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Tendenze

Perché l’Hybrid Cloud alla fine sarà il modello vincente

Secondo Ovum qualsiasi soluzione privata è destinata a trasformarsi in ibrida, cosa che porterà i dipartimenti IT a evolvere da fornitori a broker di servizi. Il punto non è la scelta se continuare a investire nello sviluppo di soluzioni interne o passare a servizi pubblici, ma è come combinare componenti interni ed esterni, cloud e non, per soddisfare gli utenti e supportare gli obiettivi aziendali

15 Apr 2014

Giuseppe Goglio

Da quando il Cloud Computing ha iniziato a farsi largo tra i progetti in ambito IT, una delle discussioni più vivaci riguarda la modalità più idonea per il primo approccio. L’opinione ormai prevalente è in favore del Cloud “ibrido” o Hybrid Cloud. In un recente report Ovum analizza questo aspetto, per capire come e quando l’approccio Hybrid possa prendere piede, e le implicazioni che ne derivano. Lo spunto è l’interesse delle aziende a individuare dove distribuire con maggiore efficacia i carichi di lavoro sia per quanto riguarda l’aspetto tecnologico sia a beneficio dei processi.

Più della certezza che il baricentro del cloud tenderà a spostarsi gradualmente in direzione della modalità pubblica, sotto osservazione è la velocità della transizione, presumibilmente rallentata anche dalla vastità di opzioni sul mercato e da come individuare il modo migliore per combinarle. Da una parte, si trovano i fornitori dei servizi con un ricco catalogo di opzioni, soprattutto al fine di soddisfare gli svariati requisiti in termini di sicurezza e prestazioni. Dall’altra, Cloud nati come privati presentano spesso caratteristiche tali da renderli ibridi per natura. A questo, va aggiunta la considerazione di come sia diffusa la convinzione secondo cui Cloud privato sia sinonimo di Cloud interno, di fatto il punto di partenza per muovere i primi passi verso una strategia di lungo periodo.

La convinzione degli analisti è che qualsiasi soluzione privata sia destinata a trasformarsi in ibrida, cosa che porterà i dipartimenti IT a evolvere da fornitori di servizi a broker di servizi. Il punto centrale non deve essere tanto la scelta se continuare a investire nello sviluppo di soluzioni IT interne piuttosto che passare a un servizio in modalità cloud aperta, quanto semmai come combinare componenti interni ed esterni, cloud e non cloud, al fine di soddisfare le attese degli utenti e facilitare il raggiungimento degli obiettivi aziendali.

È in questo contesto che il centro di gravità di un cloud ibrido tende a spostarsi in direzione della modalità pubblica. Ovum ha avuto modo di verificare questa situazione dopo aver analizzato un gran numero di organizzazioni, appurando anche tuttavia come la realtà si riveli molto più lenta di quanto spesso si tenda a far credere attraverso testimonianze dirette. In questi casi infatti, è concreto il pericolo di banalizzare la situazione, limitandola a una scelta tra cloud privato e pubblico come alternative, trascurando l’enorme livello di complessità che può raggiungere il passaggio ibrido intermedio che si presenta invece come una continua evoluzione.

Generalmente, il cloud ibrido viene sbrigativamente definito come integrazione di una soluzione privata con una pubblica, definita da Ovum soluzione Connettiva. In realtà, il fenomeno presenta svariate sfaccettature, che portano anche a parlare di infrastrutture miste o in crescita, a identificare alcune tra le tendenze più diffuse. Allo stesso tempo, oltre alla maggiore attenzione richiesta dall’aumento delle piattaforme per la gestione del Cloud, le aziende si trovano a dover adattare la configurazione delle proprie virtual machine, proprio nell’ottica di valutare se trasferire intere applicazioni piuttosto che singoli moduli. Lo scenario richiede la disponibilità di funzionalità più sofisticate per la gestione delle applicazioni su macchine virtuali, al fine di capire dove sia più opportuno trasferirle per continuare a garantire il raggiungimento degli obiettivi strategici.

Oltre a connettere Cloud privati e pubblici, i sistemi ibridi tendono quindi a combinarne le rispettive caratteristiche, originando così una situazione dove si trovano Cloud privati condivisi, Cloud privati virtuali piuttosto che Cloud privati virtuali condivisi. Allo stato attuale, la tendenza va per la maggiore in direzione dei Cloud privati virtuali privati, che sono Cloud privati creati sopra uno strato di servizi cloud pubblici: un’opzione ancora più utilizzata di quella interna privata.

Le previsioni degli analisti indicano le “federazioni” condivise di Cloud privati, definite anche Community Cloud, come soluzioni sempre più adottate e diffuse, come via di mezzo tra Cloud interamente pubblico o privato, anche se non nell’immediato. L’opzione “ibrido dell’ibrido” rappresentata dal cloud privato virtuale condiviso invece sta raccogliendo meno consensi. Viene però indicato in crescita con la progressiva adozione di cloud privati condivisi. Come osservato da Ovum, a conferma dell’analisi, l’offerta dei principali fornitori del settore sta sempre più supportando le modalità ibride. Una tendenza destinata a consolidarsi, grazie anche all’arrivo di fornitori più piccoli, pronti a entrare in gioco per assecondare l’integrazione di ambienti PaaS (platform as a service) con quelli IaaS (infrastructure as a service) e SaaS (Software as a Service), e all’affermazione dei “Cloud Broker“, capaci di combinare questi tre componenti per conto delle aziende.

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