e di sensibilità nei confronti dell’innovazione digitale – indicatori dimensionali, indicatori di performance, servizi erogati, ICT e investimenti,cultura d’impresa -, l’Osservatorio è arrivato a raggruppare in 5 cluster gli studi analizzati.

Il 14% di essi appartiene alle “Avanguardie strutturate”: si tratta di quegli studi che, prima di altri, hanno creduto nella capacità delle tecnologie di creare valore per l’attività e che in tutte, o quasi, le tipologie di comportamento e di sensibilità nei confronti delle tecnologie si collocano al di sopra della media, anche per gli indicatori di prestazione. La schiera degli “Innovatori caotici” raggruppa l’11% degli studi: sono coloro che partiti successivamente alle Avanguardie strutturate, testimoniano interesse e sensibilità verso le tecnologie e hanno beneficiato di questo “ritardo” per effettuare le scelte più in chiave tattica che strategica. Di fatto, si potrebbe definire un cluster reattivo, che si qualifica per l’elevata propensione all’investimento in tecnologie (valori ben oltre il 5% per quanto riguarda il rapporto investimento/fatturato e il possesso di strumenti ICT sia di relazione con la clientela, sia di efficienza interna). A seguire si trovano i “Benestanti ricettivi” (17%): si tratta di studi che dispongono di indicatori di performance e dimensionali ben al di sopra della media (organico superiore a 3,7 unità, fatturato per addetto oltre i 60 mila euro), in virtù dei quali non hanno investito in tecnologia sia per il modello organizzativo, sia per quello di business. Tuttavia, manifestano un interesse concreto ed elevato per i temi formativi orientati alla digitalizzazione, segno di una riflessione sul tema che nel futuro prossimo potrebbe portare almeno una parte di essi all’avviamento di progetti digitali, avvicinandoli ai cluster più sensibili alle tecnologie.

Il 10% degli studi fa parte degli “Efficienti miopi”: si tratta di quelli che dispongono di buoni indicatori di efficienza interna (fatturato per addetto in linea o appena superiore a 60 mila euro), ma con una redditività in calo. Il contesto ambientale favorevole –sono, infatti, ben radicati in territori benestanti con PIL territoriale superiore a 26 mila euro pro-capite- non li stimola a sviluppare interesse verso le tecnologie, verso le quali si dimostrano indifferenti anche in chiave prospettica, con indicatori ben al di sotto della media, e non li spinge al cambiamento. Infine, la schiera più nutrita è quella dei “Periferici seduti”, con il 48% degli studi che ne fanno parte. Mediamente appartengono a territori con economie modeste (PIL territoriale ben al di sotto di 26 mila euro pro-capite), non dispongono di buoni indicatori economico-finanziari e non rivelano reazioni sensibili alla contingenza sfavorevole. È il cluster che, più di altri, ha la necessità di mettersi in movimento, anche attraverso le tecnologie, per migliorare sia il modello organizzativo, sia quello di business. In mancanza di ciò, questi studi si espongono a una progressiva emarginazione, da cui sarà difficile tornare indietro e recuperare.

Oltre 1,1 miliardi di euro investiti nel digitale

Se nel 2015 la spesa ICT complessiva ha superato 1,1miliardi di euro – ripartita in investimenti innovativi (12%),sviluppo dell’esistente (16%) adeguamento tecnologico o normativo (20%), gestione dell’esistente (53%) – per il prossimo biennio si prevede una spesa di circa 1,2miliardi di euro annui, con una crescita dell’8%. Come emerge dall’analisi della survey che è stata compilata integralmente da 1040 Studi di Avvocati, Commercialisti, Consulenti del Lavoro e Multidisciplinari, dal punto di vista più specificamente tecnologico negli studi le soluzioni maggiormente adottate sono quelle che abilitano l’esercizio professionale, come la firma digitale, le banche dati, la gestione dei flussi telematici.

Gli investimenti futuri, invece, riguarderanno principalmente software per la gestione elettronica documentale e la conservazione digitale a norma dei documenti dello studio (entrambi al 39%), i portali per la condivisione documentale e di attività con i clienti (34%) e i siti internet (33%). Dalle esperienze raccolte dall’Osservatorio nel corso degli ultimi due anni sono stati selezionati 145 Studi, che hanno avviato o concluso progetti di miglioramento digital based per andare ad analizzare quale sia oggi l’effettiva sensibilità sulle diverse soluzioni adottate in più di un’area organizzativa. In particolare, i progetti puntano al miglioramento dell’efficienza interna (74%) – attraverso la gestione della dematerializzazione documentale, l’archiviazione digitale, il lavoro in mobilità,la firma grafometrica dei clienti per i dichiarativi – della relazione con i clienti (72%) con portali per la condivisione di documenti e attività, e infine all’erogazione di nuovi servizi (55%), come l’acquisizione dati da altri soggetti per la pianificazione finanziaria, le App per fornire un calendario delle scadenze dei pagamenti, la formazione a distanza.

Inoltre è anche cresciuta la propensione all’uso del Cloud Computing, pur con qualche perplessità ancora esistente: tra coloro che hanno adottato soluzioni basate sulla nuvola,il 79% lo utilizza per la PEC, il 66% per la posta elettronica di studio e il 62% per le banche dati. Tra coloro, invece, che lo usano per le strutture hardware, solo il 12% lo impiega per tutti i server e il 22% solamente per una parte di essi. Del 66% che non lo usa il 37% è interessato a valutarlo già il prossimo anno.

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